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Messaggio Quaresima-Pasqua: “Dal tuo Amore la nostra fraternità”

Pubblichiamo di seguito (scaricabile anche in .pdf dall’allegato)  il Messaggio del Vescovo Mauro Maria Morfino per il tempo di Quaresima-Pasqua 2017 e in preparazione alla Giornata diocesana per il fondo episcopale di solidarietà e carità del Vescovo prevista per Domenica 2 Aprile.

 

DAL TUO AMORE LA NOSTRA FRATERNITA’

Per accompagnare la Comunità cristiana a vivere fraternamente. Quaresima-Pasqua 2017

 

Annus mirabilis

Iniziamo questo denso tempo quaresimale-pasquale lungo novanta giorni – dal 1° marzo al 4 giugno – ancora interiormente illuminati e gioiosamente rinnovati da quella ventata evangelica che è stata il dono del Giubileo della Misericordia. Una densità di grazia, una eccedenza dell’amore del compassionevole Padre che tutto si è detto e dato in Gesù e che ci ha permesso di vivere come Comunità e come discepoli del Signore un annus mirabilis, un anno di meraviglie salvifiche, di consolazione del cuore e di benefici spirituali. Annus mirabilis nonostante le cronache ci calamitassero drammaticamente nelle spire di un annus horribilis.

Iniziando questo salutifero itinerario desidero ricordare a me e a voi quella Parola che ci ha spalancato le porte della Quaresima del 2016 e che diventa memoria feconda nel cuore e insostituibile chiave d’accesso per celebrare santamente i presenti giorni quaresimali e pasquali: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio” (2Cor 1,3-4).

Possiamo, dobbiamo, vogliamo confessarlo vicendevolmente: lo Spirito ci ha fatto sperimentare consolazione nelle nostre tribolazioni e così abbiamo potuto asciugare le lacrime di sorelle e fratelli in pianto. Stupiti, ci siamo sentiti amati sine modo e interiormente persuasi a riamare smodatamente. Perdonati incondizionatamente abbiamo avuto grazia di perdonare senza calcolo e senza usufrutto.

Quell’essere stati Amati e ri-chi-amati per la compassione – così titolavo le pagine indirizzatevi appunto l’anno scorso – ci ha fatto nascere alla gioiosa consapevolezza di essere stati fatti oggetto di un amore viscerale, unico e personale del Padre, nel Figlio Gesù per la forza dello Spirito: di un amore che non è venuto e non può venire meno per la fedeltà assoluta di Dio; di un amore che ci reinveste e reimmerge nell’Amore stesso senza sosta; di un Amore che ci ri-chiama ad ulteriore responsabilità personale e comunitaria. Come vi scrivevo: «Perché in noi e tra noi e attraverso noi la compassione diventi carne e sangue, volto e mano, cuore e testa, stile e orizzonte, clima e metodo. Chi ci incontra per le strade del tempo possa esclamare: ‘Se questo o questa è così compassionevole, come sarà Dio?!’».

Umilmente e riconoscenti al Padre di ogni dono perfetto, possiamo confessare di avere avuto la grazia immeritata di essere stati talvolta, per qualche fratello e qualche sorella, volto, mano e sguardo del compassionevole Padre buono, consegnando loro così il suo stile, introducendoli così nel suo orizzonte di luce e permettendo loro di respirare il suo clima. E misteriosamente, ogni qualvolta che abbiamo fatto nostro questo metodo divino, i primi ospiti divini siamo stati noi; i primi beneficiati siamo stati noi. E, ancora noi, i veri guariti dentro.

Ma oggi possiamo anche confessare con gioia che con Gesù, volto del “Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione”, molti fratelli e sorelle hanno assunto per noi i tratti inconfondibili di quel volto Santo: le loro parole buone e i loro gesti redenti ci sono venuti incontro grondanti di luce che ha squarciato il nostro intimorito e accartocciato orizzonte e ci ha consegnato all’inattesa possibilità di essere avvolti e interiormente convinti dall’eccedenza dell’amore di Dio. Proprio attraverso loro.

Questi stessi fratelli e sorelle son diventati per me, per voi, parabola vivente, icona del Verbo, frammento di Vangelo, Parola fatta carne. Personalmente, la domanda che ci auguravamo in cuore che chi ci avesse incontrato si sarebbe dovuto porre – ‘Se questo o questa è così compassionevole, come sarà Dio?!’ – in tanti frangenti e in molti incontri è rispuntata gioiosamente nel mio stesso cuore. Beneficandomi e commuovendomi. Ma ho appreso anche dalla bocca degli stessi interessati che così è stato per tanti di voi. Realmente, l’altro che ha grazia di rivestirsi dei “sentimenti del Figlio”, è visita divina, balsamo che risana e squarcio luminoso nella caligine che impregna i giorni difficili.

L’incontro con queste autentiche parabole viventi ci evangelizza, ci fa “toccare Dio” e fa brillare su noi la dolcezza del suo volto strappandoci così all’insignificanza e riscaldandoci il cuore nella certezza di appartenere a qualcuno, che qualcuno ha cura di me, che mi ap-prezza, che sperpera per me il suo tempo e le sue energie senza calcolo.

L’incontro con queste veraci icone del Verbo ci scuote, ci strappa dal torpore esistenziale in cui il credito dato all’effimero ci confina e ci fa invece intravvedere quegli stili di gioiosa semplicità di cui avevamo perso quasi la memoria, riconducendoci alla verità profonda della nostra vocazione umana e cristiana.

L’incontro con questi frammenti di Vangelo ci aiuta a discernere tra le cose che sono semplicemente urgenti e quelle che sono realmente importanti e tra queste, quelle che sono decisive per la vita. Perché un cumulo pesante di ore rischia di essere senza anima e senza respiro quando è ritmato da ciò che urge e non dall’afflato di valori essenziali. Un cumulo che, a lungo andare, diventa tumulo del senso della vita.

L’incontro con queste Parole fatte carne diventa l’inconfondibile, dolcissima carezza di Dio. Sono la nitida conferma che il Padre nel Figlio, per la forza dello Spirito solo ama e sempre ama. Sovrabbondantemente. Esageratamente. Eccedentemente. Sproporzionatamente.

 

Verbum admirabilis

È con questi fecondi ma quasi sussurrati sentimenti che desidero ancora raggiungervi, tutti e ciascuno, ognuno lì dove si tesse il filo dei giorni, lì dove scorre il fluire quieto e tumultuoso della vita, lì dove tentiamo di umanizzare, insieme ai compagni e alle compagne di viaggio che il Signore ci dona, quella manciata di giorni che, inanellati l’uno all’altro, fanno il mistero affascinante e tremendo della nostra vita vissuta nella carne. Lì dove ognuno “al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza” (1Tim 6,13), tenta di vivere con autenticità la propria fede dicendo il Vangelo con la vita.

Ma posso rivolgermi a voi non con parole mie di esortazione o di ammonimento o con riflessioni più o meno sagge, ma solo nella forza e con l’autorevolezza di quel Verbum admirabilis in cui la Comunità cristiana, ammaestrata dallo Spirito, riconosce il Verbo della vita perché ne sperimenta ogni istante l’incondizionata fedeltà, l’inossidabile credibilità e la vitalità sanante. Sono le parole così densamente abitate dallo Spirito del Signore, ispirate appunto, che nell’oggi della nostra storia personale e comunitaria, ci vengono consegnate dal medesimo Spirito perché diventino per ogni figlia e figlio di questa Chiesa di Alghero-Bosa e per ogni donna e uomo di buona volontà, via, viatico, bussola e, insieme, ferita nella carne, feritoia nel cuore e consolazione senza ammanchi nell’anima.

