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Convegno diocesano Caritas

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IL BENE FATTO BENE

È IL BENE FATTO CON I SENTIMENTI DI CRISTO (p. Mauro M. vescovo)

Don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana:
La Caritas in Italia
Il tema/titolo di questo mio primo intervento, punta direttamente l’attenzione sull’aspetto strettamente territoriale e, quindi, su quella che è l’operatività del vostro essere nel luogo ecclesiale vivo e vissuto, attraverso le Caritas Parrocchiali.

Mons. Giuseppe Curcu, nell’invitarmi infatti scriveva: “su come dare un nuovo slancio all’animazione e alla testimonianza della Carità nelle parrocchie, per favorire una più attenta lettura dei bisogni del territorio, così da coinvolgere tutta la Comunità nell’attenzione verso i poveri e i disagiati“.

In effetti il discorso, se inquadrato come dovrebbe essere all’interno del contesto ecclesiale, è molto più ampio, complesso e ricco, di quanto a prima vista potrebbe sembrare.

Dovendo parlare della Caritas, in tutte le sue articolazioni (Nazionale, diocesana, parrocchiale ecc), non possiamo innanzitutto prescindere dalla sua identità, ossia da ciò che essa è e, quindi, collocarla entro lo spazio che le è consono. Se così non fosse rischieremo da una parte di avere un’immagine non vera di ciò che essa è e di conseguenza collocarla entro uno spazio e un luogo che non le competono.

Certamente siamo già tutti a conoscenza di quanto subito dirò, tuttavia ritengo sia necessario ricordarcelo, ridircelo in quanto, come spesso capita, nella misura in cui certi ambienti non si rivisitano, non vengono più frequentati con una certa sistematicità e assiduità, col passare del tempo finiscono anche per essere dimenticati…

l presupposti dell’istituzione della Caritas in Italia sono da ricercare in alcune importanti acquisizioni del Concilio Vaticano Il tra cui, principalmente, la concezione di Chiesa come comunità che si sviluppa attorno a tre dimensioni fondamentali; esse sono: l’annuncio e l’ascolto della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della Carità.

La Chiesa, costituita dalla carità divina, è chiamata, infatti, a strutturarsi sul territorio come comunità che, pur nellaIMG-20170321-WA0018 diversità dei ruoli e dei carismi, sollecita la corresponsabilità di tutti per «… far maturare le comunità parrocchiali come soggetto di una catechesi permanente e integrale, di una celebrazione liturgica viva e partecipata, di una testimonianza di servizio attenta e operosa» (Evangelizzazione e testimonianza della carità, n. 28).

Proprio per contribuire a promuovere il nuovo volto della Chiesa nel mondo contemporaneo – così come emerso dalle due costituzioni conciliari Gaudium et Spes e Lumen Gentium – la CEI, con decreto del 2 luglio 1971, istituisce la Caritas Italiana, con un preciso ruolo: che andasse cioè oltre l’assistenza e l’intervento nell’emergenza; in sostituzione della POA/ ODA.

Precedentemente, infatti, l’esercizio della carità era spesso relegato a fatto marginale e discrezionale nella vita cristiana per lo più percepito come privato.

Paolo VI, in occasione del primo Convegno Caritas del 1972, affermava: «Una crescita del popolo di Dio, non è concepibile senza una maggiore presa di coscienza da parte di tutta la comunità cristiana, delle proprie responsabilità nei confronti dei suoi membri. La carità resterà sempre per la Chiesa il banco di prova della sua credibilità nel mondo».

Alla base di tutto il discorso vi sono dei criteri generali entro cui la carità si pone come verità e quindi entro cui la Caritas trova il proprio modo di vivere e di agire. La carta pastorale della Caritas (Lo riconobbero nello spezzare il pane n. 29) ne individua 4; essi sono sintetizzati con le seguenti affermazioni:

  1. Vera carità cristiana ed ecclesiale è quella che evangelizza mettendo in luce un amore che è da Dio e del suo Regno;
  2. Questa carità, anche in situazioni in cui per vari motivi non c’è annuncio esplicito di Gesù Cristo, è sempre portatrice di senso, ulteriorità, speranza, apertura e liberazione per la vita di ogni persona che incontra;
  3. la Caritas è un organismo ecclesiale che non ha finalità propria e autonoma; persegue invece una finalità globalmente e totalmente ecclesiale; in altre parole non lavora per sé, per il successo della Caritas, ma per contribuire a dare il volto, il sapore, il senso della carità cristologica e trinitaria a tutta la Chiesa;
  4. la carità è dimensione essenziale di una Chiesa in missione, dovunque e comunque la missione si attui: dal territorio di vita e testimonianza quotidiana, fino all’angolo della terra più lontano e all’ambiente di vita più problematico.

