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“Fasce e s-fasci”. Messaggio di Natale del Vescovo Morfino

O sole di giustizia, raggio benedetto, prima fonte di luce; o ardentemente desiderato, al di sopra di tutto; potente, inscrutabile e ineffabile; gioia del bene, visione di speranza soddisfatta, lodato e celeste, Cristo creatore; re della gloria, certezza di vita, colma i vuoti della voce, di me miserabile, con la tua parola onnipotente; e offrila come supplica gradita al Padre tuo altissimo, perché sei venuto nel mondo con le mie sembianze…

Tu, solo principe del bene,

compassione indicibile, Figlio di Dio altissimo,

sei tu che mi hai mostrato che la vita

è mezzo di perdono e di salvezza

e non di perdizione e di condanna,

tu ha cambiato la mia pena quotidiana in un annuncio pieno di speranza!

Per me, malato, tu sei medico;

per me, pecora smarrita, tu sei pastore;

per me, servo fiducioso, tu sei Signore;

per me, così debole, tu sei vino generoso.

Per me ferito, tu sei balsamo che sana;

per me prigioniero del peccato, tu sei liberazione;

per me, rifiutato, tu sei benedizione;

per me, disprezzato, tu sei sigillo di grazia.

Per me, scoraggiato, tu sei dolce speranza;

per me, escluso, tu sei sostegno di vita;

tu solo sei grande e pieno di bontà: tu, che doni i tuoi beni con larghezza che supera ciò che chiediamo e ci è dato comprendere.

Figlio del Dio vivente, benedetto in ogni cosa, semente insondabile del temibile Padre, nulla ti è impossibile!

Al sorgere del sole senza ombra della tua misericordia,

i crimini si disfano,

gli infernali svaniscono,

le trasgressioni sono cancellate,

le costrizioni sono frantumate,

le catene si spezzano, i morti si lanciano in piedi,

le ferite cicatrizzano, le piaghe purulente guariscono,

il marciume è rimosso, le tristezze sono annientate,

le grida di dolore si allontanano,

la tenebra prende fuoco, la nebbia si dissolve,

il buio si rischiara,

il crepuscolo prende fine,

l’oscurità si fa luce, la notte se ne va,

l’angoscia è rimossa, le disperazioni spariscono,

i guai sono colpiti a morte

e la tua mano potente regna, espiatore!

 

“Tu compassione indicibile, Figlio di Dio altissimo, mi hai mostrato che la vita è mezzo di perdono e di salvezza e non di perdizione e di condanna”. Così il santo dottore della Chiesa Gregorio di Narek nel suo Libro di preghiere. Gregorio che, Nerses di Lambron, un altro campione di vita evangelica, chiama “angelo rivestito di un corpo”.

È in questa compassione indicibile, che è il Figlio, che il crepuscolo prende fine, la luce avanza e, di più, la tenebra prende fuoco. È in questo crepaccio di Eterno, che squarcia l’orizzonte, che apprendiamo che la carne, proprio quella nostra povera, pesante e marcescente, è mezzo di perdono e di salvezza! Sì: “Il Signore non ripudia mai!” (Lam 3,31).

E invece, ripudiato lui, domiciliati ostinatamente nel crepuscolo e snobbato l’Eterno crepaccio, la carne – e proprio quella nostra – riacquista la sua irriscattabile grevità di perdizione e di condanna.

Noi vegliamo attendendo nella fragilità della fede, nella gioiosità della speranza e nell’operosità dell’amore, l’inesausto Veniente, il Signore Gesù. E in questo annuale frammento di tenebra incendiata, il nostro desiderio saturo di eterna nostalgia, implora di vedere Dio.

Per questo, ogni giorno, sulle nostre labbra di oranti, la liturgia fa esplodere quell’intreccio incoercibile di desideri che ogni cercatore di Dio – proprio perché già da lui trovato – porta in sé: “Non nascondermi il tuo volto” (Sl 26,9); “Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?” (Sl 12,3); “Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto!” (Sl 4,7); “Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sl 79,4.8.20); “Di te ha detto il mio cuore: ‘Cercate il suo volto’; il tuo volto Signore io cerco. Non nascondermi il tuo volto!” (Sl 26,8); “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente! Quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sl 41,3).