Senza questa Parola di luce non riusciamo a scorgere l’amore gratuito di Dio per noi e siamo convinti che, se c’è, ha altro da pensare che a me. Ma la non obbedienza alla Parola conduce inevitabilmente a deprezzare l’altro, confinandolo nell’indifferenza o nel maltrattamento. Papa Francesco ce lo ha ricordato nel Messaggio per questa Quaresima 2017: “La radice dei suoi mali [del ricco Epulone] è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello”.

Confesso con voi, ancora e sempre, la fede nell’adesione cordiale della nostra Comunità diocesana all’Admirabilis Verbum Dei: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo […] e le considera come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo. […] Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: ‘viva ed efficace è la parola di Dio’ (Eb 4,12), ‘che ha il potere di edificare e dare l’eredità con tutti i santificati’ (At 20,32; cf 1Ts 2,13)” (Dei Verbum 21).

Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa e noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore.

 

Dalla fraternità dovuta alla fraternità voluta

La percezione spirituale che mi ha spinto a scegliere per la nostra Chiesa il testo biblico che quest’anno vi propongo, è semplice. Come sopra ho tentato di dire, nel Giubileo della Misericordia siamo stati interiormente investiti e travolti da quell’onda “anomala” della Compassione divina resasi godibile in Gesù e in coloro che gli assomigliano. Per noi allevati, cresciuti e fatti grandi nell’inesorabile calcolo di opportunità, di meriti, di classifiche, di primati, di pregi, di postazioni… questa inconsueta Compassione ci ha rigenerati, questo irregolare Perdono ci ha restituito la gioia del cuore, questa anormale Prossimità ha risvegliato, prepotentemente, il desiderio di fraternità come bene decisivo per vivere. La gratuità dell’amore che ci ha avvolto ci ha svegliato all’alterità. Noi, in fondo, nasciamo veramente solo quando ci accorgiamo dell’altro, quando lo scorgiamo e iniziamo a dargli/le credito non più come comparsa sul palcoscenico della vita, ma come indispensabile altro-da-me. Fino a farci esclamare: mai senza l’altro!

Nel Giubileo abbiamo fatto l’esperienza di una fraternità in qualche modo dovuta: così tanto, così “troppo” eccezionalmente trattati da figli, che anche l’occhio più intorpidito non ha potuto nascondere a se stesso che il vicino comunque è fratello e la vicina comunque è sorella! Il Giubileo ci ha lasciato in dono questo recupero delle diottrie spirituali, ciò che la grande tradizione biblica e spirituale chiama “l’apertura degli occhi” o “apertura del cuore”. È in questo recupero di visuale e di sentire che la nostra Chiesa desidera permanere.

È il dono della fraternità dovuta, emersa dalla marea inarrestabile della Compassione che ci ha sommersi, che ci spinge a decidere come cammino ecclesiale per questo tempo, la fraternità voluta.

È solo dall’inattesa attenzione per me del Compassionevole Padre che ora riesco a scorgere l’altro e l’altra come fratello e come sorella.

Si, solo dalla Compassione la fraternità.

Scorgo dunque nella fraternità il proseguo del Giubileo della Misericordia, la piena fioritura di esso. Scorgo come decisivo per la nostra Chiesa in questo cammino verso la Pasqua di Risurrezione, ripensare gli stili relazionali e gli affetti condivisi tra noi a partire dalla fraternità: dono e compito di una Comunità cristiana che è stata, è, e sarà partner mai rigettato dall’Amore che è Dio.

La fraternità che abita la sacra Pagina non ha nulla di teorico e nulla di romantico: tutta la sua sensatezza e possibilità è iscritta nell’agápe, nell’amore che, antecedentemente a tutto, tutti investe.

È solo da questo senso “forte” dell’espressione “dalla fraternità dovuta alla fraternità voluta” che ne fiorisce un secondo, probabilmente più trasparente e immediato di quello che ho attribuito, nelle righe poco più sopra, all’espressione. È l’inevitabile altra faccia della medaglia. Per volere la fraternità c’è sempre un scelta da mettere in conto, un ri-decidersi per la fraternità; volere la fraternità significa anche vigilare per non imbarcarsi in relazioni di facciata, di comodo, di ruolo e dar vita, invece, a relazioni vere, significative, autentiche. Perché ogni legame fraterno esige sempre un asse veritativo e non raramente purificazione, liberazione, conversione. Il degrado può giungere a lambire tutto, anche la fraternità quando questa non è voluta, ma solo dovuta. Papa Francesco, nell’Omelia della Messa per l’imposizione delle ceneri il 1° marzo scorso, suggerisce a questo riguardo l’esigenza della “disciplina del no”, cioè del cambio di marcia quando dalle relazioni non sgorga più la vita: “Il soffio della vita di Dio ci libera da quella asfissia di cui tante volte non siamo consapevoli e che, perfino, ci siamo abituati a “normalizzare”, anche se i suoi effetti si fanno sentire; ci sembra normale perché ci siamo abituati a respirare un’aria in cui è rarefatta la speranza, aria di tristezza e di rassegnazione, aria soffocante di panico e di ostilità. Quaresima è il tempo per dire no. No all’asfissia dello spirito per l’inquinamento causato dall’indifferenza, dalla trascuratezza di pensare che la vita dell’altro non mi riguarda; per ogni tentativo di banalizzare la vita, specialmente quella di coloro che portano nella propria carne il peso di tanta superficialità. La Quaresima vuole dire no all’inquinamento intossicante delle parole vuote e senza senso, della critica rozza e veloce, delle analisi semplicistiche che non riescono ad abbracciare la complessità dei problemi umani, specialmente i problemi di quanti maggiormente soffrono. La Quaresima è il tempo di dire no; no all’asfissia di una preghiera che ci tranquillizzi la coscienza, di un’elemosina che ci lasci soddisfatti, di un digiuno che ci faccia sentire a posto. Quaresima è il tempo di dire no all’asfissia che nasce da intimismi che escludono, che vogliono arrivare a Dio scansando le piaghe di Cristo presenti nelle piaghe dei suoi fratelli: quelle spiritualità che riducono la fede a culture di ghetto e di esclusione”.

 

La “via/odos” paolina dell’agàpe: 1Corinzi 12,31b-14,1a

Il Verbum admirabilis che ci accompagnerà in questo santo, pensoso e penitente pellegrinaggio verso la Pasqua di Risurrezione e nei giorni illuminati del periodo pasquale, è quel testo conosciuto come “Inno all’amore” che Paolo indirizza alla comunità cristiana da lui fondata presso l’Istmo di Corinto, lì dove il Peloponneso si unisce alla Grecia continentale, e che troviamo tra la fine del cap. 12 e l’inizio del cap. 14. È un testo notissimo e letterariamente ricco di rara, sintetica eloquenza. Eppure questo testo ci è presentato da Paolo stesso non tanto come inno, ma come via. Non fa meraviglia: questo instancabile annunciatore del Vangelo, sempre in viaggio, proprio in questa pagina, parlando di amore – che qui a pieno titolo va inteso proprio come la vita cristiana – predilige l’immagine della via, parla di un cammino, di un correre, di un inseguire/perseguire. Come vedremo, per Paolo l’amore che si fa fraternità non può essere un bene definitivamente conseguito. Perché nella fraternità c’entra Dio.