Prescindere da questi principi, ossia non attuarli o peggio non prenderli in considerazione, equivarrebbe a non fare Caritas; far altro, forse anche di buono, ma non Caritas e, come ci ricorda quotidianamente Papa Francesco, equivarrebbe a non essere neanche Chiesa. …
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2° intervento di don Francesco
Le Caritas Parrocchiali: attenzione verso gli “ultimi” e rinnovamento della pastorale
Anche in questa seconda parte, che verte più direttamente sulle Caritas parrocchiali, facciamo riferimento alla EG dove Al Capitolo primo esorta ed incoraggia la Chiesa ad essere “in Uscita”. E quindi anche la Caritas in uscita. Che cosa si intende per chiesa in uscita? Al n. 24 di EG così si legge: “La Chiesa in uscita è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano… La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore, e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi… Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa!

Tuttavia, al n. 82 il Papa dice:Il problema non sempre è l’eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile.

EG titola il 2. paragrafo del Capitolo IV “L’Inclusione sociale dei poveri”. Oltre che esprimere piena soddisfazione sul fatto che per la prima volta un documento pontificio adoperasse il termine inclusione sociale, credo sia anche necessario evidenziare che, l’esatto contrario, dal punto di vista – passatemi il termine – della “convivenza ecclesiale” equivarrebbe ad affermare la scomunica (inclusione >< esclusione); perciò ritengo di alto valore comunionale l’affermazione contenuta nel titolo (inclusione), sia dal punto di vista dei rapporti umani, sia dei rapporti con Dio. Infatti al n. 186 afferma: “Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società… Rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori dalla volontà del Padre e dal suo progetto, perché quel povero «griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te» (Dt 15,9).”

IMG-20170321-WA0020Come affermato in più parti, l’aspetto comunitario costituisce il filo rosso sia dell’evangelizzazione come della testimonianza della Carità; è l’intero Corpo che esprime la pienezza della propria vitalità. (cfr. esempi).

Papa Francesco nella EG richiama più volte questo aspetto. A questo proposito richiamiamo anche il N. 188 nel quale è ben messo in evidenza l’aspetto comunionale e comunitario. In verità il termine solidarietà, propriamente, è entrato pienamente nel vocabolario cristiano a partire dal magistero di Giovanni Paolo II e precisamente con l’Enciclica commemorativa della Populorum Progressio, la Sollicitudo rei socialis (30.12.1987)  e conferisce alla realtà del termine un preciso contenuto etico e politico. Al n. 38 della SRS dà la seguente definizione: “Non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti”. Qui, dicevo al n. 188 Papa Francesco scrive: “La parola solidarietà si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni”.

In un crescendo di toni, al fine di ribadire, ridire e sostanziare sempre di più il discorso sulla testimonianza della Carità, al n. 201 sottolinea: “Nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali…”.

Fino ad arrivare all’affermazione del’ n. 207 che, a mio modo di vedere, segna un punto apicale dell’intero discorso: “Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti”.

Qui, oltre il commento che comunque è richiesto all’intero testo, a mio avviso, pare importante mettere in evidenza, sottolineandolo ulteriormente, quell’ anche: “correrà anche il rischio della dissoluzione”. Mi verrebbe da chiedere in quale altro grave rischio si incorrerebbe oltre a quello già nefasto della dissoluzione?  Indirettamente viene affermato che per la comunità il fatto di starsene tranquilla è già di per sé un gravissimo pericolo per se stessa, ossia per la propria sussistenza. A latere del discorso potremmo anche chiederci quante volte invece quasi quasi non sogniamo questa tranquillità! Una tranquillità fatta di non problemi, assente di fatto dalla vita ordinaria (cfr. Caritas Cristi urget nos).

Ritornando al testo, ritengo sia molto illuminante riguardo al nostro argomento. Ogni comunità, …se vuole realizzare se stessa deve adoperarsi affinché nessuno sia escluso e tutti si sentano parte viva e attiva; (in altre parole deve investire in Carità): anche per la propria chiesa domestica, la famiglia e per quella più grande della Chiesa.

La famiglia, la comunità, la parrocchia ecc. per fare questo possiede già degli strumenti; strumenti che innanzitutto sono dei doni. Il primo di questi è la sua stessa essenza, cioè di essere comunità.  Nella misura in cui la comunità, in ogni suo membro, ha la piena consapevolezza di essere un dono, avrà anche la capacità di mettersi in relazione. La consapevolezza di essere tale, alla comunità le proviene dal fatto che…
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1° Intervento don Fr.Soddu

2° Intervento don Fr.Soddu