E quando sappiamo accogliere il dono della presenza del Sigillo di grazia e Semente dell’insondabile Padre, veniamo sfrattati dell’afasia e, finalmente, pronunciamo parole di vita per altri: “Cercate sempre il suo volto!” (Sl 104,4). Sì, i credenti di questa santa Chiesa  pellegrina verso il Regno, confessano nella santa assemblea e in ogni luogo reso assemblea santa perché da loro abitato, sempre amato e perseverantemente servito, che solo la visione della Speranza soddisfatta può indicare il “sentiero della vita” dove è “gioia piena” nella sua presenza e “dolcezza senza fine” (Sl 15,11). Lì, solo lì, proprio lì!

Di più: è così che i guai sono colpiti a morte e l’antidoto ad ogni ammanco di vita è efficacemente somministrato: “Cercatemi e vivrete” (Am 5,4). La vita corre sul filo di questo questuare e molto ci stupisce: il testo profetico pone il segreto della vita non tanto nel trovare quanto nel cercare, continuamente, strenuamente, instancabilmente. Certo è che questa ricerca che partorisce all’incontro, ha una condizione, quella dell’esserci non a scampoli, non a intermittenza e non scialbamente: “Cercherai il Signore Dio tuo e lo troverai, se lo cercherai con tutto il cuore e con tutta l’anima” (Dt 4,29).

Qui inizia la festa. È lui, il Principe del bene, la festa!

Colui che è dominato da un unico amore, colui che nella solitudine offre la testimonianza della solidarietà più universale, colui che è pronto a sostare là dove la strada per gli uomini è bloccata, colui che visita le profondità infernali di questo mondo e del cuore umano, lui, il Servo, unico Principe del bene, è colui che realizza la festa. Lui nostra festa.

 

Fasce gloriose

“La madre diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce, lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7).

Le fasce. Un segno dato anche ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12). Le fasce. Un’indicazione che va al di là dell’apparenza esterna. Le fasce: segno di una condizione fragile, debole, avviata alla morte. Le fasce. Segno non di un fac-simile di Incarnazione, ma di una presa di carne verace del Verbo.

Se da una parte vi è la gloria del Signore che “avvolge” i pastori e li investe di luce intensa (2,9), dall’altra il Bambino è “avvolto” in fasce. L’evangelista Luca rende eclatante il contrasto: la “gloria del Signore” indica sempre la glorificazione pasquale che il Padre conferisce a Gesù (Lc 9,26.31.32). Egli intende dire che il bambino di Betlemme è tutto divino: è il “Salvatore-Cristo-Signore” (Lc 2,11), tre titoli che la catechesi lucana degli Atti degli Apostoli attribuisce al Risorto. Ma di questa natura gloriosa del Bambino, all’esterno, non traspare nulla! Ora che egli è nato per noi, per tutto il popolo (Lc 2,10.11), condivide realmente, in tutto e senza finzione, la condizione di vita umana. Attorno a lui, non brilla alcun alone di “gloria e di splendore”. Come figlio dell’uomo, è ricoperto di fasce e come qualsiasi altro neonato è fragile, inerme, indifeso. Deve essere accudito e curato.