A) 12,31b E ancora vi voglio mostrare la via per eccellenza. 13,1 Se parlo le lingue degli uomini e degli angeli ma non ho l’amore, sono diventato un pezzo di bronzo risuonante o un tamburo che fa frastuono. 2. E se ho il dono della profezia e conosco tutti i misteri e tutta la scienza; e se ho tutta la fede da far spostare le montagne ma non ho l’amore, sono niente. 3 E se distribuisco tutti i miei averi e se anche mi dono per intero in modo da potermene gloriare ma non ho l’amore, a nulla mi giova.

B) 4 L’amore ha un cuore grande, è costruttivo l’amore, l’amore non è invidioso, non gira a vuoto, l’amore non si gonfia, 5 l’amore non va fuori posto, non cerca ciò che gli è proprio, non si esaspera, non tiene conto del male ricevuto, 6 non si rallegra dell’ingiustizia, ma condivide la gioia della verità. 7 Sostiene/copre tutto, crede tutto, spera tutto, attende tutto.

C) 8 L’amore non viene mai meno. Invece sia le profezie saranno abolite, sia le lingue cesseranno, sia la conoscenza sarà eliminata. 9 Parzialmente infatti conosciamo e parzialmente profetizziamo. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è parziale sarà eliminato. 11 Quando ero bambino parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; quando diventai uomo, smisi le consuetudini puerili. 12 Vediamo infatti ora mediante uno specchio in forma enigmatica, ma allora a faccia a faccia. Ora conosco parzialmente, ma allora conoscerò come anche sono stato conosciuto. 13 Ora poi resta fede, speranza, amore, queste tre grandezze, ma più grande di queste è l’amore. 14,1a Inseguite l’amore.

Il testo, come sopra graficamente evidenziato, può essere diviso in tre parti:

A) 1-3: il primato assoluto dell’agàpe/amore;

B) 4-7: la fisionomia dell’agàpe/amore nelle sue opere;

C) 8-13: l’intramontabilità dell’agàpe/amore.

 

Per descrivere la fisionomia dell’amore, Paolo la racconta prima in positivo (vv.1-3) per passare successivamente a quelle che sono le negazioni dell’amore (vv. 4b-6) per ritornare al positivo in quella che si può considerare come l’affermazione di onnipotenza dell’amore che sigilla la fisionomia dell’amore stesso.

La nostra attenzione, proprio per approfondire il tema che ci siamo proposti in questo itinerario, si soffermerà principalmente sui primi sette versetti.

Già ora, a questo dono prezioso, possiamo e vogliamo rispondere con le sobrie e significative parole che la Liturgia pone sulle labbra dell’Assemblea celebrante quando proclama la sua accoglienza alla Parola proclamata: rendiamo grazie a Dio!

 

A) 1-3: Il primato assoluto dell’agàpe/amore

Istantanea sul Volto

Leggendo questa via che Paolo indica come “la migliore” e che i Corinti sono invitati a “perseguire/inseguire”, potremmo rimanere quasi ammutoliti o folgorati e colti da vertigine, per l’altezza, la profondità e l’irraggiungibilità di quanto enunciato, riuscendo forse a dire: “Bello e impossibile! Mi piacerebbe molto poter amare così, ma non è per me, non ne ho le forze. Riuscirei, forse, qualche volta, ma non potrei proprio assumerlo come stile giornaliero, come una Parola possibile sempre e con chiunque …”. Soprattutto se facciamo memoria di alcune nostre relazioni combattute, difficili, quasi impossibili, che agitano le nostre giornate. Percepiamo che tra la bellezza/verità del testo di 1Cor 13 e noi, tra ciò che viviamo e tentiamo e patiamo, c’è un abisso. Incolmabile. E potremmo rimanere profondamente sconsolati.

E invece il cuore umano è fatto dalla Parola e per la Parola, ecco perché tutto e sempre, nell’intimo, attende la Parola, la reclama e, misteriosamente, è pronto per riceverla, è atto a viverla e a goderne la luce sanante: “L’uomo per sua natura è ascoltatore del Verbo e assurge alla sua dignità nella risposta al Verbo. Nel suo intimo è pensato dialogicamente. La sua ragione ha tanta luce quanta ne abbisogna per intendere Dio che parla. La sua volontà è così superiore ad ogni istinto e aperta a ogni bene, che può seguire senza costrizioni le attrattive del sommo Bene. L’uomo è l’essere che ha nel cuore un mistero più grande di lui. È costruito come un tabernacolo che custodisce un sacro mistero. Quando la Parola di Dio vuole abitare in lui, egli non ha bisogno di preparare prima artisticamente il suo interno, che è già disposizione, docilità, verità, di abbassare le armi davanti all’infinito amore” (H.U. von Balthasar, La meditazione). La via paolina all’Amore è dunque per ciascuno di noi: è la via che sospinge nella vita e invera la fraternità.

Ma alcuni presupposti per una lettura saggia, che spalanca l’orizzonte del testo e riscalda il cuore, risultano ora quanto mai utili.

Innanzitutto, 1Corinzi 13 è da contemplare. Con il cuore silenziato, gratamente e con lo stupore che solo le cose fatte da Dio possono suscitare negli abissi del cuore umano. Mi viene da dire, usando un’immagine un po’ azzardata, che questa manciata di versetti è quasi un furtivo scatto fotografico del volto di Dio. È davvero il suo volto senza ritocchi. È Dio ad amare così, è il suo stile. È così che nel Figlio Gesù il Padre ci ha amati. E solo contemplando, ognuno può giungere a dire in verità: Dio mi ama così. 1Corinzi 13 è un’autentica zoomata sul volto di Dio che ci rifà le forze del cuore, ci strappa dall’insignificanza della non-appartenenza e ci riconsegna agli altri con un cuore nuovo. Con lo stesso cuore di Dio.

C’è un indizio prezioso nel testo che chiarifica quanto appena detto. Nei versetti 4-7, il soggetto che agisce è l’agàpe/Dio-Amore. A questo soggetto sono congiunte quindici forme verbali e non quindici attributi. L’attributo, come si sa, è un aggettivo che accompagna un nome per precisarlo attribuendogli una qualità, una caratteristica, una determinazione e così, in qualche modo, lo definisce. Impiegando invece forme verbali, Paolo non definisce l’amore, ma esprime l’azione dell’agàpe, dice il suo stato, il suo modo di essere, il suo operare.