È in verità che il “Figlio dell’Altissimo” (Lc 1,32) è diventato “figlio di Maria” (Mc 6,3) e “figlio del falegname” (Mt 13,55). “Il Verbo [che] era presso Dio” (Gv 1,1) è additato come “l’uomo che si chiama Gesù” (Gv 9,11). Lo scenario del suo trentennio iniziale, è un’anonima carpenteria (Lc 2,39-52). Quando inizia a muoversi per le strade assolate della Palestina, è circondato da un gruppo di uomini composto di persone piuttosto… feriali (Lc 6,12-16). Gesù prova fame, sete e sonno (Mt 4,2; Gv 4,8; Mc 4,38); sente la stanchezza del viaggio (Gv 4,6) e l’amarezza dell’ingratitudine (Lc 17,17-18). Ha compassione della vedova alla quale era morto l’unico figlio (Lc 7,13) e piange la morte dell’amico (Gv 11,35.38). Verso i samaritani che gli rifiutano ospitalità, non sbraita né maledice, né fa scendere dal cielo il fuoco, come invece sollecitano i suoi amici, Giacomo e Giovanni (Lc 9,51-56); gli scalda il cuore il calore dell’accoglienza in casa di Marta, Maria e Lazzaro (Lc 10,38-40). Al Getzemani cerca conforto dai suoi amici, anche se non lo troverà (Mc 14,34.37). Non scende dalla croce (Mt 27,39-44). Muore come ultimo dei disgraziati. In verità, il “Sole di giustizia” (Ml 3,20) non acceca nessuno, così che tutti fossero costretti a seguirlo ma, al contrario, è vestito di carne perché ogni carne possa accoglierlo. La “gloria di Dio”, che spetta all’Unigenito del Padre (Gv 1,14), e sopravvestita da vera carne, povera e angustiata carne. La nostra.

 

Fasce amorose

Le fasce. Maria ne riveste il suo piccolo: queste fasce raccontano delle cure materne che, assieme a Giuseppe presta a Gesù, perché potesse crescere amato e curato e così diventare grande. Ma ad un certo punto Luca sembra… impappinarsi e dimenticare ciò che ha appena scritto. Al v. 12, l’angelo indica ai pastori il segno: “Troverete un bambino, avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Poi, invece, al v. 16, quando i pastori vanno lì dove l’angelo ha loro indicato, il segno pare svanito. L’evangelista scrive che essi “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia”. Luca pare proprio essersi confuso… Nel v. 12, il segno dato ai pastori è: bambino/fasce/mangiatoia; al v. 16, invece, i pastori trovano Maria-Giuseppe/Bambino/mangiatoia. Ognuno si accorge che, dei tre elementi indicati dall’angelo al v. 12 ai pastori – bambino/fasce/mangiatoia – soltanto due appaiono nel v. 16: bambino/mangiatoia. E le fasce? Sparite! Luca, al loro posto, come segno, pone Maria/Giuseppe. Perché?

Chi ha un po’ di familiarità con la Bibbia, sa che un neonato avvolto in fasce fin dalla nascita, è figlio amato, curato, custodito senza risparmio da chi lo ama. Questo neonato non è un abbandonato, non è NN, non è un incomodo (cf Sap 7,4; Gb 38,8-9 ed Ez 16,4). Se sul frutto del grembo, abbandonato in aperta campagna nel giorno della sua nascita in Egitto, si chinò amorevolmente Dio stesso (Ez 16,4-6), sul primogenito Figlio Gesù, vegliano con cura amorosa Maria e Giuseppe (Lc 2,7.16). Le fasce sparite del v. 16, non sono uno svarione dell’evangelista. Le fasce sono sostituite dal ministero amoroso di Maria/Giuseppe che “avvolge” Gesù, lo “circondavano” di cure. Quel ministero di cura amorosa che lì e a Nazaret permette a Gesù di crescere “in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52).

 

Fasce mortali

Le fasce. La Chiesa ha sempre intravisto nella mangiatoia (Lc 2,7), la silenziosa profezia della tomba nuova “scavata nella roccia” (Lc 23,50-53). Il misterioso raccordo tra fasce/mangiatoia degli inizi e bende/sepolcro dell’epilogo, hanno accompagnato la comunità cristiana in ogni tempo. Romano il Melode, poeta, innografo e santo, mette sulla bocca delle mirofore che portano al sepolcro gli unguenti profumati, queste parole: “Presto, andiamo come già fecero i Magi, adoriamolo e a lui, avvolto non più nelle fasce ma nella sindone, portiamo in dono i profumi”.

Le fasce. Segnalazione discreta della tomba che all’orizzonte reclama il suo posto. Se Maria “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2,7), Giuseppe di Arimatea cala il corpo di Gesù dalla croce, “lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba” (Lc 23,53). Le fasce tirate fuori gioiosamente da Maria e le “bende funebri” portate dolentemente al Golgota da Giuseppe di Arimatea; la mangiatoia e la tomba paiono conclamarsi, esigersi, spiegarsi l’un l’altra. Il Messia di Dio, una volta vestita seriamente la carne assume – e non apparentemente – anche la morte. Quella terribile morte. Venendo “fra i suoi” (Gv 1,11), viene nel nostro mondo anche per morire: “Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,27).

“Il «segno» di Betlemme era questo: una mangiatoia, nella quale giace un Bimbo stretto in fasce (Lc 2,7.12). Il «segno» della Pasqua, invece, diverge notevolmente: una tomba vuota, nella quale giacciono soltanto le bende (Lc 24,12; cf Gv 20,5-7), e non più il corpo di Gesù come al momento della sepoltura (Lc 23,53). Il che vuol dire che Gesù, risorgendo, non ha deposto la nostra umanità; di essa ha abbandonato unicamente l’aspetto debole, limitato e mortale, significato dalle bende in cui era avvolto. Le fasce funerarie rimangono nella tomba, mentre Gesù risorge con la sua umanità invasa e permeata dai fulgori della gloria di Dio: la sua veste, ormai, è lo Spirito Santo! Egli, nuovo Adamo, torna a danzare nell’Eden, nella beata nudità della gloria, così come il primo Adamo, avanti la colpa, era nudo, poiché l’amicizia con Dio era il suo manto” (Aristide Serra).

 

Mangiatoia. O della mensa imbandita

Maria “depose” il Bambino “nella mangiatoia” (Lc 2,7). In greco è usato il verbo anéclinen che indica il porsi a tavola, l’accomodarsi, come anche il gesto compiuto dal padrone di casa che mette a proprio agio gli ospiti, e li invita a prendere comodamente posto. Anéclinen è il gesto di chi imbandisce la tavola, di chi prepara l’ambiente, di chi porge la mano e dà il benvenuto: “Accomodati!”. È l’esplicito segno di dichiarare all’ospite il gradimento e la gioia della sua presenza, mettendolo a proprio agio. È farlo sentire di casa.

Maria anéclinen il figlio in una mangiatoia: per Luca non si tratta semplicemente di aver trovato un indispensabile sostitutivo alla culla per Gesù, visto che si trovano in una situazione molto avara di comodità. La mangiatoia (phàtne) evoca la tavola imbandita, il pasto; è allusiva alla mensa che il neonato cresciuto, imbandirà per i suoi, facendosi lui stesso mangiabile. C’è un rimando, neppure troppo velato, al Pane della vita, quel pane che si rende disponibile ad ogni umano che deve potersi nutrire per continuare il cammino. È il Panis viatorum. Il Pane dei pellegrini. È cifra dell’Eucarestia. Luca, in Maria che anéclinen il bimbo nella mangiatoia, già vede l’inizio della festa, già annuncia che il bambino sarà corpo spezzato e sangue versato per la vita del mondo. Gesù, “deposto nella mangiatoia”, è già tavola imbandita e cibo sostanziale per quei tutti per i quali deporrà se stesso in dono.

“Fu posto in una mangiatoia per indicare che veniva espressamente per essere cibo, offerto a tutti, senza eccezione. Il Verbo, Figlio di Dio, scegliendo la povertà e giacendo in una mangiatoia, trae a sé ricchi e poveri, colti e incolti. Per mezzo dell’umanità assunta, il Verbo di Dio si mostra in una mangiatoia, perché a tutti gli esseri ragionevoli e irragionevoli fosse aperta la possibilità di partecipare al cibo della salvezza” (Teodoto di Ancira, Discorso nel giorno della Natività del Salvatore).