La ripetizione può risultare forse eccessiva ma rende plasticamente il senso: l’agàpe/Dio-Amore pazienta; l’agàpe/Dio-Amore è benigno; l’agàpe/Dio-Amore non invidia; l’agàpe/Dio-Amore non si vanta; l’agàpe/Dio-Amore non si gonfia; l’agàpe/Dio-Amore non è irrispettoso; l’agàpe/Dio-Amore è disinteressato; l’agàpe/Dio-Amore non va in collera; l’agàpe/Dio-Amore non tiene conto del male ricevuto; l’agàpe/Dio-Amore rifugge l’ingiustizia; l’agàpe/Dio-Amore si compiace della verità; l’agàpe/Dio-Amore tutto copre (regge/sostiene); l’agàpe/Dio-Amore tutto crede (totale fiducia nella persona umana); l’agàpe/Dio-Amore tutto spera; l’agàpe/Dio-Amore tutto sopporta. Nella storia umana di Gesù il Figlio, Dio Padre, verso di noi, si è svelato così. La persona di Gesù, ogni sua parola, ogni suo tratto, ogni suo gesto, ogni sua scelta, come gestisce i suoi affetti, come vive i conflitti, i fallimenti, i tradimenti, l’intera vita data “in riscatto per molti” (Mc 10,45), sono la vera spiegazione di questa pagina. Lui mite e muto “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53,7).

Istantanea sul Volto dicevo: quindici scatti per il ritratto di Dio. E la comunità cristiana di ogni tempo, come la nostra oggi, attraverso Gesù Cristo, l’amatissimo Figlio del Padre e nostro fratello, riconosce in questo ritratto le fattezze dell’Amore e non le vuole dimenticare, anzi le vuole incarnare e viverle nell’oggi del tempo.

È dunque evidente che 1Corinzi 13 non è una paginetta precettistica di “cose da fare” né uno stringato – ma quanto impegnativo! – prontuario di norme morali e comportamentali da ottemperare. Se così fosse, in tanti, in troppi, dovremmo davvero rassegnarci e dirci “bello e impossibile! Orizzonte affascinante ma non ce la faccio…”.

Per non fallire un incontro che può cambiare la vita, come questo che oggi il Signore ci offre, vi invito a deporre ogni forma di lettura moraleggiante o manipolatoria che non poche volte si insinua in molti frequentatori della Scrittura sacra. Tristemente, offrendo spazi mentali e cordiali ampi a tali letture caricaturali della Parola, si è condotti fuori strada, senza più riuscire a godere della dolcezza del volto del Signore su di noi. E il cuore si irrigidisce, i giudizi sugli altri e sulla storia (ma talvolta anche su di sé), diventano duri e senza appello e una buona dose di amarezza avvelena e intristisce.

 

Inscindibilità dell’amore: esigenza divina, esigenza umana

Scrivendo ai Galati, Paolo afferma “il frutto dello Spirito… è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). In pratica il frutto dello Spirito è uno: l’amore. Ciò che enumera dopo sono i segni dell’amore – “gioia e pace” – le manifestazioni di questo amore – “pazienza, bontà, benevolenza” – e infine le condizioni della sua nascita e del suo fiorire – “fedeltà, mitezza, dominio di sé” –.

Queste parole indirizzate da Paolo ai Galati, ci permettono di illuminare il senso e la portata dell’esigenza dell’inscindibilità dell’amore che rimbalza prepotentemente nel testo di 1Corinzi 13 e appare gravida di conseguenze per ogni relazione fraterna.

Ma di quale amore si parla?

Non è una domanda oziosa neppure per i frequentatori di lungo corso della Bibbia. Innanzitutto, il soggetto attivo di tale amore è il discepolo di Gesù. Ma qui Paolo non parla astrattamente né in terza persona e si capisce che l’amore di cui sta parlando è un amore che compete a lui in modo irrinunciabile come in modo irrinunciabile, appunto, compete ad ogni battezzato. Paolo/discepolo, oggetto lui stesso dell’amore di Dio, è soggetto attivo di amore e lo è in modo sorprendente perché nel suo amare non vi sono lacerazioni: ama-Dio-e-ama-i-fratelli, e insieme, di un amore-per-l’altro-che-è-amore-di-Dio. Senza iato, senza separazione, senza forzature. È smontato il (molto problematico) parallelismo della giustapposizione di amori!

Ci è di grande aiuto il vocabolario paolino. Nell’uso che egli fa del verbo agapào e del sostantivo agàpe e di termini equivalenti, si ha la netta sensazione che egli si riferisca ad una globalità unitaria, non scorporabile, intangibile. L’impressione che si coglie è l’enunciazione di una sorprendente esigenza divina: a Dio non interessa essere amato “da solo”. Anzi proprio non vuole essere amato da solo! E chiede a chi lo ama di coinvolgere, nel medesimo movimento d’amore, tutti gli altri. E, d’altra parte, senza un amore così coinvolgente, nessuno potrebbe amare seriamente nessun altro/a. Sì, Dio esige la non esclusività dell’amore per Sé.

Accendono luci su questa esigenza divina alcuni testi giovannei che ci hanno accompagnato per la Quaresima-Pasqua 2014 e che avevo intitolato Darsi vita. Sottolineavo allora che il mandato del Signore: «‘Come/poiché io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri’ (Gv 13,34) doveva attirare la nostra attenzione perché l’espressione ‘Come io ho amato voi’ sulle labbra di Gesù non ha come logica conclusione ‘cosi voi amate me’. No. Il comandamento di Gesù è di tutt’altra natura: ‘Come/poiché io ho amato voi così voi amatevi gli uni gli altri’. È come se Gesù dicesse: quando mi ami realmente, mosso dall’amore gratuito che ti ho riversato, se vuoi ricambiarmi con lo stesso amore, ama chi ti trovi a fianco! Gesù lo si incontra e lo si ama solo amando coloro con i quali condividiamo l’esistenza. Gesù ci ha servito (= ha dato la sua vita per noi) allo stesso modo quella vita eterna continua a fluire solo quando serviamo gli altri (= diamo la vita), amandoli con gratuità ‘come ho fatto io a voi’».

Ma bisogna anche confessare con la medesima forza, e non per par condicio, che la persona umana esige di non essere amata da sola. Esige di essere amata con Dio, in Dio. Meglio ancora: come Dio ama. L’“istantanea sul Volto” riportata in 1Cor 13 ci racconta che quell’amore di cui è investito il discepolo lo abilita ad amare fino all’espropriazione di sé, fino “a dare la vita”. Può amare nella stessa linea di Dio. È qui che intravvedo la possibile efflorescenza di una fraternità non di posa, non di comodo, non artificiosa né in alcun modo imbastardita perché inframmezzata di amori “scadenti o scaduti”.

Ma come diventa concretamente possibile che il movimento d’amore verso Dio possa e debba discendere e coinvolgere l’umano e restare sostanzialmente lo stesso amore divino? E il rovescio della medaglia: come può pretendere il movimento di amore lanciato verso il fratello e la sorella, di  coinvolgere, raggiungere ed avere per oggetto lo stesso assoluto di Dio?

È Dio stesso, che tramite il dono del suo Spirito seminato nel nostro cuore, dona di amare così perché così è stato amato. Il discepolo può amare come Dio ama per l’azione gratuita e instancabile dello Spirito, vero forgiatore negli abissi del cuore umano degli stessi sentimenti del Figlio Gesù, delle sue fattezze filiali e fraterne. È solo per l’azione inesausta dello Spirito del Vivente in noi, che i nostri tentativi di amore possono non congelarsi ad un livello dilettantistico e uscire dalla logica perversa di “amare” con criteri selettivi e discriminatori. Pagani.

Negli stili relazionali di Gesù noi abbiamo appreso un amore unitario, quell’esigenza di inscindibilità dell’amore che possiamo semplicemente riassumere così: Cristo ama ogni umano con l’amore del Padre e ama il Padre donandosi ad ogni umano. È dunque solo la persona di Gesù, in forza dello Spirito donatoci senza misura (cf Lc 11,13), che ci abilita ad amare insieme, simultaneamente, inseparabilmente Dio e l’altro/altra. Proprio come lui. Sminuire tale inscindibilità e svalutare quell’inviolabile insieme, genera relazioni malate con Dio e soffoca nella culla la stessa fraternità.

La via appassionante che Paolo ci invita a percorrere in 1Corinzi 13 è quella stessa percorsa da Gesù. Proprio perché lui, vero uomo e vero Dio l’ha percorsa per intero giungendo alla meta, è per noi dolce e doveroso percorrerla con lui e come lui. Per giungere alla meta.

 

Corinto: comunità carismatica e lacerata

Come sempre il contesto immediato e quello più ampio di un testo biblico, diventa una chiave di lettura preziosa. Nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, Paolo è preoccupato delle difficoltà che la comunità sta vivendo: nei primi sei capitoli si sofferma sul diffuso disordine, sugli scandali che la scuotono e sulle lacerazioni intestine che la strattonano (1,10-4,21); non rifugge poi dal trattare il caso di un incesto (5,1-13), del ricorso al tribunale pagano per un contenzioso comunitario (6,1-11) e della fornicazione (6,12-20). Dal capitolo 7 al capitolo 15 offre risposte a puntuali domande postegli dai Corinti su alcuni problemi dibattuti in comunità: matrimonio e verginità (7,1-40); le carni immolate agli idoli (8,1-10,33); la buona conduzione delle riunioni comunitarie, come celebrare l’Eucaristia (11,1-34); i carismi (12,1-14,40) per finire con il tema della risurrezione di Cristo (15,1-58).

Una comunità, dunque, che come ogni comunità cristiana, è lacerata dall’incoerenza e insieme impreziosita dei doni dello Spirito. È ricca di carismi (cf 1Cor 1,6; 12.8-10). Il sostantivo greco chárisma ha a che fare con la cháris, quella “grazia immeritata/eccedente”, quel “dono gratuito” che S. Tommaso d’Aquino definisce come “gratiae gratis datae”, “grazia liberamente/gratuitamente data”. Eppure questa molteplicità di doni spirituali, quando i cristiani di Corinto si riunivano, creava una confusionaria anarchia perché ognuno cercava di fare la star, esibendo il suo dono con protagonismo, senza riuscire a dar spazio agli altri reputandosi superiore e non avendo a cuore se non se stessi e il proprio esibirsi (1Cor 8,1-2). Neofiti che bramano per sé carismi vistosi, quelli che impressionano e appaiono più “frizzanti” perché più evidenti (come, per esempio, il dono del parlare in lingue, la glossolalia), ma tanto gonfi di sé a motivo del carisma ricevuto da sopraffare l’altro tanto da negarlo.

Paradossalmente dunque, il motivo più acuto di divisione nella comunità sono proprio i doni spirituali, i carismi, di cui è stata arricchita da Dio. Il capitolo 13 sull’agàpe, è incastonato proprio tra i capitoli 12-14 dove Paolo ammaestra la comunità precisamente su questi doni dello Spirito dati perché la comunità fosse eloquente nell’amore, elargiti per farne una comunità attraente per la fraternità condivisa, per l’amore vissuto nelle relazioni più che per l’appariscenza e la spettacolarità di alcuni carismi. Le caratteristiche comunitarie per cui brillare e di cui vantarsi, per Paolo sono invece quelle indicate nel cap. 13.

È vero che l’Apostolo gode che la comunità da lui fondata sia arricchita da tanti carismi dello Spirito, così da esclamare “a voi non manca più alcun carisma!” (1Cor 1,7). Lui stesso, come diremo, ne è sorprendentemente dotato. Ma questi doni spirituali sono dati “come manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12,7) perché tutti ne godano e tutti vengano edificati. “Desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, ma per l’edificazione della comunità” (1Cor 14,12). E a Corinto, invece, proprio perché molti si sono appropriati dei doni di Dio e li vivono in un protagonismo borioso e ostentato, la comunità è lacerata e patisce una disgregazione che la pone agli antipodi del Vangelo. Dunque: tanti carismi e tanto disordine! Tanti carismi non “ordinati” a quella “utilità comune” a quella “edificazione della comunità” che Paolo indica come il motivo stesso del carisma ricevuto.

Perciò i carismi “non ordinati” all’edificazione della comunità devono essere ri-ordinati a questo fine (1Cor 14,27ss) perché carismi impazziti e pericolosi, che fomentano confusione e generano, tra i depositari di essi, un deleterio confronto tra i carismi ricevuti così da dilaniare la fraternità e la comunione. Alla fine del cap 12, Paolo indica nell’amore/agàpe l’unica possibilità di ri-ordino dei carismi: l’amore è l’unica forza che ri-costruisce la comunità.

A quei Corinti che gareggiano e bisticciano tra loro per i doni spirituali (gratuiti) ricevuti, Paolo, in fondo, dice: guardate che c’è un dono che è comune a tutti ed è il più alto dono e non è più un dono particolare, ma è Dio stesso che si dona come amore a noi, a tutti. E poi è carisma quotidiano, per tutti i santi giorni della vita. È come il respiro, se non respiri non vivi. È davvero il carisma più grande di tutti ed è il meno appariscente. Vi dico anzi che l’amore non è un dono: è Dio stesso, il datore di tutti i carismi, a donarvisi diventando vostra vita. Aspirate perciò al carisma più grande e io vi di-mostro la “via migliore di tutte” (1Cor 12, 31b).

 

I carismi di Paolo e la loro vacuità senza l’amore

Cercando di aiutare i Corinti a far chiarezza sul senso dei carismi a loro donati dallo Spirito e da loro invece usati e abusati più per apparire e per gonfiarsi che per edificare la comunità Paolo, per indicare l’amore come “carisma dei carismi”, mette in atto uno stratagemma semplice ed efficace. Per mostrare come questa “via” sia il top carismatico, l’Apostolo non si lancia in una dotta disquisizione sulla superiorità dell’amore rispetto a tutti gli altri carismi, ma prende se stesso come protagonista, attirando l’attenzione dei suoi lettori sulla sua persona. Con riferimenti diretti alla sua vita – che i Corinti ben conoscono – egli riesce a porre in trasparente evidenza come la “via” dell’amore sia sul serio kat’hyperbolen, “eccellente/incomparabile” rispetto ad ogni altro carisma. Riferendosi dunque direttamente alle sue vicende e alla situazione concreta delle comunità da lui fondate, Paolo, con una sventagliata di paradossi, mette a nudo cosa concretamente diventerebbe la sua vita senza amore. Dietro il luccichio di fenomeni anche abbaglianti e appariscenti, santi e invidiabili, si celerebbe solo un nulla. Un pauroso vuoto.