 

S-fasciati

Le fasce gloriose. Un segno dato anche a noi. Segno sì dell’“indicibile Compassionevole”, del “Principe del Bene”, del “Raggio benedetto, della prima Fonte di luce, e dell’ardentemente Desiderato; segno sì “del Medico, del Vino generoso e del Balsamo che sana”; segno sì della “Speranza soddisfatta”. Ma fasce gloriose di un’umile gloria. Segno fragile, segno che non abbaglia, segno che non costringe, segno che non attira l’attenzione.

Proprio in queste fasce rintracciamo la chiamata di Dio per la nostra comunità cristiana. Guai occultarle, guai fraintenderle, guai sostituirle. Guai s-fasciarci!

Non possiamo farci sottrarre le fasce né possiamo sottrarci ad esse perché, da s-fasciata, la Chiesa, dismette la cura dell’inerme, si infastidisce della mano che chiede, non spende più energie per l’indifeso, non ha più beni per chi implora di essere curato, accudito, accolto.

S-fasciata, la Chiesa smette di “deporre”, cioè di far accomodare, di mettere a proprio agio, di far sentire a casa, tutti.

S-fasciata, la Chiesa non imbandisce più mensa e non si imbandisce più come mensa gratuita, mensa che sazia, mensa che fa sedere, insieme, incomponibili diversità.

S-fasciata, la Chiesa non trova più forza di eccedere nell’amore e si incammina nell’arido deserto del calcolo.

S-fasciata, la Chiesa reputa di perdere tempo prezioso attardandosi in quella “anonima carpenteria” che è la ferialità, in quella storia che non gli concede più palcoscenici di rilievo, zone riservate, corsie preferenziali.

S-fasciata, la Chiesa si scrolla di dosso ogni trentennio nazaretano: nascosto, laborioso, sottomesso.

S-fasciata, la Chiesa non riesce più a “cancellare trasgressioni, a frantumare costrizioni, a spezzare catene”.

S-fasciata, la Chiesa non ha più forza di “lanciare in piedi i morti, di cicatrizzare ferite, di non schifarsi delle piaghe purulente”.

S-fasciata, la Chiesa non è più abile a “rimuovere marciume, ad annientare tristezze, a placare grida di dolore”.

S-fasciata, la Chiesa pensa di non avere più il potere di “incendiare la tenebra” che attanaglia cuori e menti, di “dissolvere la nebbia” che non consente più di vedere, in anonimi volti, fratelli, sorelle, madri, padri, figli, figlie. Amici.

S-fasciata, la Chiesa si domicilia in un “crepuscolo infinito”, che più non l’abilita a “scorgere orizzonti, rimuovere angosce e colpire a morte i guai” che rubano lacrime ai suoi figli.

S-fasciata, la Chiesa calpesta il Sigillo di grazia!

Ma noi siamo la Chiesa. E noi ci s-fasciamo sul serio ogni qual volta aborriamo le fasce del Bambino. S-fasciato il Bambino è s-fasciata la Chiesa. S-fasciati siamo noi.

Il Natale e le fasce, sono cosa terribilmente seria: Caro salutis est cardo “la carne è il cardine della salvezza” (Tertulliano, De carnis resurrectione, 8,3).

Chiesa santa di Alghero-Bosa, festeggeremo la nascita di Gesù celebrando la santa Eucarestia. Ma non è forse strano celebrare la nascita di un bambino facendo memoria della sua morte? Certo, per un altro bambino non faremmo memoria grata della sua nascita già tutta pervasa di morte…

Ma sarà giustissimo e santo celebrare la nascita di Gesù facendo Eucarestia. Anzi, è l’unico modo di celebrarla, perché è il dono della sua morte e della sua risurrezione che ci dà il senso della sua nascita, ed è grazie alla sua morte e risurrezione che noi possiamo celebrare e festeggiare in modo pieno la sua nascita. Perché la nascita di Gesù è tutta orientata verso il dono totale di sé; la sua nascita è il dono che incomincia a darsi e che sarà compiuto quando Gesù avrà dato tutto di sé, per noi, sulla croce. È dunque immergendoci nel suo darsi fino a morire per amore di noi, che possiamo festeggiare nel modo migliore la nascita di Gesù. Ed è proprio grazie all’Eucarestia che noi possiamo celebrare il Natale: non come semplice romantico ricordo, ma come dono che raggiunge l’oggi e, ancora “incendia la tenebra”.

Grazie all’Eucarestia, Gesù è ancora e sempre, per noi, Emmanuele, Dio-con-noi.

Nella santissima notte, in quella Eucarestia presieduta dal vescovo nella ecclesia mater, nella cattedrale in Alghero, tutti sarete ricordati, accolti, abbracciati e affidati al Veniente. Nessuno mancherà. Nessuno verrà escluso. Di ciascuno si farà memoria grata ai piedi del Deposto e sempre deponentesi per noi.

Vorrei lasciarvi in dono prezioso, una perla luminosissima da custodire con cura nei giorni santi del Natale, perché riscaldi e guidi il vostro condividere la festa con chi amate e, cristianamente – sempre! – con qualche povero. Un testo denso, antichissimo e per certi versi unico: è, probabilmente, la più bella anafora (testo che “ripete” parole e concetti per portarli al massimo della espansione perché venga capito fino in fondo) usata nella chiesa copta etiope. È chiamata “Anafora di San Giovanni figlio del tuono”. Gusterete, ne son certo, uno stupore grande, che porterà luce nei giorni già incandescenti di mistero, lì dove si incendiano le tenebre.

O Signore, a Te innalziamo i nostri occhi, a Te eleviamo i nostri cuori, le nostre coscienze e le nostre menti. Tu sei eterno, esistendo prima che l’universo fosse creato, vivente nei secoli dei secoli. Non v’è limite alla tua potenza, nessuno può capirti completamente, e nessuno può comprendere la pienezza della tua essenza. Nessuno può comprenderti né vederti. Tu conosci Te stesso, il tuo regno è senza fine, la tua potenza è immutabile, la tua grandezza infinita, ma la tua gloria non è nascosta. A tutti Tu sei invisibile, eppure tutto è visto da te.

Tu non hai inizio, ma a tutto tu metti fine. Infinito Tu sei, ma a tutto metti limite. Tutte le cose sono da Te, tutte le cose sono per mezzo di Te e tutte le cose sono in vista di Te. Tu sei in tutti, nella tua grandezza sei più eccelso degli eccelsi. Tu visitasti l’umile per mezzo della venuta di tuo Figlio. Nella tua invisibilità, Tu sei più remoto di tutti i distanti; eppure, per mezzo della Tua compassione, Tu avvicini a Te coloro che sono lontani. Tu sei dentro di tutti, eppure Tu sei al di là ogni cosa. La tua grandezza è celata in Te, la tua potenza è nascosta in Te. Tu stesso veli Te stesso con Te stesso, e celi Te stesso in Te stesso.

Tuo Figlio, che Tu generasti, ci ha parlato di Te. Egli che fu da te generato, ci ha portato notizie di te. Egli è onorato come Te, che eternamente lo generi. Tu ci hai parlato di lui del quale tu testimoni per mezzo della tua parola che egli è veramente tuo Figlio e che tu sei veramente suo Padre. Essi Ti adorano con il tuo Figlio, che ha gloria con colui che lo genera. Non v’è giorno tra Te e lui, e non v’è ora tra il Figlio e il Padre. Il Padre non è maggiore del Figlio e il Figlio non è minore del Padre. Il pensiero del cuore, pensando profondamente, non può correre più veloce del corriere o essere esaltato più dei veglianti [gli angeli], non è in grado di comprendere l’insondabile mistero, entrare a vederti; cercare di conoscerti anche per un’ora, anche per un momento. Nessuno sa cosa c’è tra il Figlio e suo Padre.