Rifacendosi alle sue esperienze ecclesiali, di missionario dell’Evangelo, di fondatore di comunità, di percosso a causa del Cristo, di eccellente condivisore di gioia, dolore e speranze, come dicevo, egli fa di tutto per attrarre l’attenzione dei suoi lettori proprio verso la sua persona. I Corinti sono al corrente di tanti dettagli della sua vita: lo han fatto tanto penare ma lo stimano e lo ammirano. E se ciò che Paolo afferma non fosse stato vero, i Corinti l’avrebbero potuto malamente smentire. Sarà proprio servendosi di questo espediente che Paolo “di-mostrerà” (déiknymi) la via per eccellenza, il carisma che compie e dà senso ad ogni carisma, l’amore appunto.

Paolo non si pone nessuno scrupolo per questo ‘tifo’ che la comunità di Corinto gli tributa. Accetta di buon grado il loro apprezzamento. Sa bene infatti, come ben lo sanno i Corinti, quale sia la sua vera ‘passione’, espressa poco prima da chi aveva portato loro il dono del Vangelo: “Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo!” (11,1). Apprezzando il loro evangelizzatore e sbirciando tra gli eventi più personali della sua vita, i Corinti vedono sì la via percorsa da Paolo, ma sanno riconoscere senza ombra di dubbio che questa non è altro che la via di Cristo.

Per cogliere in profondità il senso del testo credo sia indispensabile domandarsi quali fossero i tratti paolini che facevano più presa sui Corinti. La gamma dei doni di grazia – segno della charis/benevolenza gratuita di Dio – concentrati in Paolo, doveva davvero impressionare grandemente i Corinti e non solo.

Fermiamo l’attenzione su quei carismi di cui Paolo si dice portatore e che elenca nei primi tre versetti dove ricorda i cinque carismi citati in 1Cor 12,8: lingue, profezia, sapienza, scienza e fede aggiungendo anche quello del distribuire le proprie sostanze e prima non menzionato.

A suo stesso dire, Paolo ha il carisma della glossolalia, del ‘parlare in lingue’, carisma, come già accennato, che affascinava alcuni membri della comunità per la sua eclatanza. Afferrato dallo Spirito, egli riusciva ad esprimersi in lingue che non conosceva. Si capisce perciò come questo fatto desse adito, nell’assemblea, di pensare ad una comunicazione di Paolo con il mondo di Dio (parlare le “lingue degli angeli”: cf 1Cor 14, 14-25).

Paolo ha il carisma della profezia: sapeva parlare a nome di Dio e gli era concessa la penetrazione dei cuori. Egli riconosce apertamente di aver ricevuto rivelazioni del tutto particolari (cf 2Cor 12).

Paolo ha il carisma della fede: questo carisma gli dava una visione del mondo e della realtà costantemente nuova, altra. La guarigione dello storpio a Listra (At 14,8-9) e la risurrezione del ragazzino a Troade (At 20,7-10) erano i segni tangibili della sua fede ed erano sotto gli occhi di tutti.

Tutti, inoltre, erano testimoni della dedizione al suo ministero di evangelizzatore: si spendeva senza risparmio. E il tutto in un contesto saturo di opposizioni, freni, contrasti, difficoltà di ogni genere e grado che, nel loro insieme, costituivano quel fardello di pressioni moleste che Paolo chiamava thlipsis, tribolazioni, di cui, del resto, si gloria sempre (come in 2Cor 11, 23-30).

Ma per Paolo, questo non è il suo ritratto nella sua completezza. Era la parte che più impressionava di lui e che in qualcuno attizzava invidia. Ma non la più importante come lui stesso afferma senza tentennamenti: il segreto della via di Paolo, proprio come per il Maestro, è l’amore.

Paolo afferma che ogni attività del cristiano è valore relativo rispetto all’amore. Di più: tutti questi doni di grazia, esaltanti, vistosi e da lasciare ammutoliti coloro che ne erano testimoni, senza l’amore si risolverebbero in meno di niente: vuoto, non-consistenza, non-utilità.

La conclusione paolina potrebbe essere esplicitata sinteticamente così: “Con tutto ma senza amore sono nulla”! Una conclusione costruita da una architettura avvincente e convincente: quattro frasi lapidarie in una intelaiatura a tre elementi, imbastita in un medesimo schema letterario e ribadita in modo martellante, sì da non lasciare nei suoi interlocutori la possibilità di alcun fraintendimento circa l’incomparabilità dell’amore rispetto ad ogni altro carisma:

  1. se ho…
  2. (ma) non ho l’amore
  3. sono/ho nulla

Perciò: senza agàpe, anche se superdotato nel linguaggio umano e addirittura capace del linguaggio angelico, sono solo generatore di rumore irritante, sgradevole e stridente. Sono vacuità!

Perciò: senza agàpe, anche se fossi capace di ogni pronunciamento profetico e avessi l’intera conoscenza di tutti i misteri, di tutta la scienza e anche se ricolmo di tutta la forza miracolosa della fede, sono nulla.

Perciò: senza agàpe, anche se mosso a spogliarmi di tutto in una dedizione fuori misura o a rinunciare a tutto, per tutto consegnare ai poveri o, addirittura, fino a privarmi del mio corpo per sacrificarlo nel martirio, ma lo faccio per autoaffermazione, io non giovo a nessuno e a nulla.

Per Paolo l’amore è determinante su tutto: senza agàpe, anche l’attività ecclesiale più brillante e più applaudita si risolve nella vacuità del nulla. Senza l’agàpe/amore, vale a dire senza la presenza di Dio in noi, la vita non fluisce. E senza questo tutto il resto è pura apparenza. In realtà, non è perché non c’è vita.

 

B) 4-7: La fisionomia dell’agàpe/amore nelle sue opere

Con lo stesso cuore di Dio

Ma come si dice l’amore? Quale fisionomia ha per essere riconosciuto tale da ciò che invece è altro? Come si qualifica concretamente?

Relativizzati tutti gli altri carismi e affermato l’assoluto dell’amore, Paolo in questo tratto della “via” che è l’agàpe, ne traccia i lineamenti. Per riprendere la metafora utilizzata precedentemente, qui l’“istantanea sul Volto” e la zoomata sulla sua fisionomia, mette in luce i dettagli più significativi. Ma se le fattezze di questa ravvicinata istantanea sono le sembianze dell’Amore, le sembianze di Dio, esse appartengono anche a coloro che così sono amati, sono le loro stesse fattezze. Sono le nostre di discepoli che amano così come sono amati.

Paolo, a questo punto, non riferisce più il discorso a se stesso, come abbiamo sopra accennato, ma gli imprime un respiro e un orizzonte spalancato e universale, la cui durata e validità travalica il tempo, i luoghi, le contingenze storiche. Di più: è un’affermazione fondativa, è il nucleo infuocato che racchiude in sé tutti gli altri tratti tipici dell’amore cristiano che l’Apostolo, a seguire, indica ai Corinti. Tutto ciò che Paolo dirà successivamente è possibilitato in quanto “in principio” c’è che:

L’amore ha un cuore grande, è benevolmente costruttivo l’amore (13,4a)

L’amore si manifesta innanzitutto come magnanimità, spalancatezza benevola del cuore. Tante traduzioni risolvono il testo con “l’amore è paziente” ma il termine greco impiegato, makrothyméi, è un verbo che primariamente racchiude l’idea della dilatazione cordiale, dell’affezione non selettiva, della gratuità, della decisione di dar spazio, cura, attenzione, attesa paziente e ospitalità larga…

Paolo ben conosce la traduzione greca dell’Antico Testamento, chiamata Settanta, dove si trovano esempi illuminanti per questo nostro testo. Egli impiega il medesimo verbo che, in quei testi, è riferito a Dio e al suo atteggiamento verso Israele: è di Dio il cuore dilatato, sua l’affezione incondizionata e senza calcolo, sua la decisione di “portare su ali d’aquila” chi dovrebbe essere scaricato per la propria ribellione e infedeltà, sua l’ospitalità dell’inospitabile, sua la decisione di una makropazienza, di una makrocomprensione e di una makroattesa.