Ma il tuo Spirito Santo vivente conosce la profondità della tua divinità. Egli ci ha annunciato la tua natura e ci ha parlato della tua unicità. Ci ha insegnato la tua unità e ci ha aiutato a conoscere la tua Trinità. Ci ha parlato della tua incorruttibile uguaglianza, della tua inseparabile unità e della tua immutabile natura.

Il Padre testimonia del Figlio e dello Spirito Santo. Il Figlio predica sul Padre e sullo Spirito Santo. Lo Spirito Santo insegna del Padre e del Figlio, affinché i tre possano essere adorati in un solo Nome.

Tu rendi nota la tua gloria celata e ineffabile a coloro che Ti lodano e a loro la mostri per mezzo della compassione della tua grazia. Gli eccelsi nei loro gradi, gli angeli nei loro ordini, i veglianti nel loro fulmine, i cherubini con potere, i serafini con gloria, e tutti con timore e tremore, adorano il Signore che è vicino come se fossero lontani.

Coprono i loro volti con il fulmine, perché il fuoco che consuma non li consumi, e coprono i loro piedi con tizzoni ardenti, perché la fiamma della Potenza non li arda. Volano per i quattro angoli della terra e nei luoghi remoti davanti a Colui che è in ogni estremo della terra. Con grandi, lucenti e meravigliose parole invocano Colui che è invisibile per santificarlo. Con le loro schiere, i lori ordini e la loro congregazione, con i loro ranghi ti glorificano, Padre, e ti adorano; e glorificano il tuo Unigenito Figlio e il tuo Spirito Santo vivente.

Tutti insieme ti rendono grazie per la tua gloria. Rendici eguali a loro così che possiamo dire insieme a loro “Signore ricordati di noi nella tua compassione”.

Santo, Santo, Santo, perfetto Signore delle schiere, cielo e terra sono pieni della santità della tua gloria. Come loro, Ti ringraziamo e crediamo che Tu sei santo, santo, santo, perfetto Signore delle schiere, e che cielo e terra sono pieni della santità della tua gloria.

Tu sei unico ed eterno, Padre santo. Tu sei unico ed eterno, Figlio santo. Tu sei unico ed eterno, Spirito Santo: tre nomi, un solo Dio.

Tu hai accordato a tutti i tuoi santi, secondo la tua bontà, di essere santi.

Tu creasti tutte le tue creature con il tuo Verbo. Tu, diretto da nessuno, creasti tutte le cose. Senza affaticarti porti tutte le cose. Senza posa alimenti tutte le cose. Ti ricordi di tutti senza dimenticarti di alcuno. Dai tutto senza diminuire. Innaffi tutto senza seccarti. Ti ricordi di tutto senza dimenticanza. Vegli su di tutti senza riposare. Tutti ascolti senza ignorare alcuno.

Tutti perdoni, prendendo nulla per te.

Tu sei il Generoso a cui alcuno dà nulla, il Creatore che nessuno dirige, il Sovrano che nessuno nomina, il Signore che nessuno giudica, il Dio a cui nessuno presta, che non è arricchito da nessuno. Tu sei colui che dona dalla sua abbondanza.

Mentre Tu colmi ogni luogo, ci è stato detto di un modo in cui possiamo riceverTi.

Tu inviasti il tuo Figlio a noi. Egli venne senza essere separato da Te. Camminò senza allontanarsi da Te. Egli era con te con tutto il suo corpo e Tu lo inviasti a noi senza essere separato da Te. Egli è dove Tu sei. Egli fu con suo Padre in paradiso mentre era con noi sulla terra. Egli discese senza sottrarre all’alto e senza aggiungere in basso.

Fu concepito nel grembo eppure il grembo non lo limitò; abitò nel grembo eppure Egli era infinito; il Creatore di ogni carne visse nel grembo.

Colui che siede al di sopra dei cherubini abitò in una figlia di carne; il fuoco che consuma fu messo nella carne; lo Spirito invisibile fu rivestito di carne; Egli nacque da ciò che era nascosto verso ciò che era aperto; Colui che dà forma ai bambini nel grembo divenne Egli stesso bambino; lo avvolsero in panni, Lui che era vestito di luce.

Egli abitò nella casa del povero come uno che era povero; come Re inviò messaggeri perché gli portassero doni da lontano. Colui che fa conoscere alla mucca il suo proprietario, dormì in una stalla. Crebbe come un bambino e lo adorarono come Signore di tutte le cose.

Camminò come uomo eppure operò come Dio. Volontariamente divenne affamato come figlio dell’uomo e accordò a molti affamati di essere saziati con un piccolo pane, secondo il Suo potere. Fu assetato come un uomo che muore, e trasformò l’acqua in vino come Lui che è capace di dare vita a tutti. Dormì come i figli della carne, e risvegliò e sgridò i venti come Creatore. Si stancò e riposò come umile, e camminò sulle acque come eccelso.

Lo picchiarono sulla fronte come servo ed Egli ci liberò dal giogo del peccato come Signore di ogni cosa. Sopportò ogni cosa. Colui che guarì il cieco con il suo sputo e ci diede lo Spirito Santo, ricevette lo sputo degli impuri.

Colui che perdona i peccati, fu accusato da loro come un peccatore. Il giudice dei giudici fu giudicato da loro. Fu crocifisso sull’albero per distruggere il peccato. Fu contato tra i peccatori per annoverarci tra i giusti.

Morì per sua propria volontà e fu seppellito volontariamente. Morì per distruggere la morte. Morì per dare la vita ai morti. Fu seppellito per far risorgere coloro che erano sepolti, per conservare i viventi, per purificare gli impuri, per giustificare i peccatori, per riunire insieme coloro che erano dispersi, e per riportare i peccatori alla gloria e all’onore.

Gloria, onore e gratitudine a Te per sempre.

Per i morti che Tu risuscitasti, per i vivi che Tu conservasti, per gli impuri che Tu purificasti, per gli ingiusti che Tu giustificasti, per i dispersi che Tu riunisti, per i peccatori che Tu riportasti, Tu devi essere creduto. Amen.

Noi Ti adoriamo e Ti glorifichiamo, Tu che sei l’oggetto della saggezza, la parola del consiglio, il tesoro del soccorso, la dimora della beatitudine, la fonte del guadagno, la fontana della profezia, il meraviglioso torrente, glorificato dagli Apostoli, il pozzo di onore, l’ornamento del regno, la pura corona del clero, Tu sei il Re che ha la corona della gloria, che essi adorano. Tu sei l’origine della gloria, la luce dell’onore, indumento non tessuto, vestito che non fu filato, via verso il Padre e porta verso Colui che lo generò, tesoro che fu scoperto, perla che fu trovata, talento che fu moltiplicato, lievito che lievita il tutto, sale che dona sapore a chi non ha sapore,

Tu sei la luce che distrugge le tenebre, la candela che illumina il mondo intero, la fondazione inamovibile, la fortezza che non può essere distrutta, la nave che non può affondare, l’abitazione che non può essere minacciata, il facile giogo, il fardello leggero: questo è Gesù Cristo che è potere e saggezza di suo Padre.

Egli pensa a tutti, nutre tutti, dà al cieco luce per vedere, aprendo le finestre che erano chiuse, fa sentire al sordo e fa in modo che l’orecchio sordo senta, toglie dal corpo l’abito della lebbra e lo copre con l’abito della carne.

Rafforza la mano secca e fa camminare il piede zoppo. Rimette in sesto l’anima nel suo corpo e mette lo spirito nella sua abitazione. Affoga il branco di porci per la legione di demoni e toglie la malattia dal corpo malato.

O Sole di giustizia, dalle tue ali, o Sole di giustizia, sorge una fontana di bene.

Gloria, onore e gratitudine a Te per sempre. Amen.

 

Il Veniente si faccia incontro a ciascuno come pace e viatico di vita colma. Fraternamente vi abbraccio nella luce di quella tenebra ormai infuocata che nessuno potrà più estinguere

 

✠ padre Mauro Maria Morfino
vescovo di Alghero-Bosa