Il tratto caratteristico dell’amore di Dio è denque la makrothymía, questa è il modus amandi propriamente di Dio che, “nella pienezza del tempo”, nel Figlio Gesù, ha raggiunto il colmo inatteso. Eppure Paolo, di questo medesimo amore, ne sta parlando in riferimento a se stesso, ai Corinti e ad ogni discepolo: questi, per il dono dello Spirito, può amare così, con lo stesso cuore di Dio. Questa spalancatezza del cuore significa che i confini sono aboliti. Ci stanno e ci passano tutti. Ma questa è la prima caratteristica di Dio, che nulla è fuori di Lui. Tutto è contenuto con amore perché l’amore contiene tutto.

È proprio questa “grandezza di cuore” che conduce a diventare attenti alla realtà che è l’altro, attenti di un’attenzione benevola, non indagatrice, non curiosa, non pregiudicante perché ha bandito le etichettature e le forme svagate di vicinanza. L’accoglienza si realizza solo ad apertura completa di cuore, muove a un contatto e a una comunionalità profonda. Qui fiorisce quella costruttività dell’amore che cerca l’utilità della persona e non la propria. La bontà costruttiva esige una comprensione attenta, non dis-tratta, non doppiogiochista, che così riesce a farsi dono. Se la prima caratteristica dell’amore è che ha il cuore largo, la prima caratteristica dell’egoismo è che lo ha stretto, angusto. L’egoismo può offrire solo microcardìa perché concentrato su sé. È l’amore che ci tira fuori da noi stessi, che allarga e permette di accorgersi degli altri, perché solo la magnanimità guarisce la meschinità.

La bontà costruttiva reclama una comprensione induttiva, cioè capace di amare l’altro a partire da lui stesso, dal di dentro della sua identità, per evitare il rischio di amarlo violentandolo, di amarlo “come piace a me”, amarlo a mia immagine e somiglianza, imponendo così degli schemi prefabbricati che, coscienti o meno, dicono di una fondamentale dis-attenzione alla realtà che è l’altro. Nelle cose dell’amore, ogni schema è già l’abbozzo della lapide funeraria di ogni relazione e della fraternità.

In questo tempo di grazia, ognuno di noi diventa gioiosamente più consapevole che fare Eucarestia significa ri-cor-dare, riportare a cuore, e quindi riattuare, quella quasi indicibile esperienza che ci è data di vivere la domenica, “Pasqua della settimana”. Nella “comunione col corpo dato” e “col sangue versato”, il Padre, nel Figlio, ci dona non qualcosa di sé, ma dona se stesso. Dona il suo stesso cuore. L’amore condiviso tra noi è corroborato dello stesso amore di Dio e per quel “fratello per il quale Cristo è morto” (1Cor 8,1-3.11-13) anche io, con lo stesso cuore di Dio ricevuto nel Figlio dato, posso dare me stesso. Allora posso fargli spazio e, anzi, ri-nasco nuovamente anche io accorgendomi di lui come fratello, come sorella. Allora può germogliare in cuore, come impetrazione e come convinzione, “mai senza l’altro!”.

 

L’amore non ha fiele

La lunga esperienza di Paolo come fondatore di Chiese ed evangelizzatore, lo ha portato a conoscere le più disparate situazioni umane, affettive ed ecclesiali. Tante volte ha dovuto constatare che, anche in persone e in comunità mosse da una sincera buona volontà di amare come Gesù, le possibilità di illudersi di amare, erano assai concrete. È da questa constatazione che nasce in lui la necessità di esemplificare tanto dettagliatamente ai Corinti, la via dell’amore. Occorre perciò verificare la buona volontà e le enunciazioni verbali attraverso alcuni parametri concreti. Quelli che l’Apostolo, in Filippesi 2 indica come i “sentimenti di Gesù”: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con lo stesso amore, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,1-5).

Per smascherare le possibili attualizzazioni illusorie e velleitarie nell’amare, Paolo indica concretamente ai Corinti ciò che l’amore non è:

                                L’amore non è invidioso (v. 13,4b)

Per chi ama, l’unicità di bene che è l’altro, non può essere né condizionamento né limite ma, al contrario, arricchimento e apertura di orizzonti. La persona che è ac-colta e alla quale offriamo spazi cordiali, con la sua irripetibilità moltiplica il bene che siamo, offrendoci un’autentica esperienza di liberazione da noi stessi. L’altro-da-me accolto, svela me a me stesso permettendomi la rinnovata possibilità di ri-apprendermi. Dare spazio all’altro significa amplificare gli spazi della gioia, perché infrange le gelide paratìe della solitudine allargando gli spazi della prossimità. Come già affermato: l’altro è visita divina che, accolta, incendia il desiderio dell’invisibile Dio. L’altro, come ha ricordato alla Chiesa papa Francesco nel suo Messaggio per la Quaresima 2017 “è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita”.

È per questo che Paolo dice ai Corinti che la decisione di fondo di chi percorre la via dell’amore, è inconciliabile con ogni forma di invidia o di gelosia. Ou zeloi viene tradotto solitamente con “non è invidioso”. Il nostro termine invidia, che deriva dal latino in+videre, evoca uno sguardo malato, ostile, bieco. Ma questo sguardo ha le sue radici altrove, nel cuore. Un cuore dunque malato e grondante fiele per cui, guardando l’altro, la sua persona, le sue qualità, i suoi beni, si è attanagliati dall’astio invidioso e dal risentimento che lievita così irrazionalmente da desiderare il male di chi appare come ostacolo al proprio emergere, come intruso nella scena della vita, dove io e io solo posso brillare, riempiendo la scena e ricevendo consensi. Nell’invidia gelosa si attua propriamente un tragico capovolgimento: l’altro visto come scippatore di vita invece che come moltiplicatore di essa! Uno sguardo sostenuto più dalla bile che dal cuore…

Paolo dunque ricorda che il vero limite per il cristiano, non è l’altro/a, ma la gelosia invidiosa che colloca il credente agli antipodi dell’amore con cui Cristo ci ha amati. La caratteristica del suo amore è la gratuità. E amando gratuitamente, il discepolo ama sulla stessa linea di Dio. Apprendere ad amare significa, in realtà, apprendere a diventare gratuiti.

 

L’amore non è un hobby

Questo criterio paolino dell’amore cristiano consegnato ai Corinti è una sferzata ad ogni forma di amore dilettantistico e ad intermittenza:

                                               l’amore non gira a vuoto (v. 13,4b)

Le traduzioni rendono il testo con “l’amore non si vanta” ma ou perperéuetai preferisce essere tradotto:l’amore non gira a vuoto”. Ma quando gira a vuoto? Quando è borioso, superficiale e si concede o sottrae in modo discontinuo perché retto da criteri di immediatezza o di convenienza. Il criterio che invece ha mosso Gesù negli snodi cruciali della sua esistenza è stato sempre “la volontà del Padre”, “devo”, “è necessario”, “per questo sono venuto” (cf Mt 16,21; Mc 8,31; Lc 4,43; 9,22; 19,5; Gv 4,31-34; 18,37).

Quando l’amore inizia a diluirsi in una verbosità priva di responsabilità e il cui ritmo è scandito dalla discontinuità; quando l’altro mi interessa più come riempitivo che in se stesso; quando l’amore si risolvesse in hobby alternativo usando l’altro/a come tampone affettivo, il discepolo si troverebbe a chiamare cristiano un amore che tale non è.

I discepoli che coltivano intensa familiarità con “i sentimenti del Figlio” e hanno scelto il Vangelo come proprio domicilio, si incamminano decisamente verso il bando di ogni forma divagata di fraternità e di vicinanza, deponendo tutto ciò che ha il sapore scipito dell’inconcludenza e della vacua appariscenza.

Non possiamo dimenticare che Gesù pone nella categoria degli “operatori di iniquità” coloro che vanno ripetendo “Signore, Signore!” (cf Mt 7,21ss) senza dare credito alla Parola compiendola nella vita (cf Mt 7,24). L’amore necessita di compiere la volontà del Padre. Una è la volontà del Padre a noi svelata e unico è il desiderio da lui desiderato da sempre e per sempre per ciascuno noi: il Figlio. I suoi stili di vita dicono l’umano così come il Padre lo ha sognato per ciascuno di noi.

Ognuno sa che nessuno sforzo della volontà, per quanto strenuo e indefesso, sincero e costante, può sortire l’effetto sperato di ricevere il Dono insperato, insperabile e sempre incommensurabile dell’essere amati e del poter amare. Solo se mi viene incontro Qualcuno che mi fa spazio nella sua casa, senza condizioni previe e dispone di regolarizzarmi nel suo stesso stato di famiglia senza l’obbligo di esibire antecedentemente certificazioni identitarie, resoconti morali e benemerenze di casta, di ruolo e di virtù, solo così io apprendo gli stili di chi mi sta dando spazio, di chi mi si fa compagno. Così l’umano apprende gli stili di Dio. Così sono amato, così posso amare.

L’amore non deraglia

Questo è il criterio per valutare su quale via si sta camminando, mettendo in questione un atteggiamento che rischia di inficiare pesantemente le relazioni affettive e fraterne che innervano la vita e dei Corinti e nostra:

                                               L’amore non si gonfia (1Cor 13,4b)

Il verbo physioo, gonfiare, è caro a Paolo. Alla base del suo significato c’è appunto l’immagine del “gonfiarsi” che acquista sfumature diverse a seconda dei contesti. Tuttavia vi è un comune denominatore: chi si gonfia, devìa da quello che è il suo proprio ambito, si sposta da quella che è la sua strada. Avviene così un’autentica fuga dalla propria realtà, un pericoloso deragliamento dal binario della propria verità.

Nel nostro contesto, questo verbo puntualizza un rischio a cui va sempre incontro chi ama: la gonfiata, compiaciuta consapevolezza di sé e quell’indisciplinata smania di mettersi in mostra. In questo svarione può incorrere anche chi si dispone ad amare sinceramente, con buone intenzioni, ma assillato dal continuo prurito di sentirselo dire e di dirselo. È un’insidia sottile ma testarda nel suo riproporsi e appare una forma mimetizzata di ricerca di sé, il cui vero motore è ancora l’egoismo e l’autoreferenzialità. Non l’amore.

Perché l’amore, al contrario, si sgonfia, desidera non essere ingombrante, non attrarre l’attenzione, non infastidire. La sua scelta e il suo stile è quello di farsi sempre più piccolo perché sa che debordando, il posto dell’altro verrebbe occupato e questi non avrebbe più posto. Ma mai senza l’altro! Paradossalmente, l’egoismo gonfiatosi smodatamente di vuoto, scoppia. E scoppia senza essere riuscito mai a gustare la presenza di nessun altro. O, forse, con la sua debordante enfiagione, ha fatto fuori ogni altro.

Ciò che si può dire con preoccupazione riguardo alla fraternità è che un amore di tal fatta non riesce mai pienamente a decollare e a diventare transitivo. Può anche raggiungere l’altro ma inevitabilmente rimbalza, come calamitato, al suo punto di partenza. Un’immagine plastica di questo inesorabile riavvolgimento in sé è il gioco dello yoyo: il cordoncino ben saldo nella mano e avvolto attorno all’asse, permette di imprimere al giocattolo la velocità desiderata. Il su-e-giù è evidentemente a piacimento di chi gioca e che mantiene così in suo potere tempi, oscillazione, fine del gioco e sua ripresa… Tutto da solo. Usare e giocare con lo yoyo va bene. È un giocattolo. Ma giocare con la medesima tecnica con il fratello a mo’ di yoyo non lo è più.

 

L’amore non è intempestivo

                Continuando sul registro negativo, Paolo indica ai Corinti un altro tratto irrinunciabile di questa “via migliore di tutte”:

                               L’amore non va fuori posto (1Cor 13,5a)

Sono note le sregolatezze e le intemperanze sessuali degli abitanti di Corinto e il termine qui impiegato da Paolo – askemonéi – potrebbe avere a che fare anche con tali “vergognosità”. Tenendo tuttavia in debito conto il noto principio interpretativo “mai testo senza contesto” (anche perché diversamente il testo diventa un pretesto), possiamo dire che l’Apostolo sta indicando nella intempestività, una reale “vergognosità” dell’amore. L’intempestività resta una pesante irrispettosità in ogni relazione affettiva e fraterna, una sregolatezza – forse meno vistosa di quelle sessuali – ma ugualmente corrosiva dell’amore e un suo pesante condizionamento.

Questa sregolatezza si attiva quando non si tengono in debito conto tutti gli aspetti e le esigenze della persona che si ama: i suoi tempi, la sua storia, le sue ferite, le sue aspettative, i suoi percorsi. È un amore dis-ordinato perché sbaglia misura e quindi fallisce la portata delle parole, dei gesti, dei passi; è un amore intemperante perché parla quando deve tacere e tace quando deve parlare, si fa giudice quando deve farsi correo e compagnone quando deve dissuadere; è un amore incontinente perché pretende tutto e subito, diventando così opprimente e sottraendo all’altro/a l’indispensabile ossigeno della libertà.

“Ma io sono e amo così”: è l’espressione tipica di chi non ricorda che l’amore è sempre differenziato, vista l’unicità e l’irripetibilità di ogni persona. Chi fa strada dietro al Signore sa che l’amore è per tutti, ma apprende anche piano piano che l’amore non è uguale per tutti perché esso è chiamato a ricalibrarsi continuamente davanti alla “eccezionalità” di ogni volto amato, tenendo conto delle situazioni contingenti e di tutto ciò che caratterizza quel volto, davanti a me, nel suo qui-ed-ora.

Anche nei riguardi di Dio l’amore può sviarsi e diventare intemperante, intempestivo e “vergognoso”: quando si dimentica la sua trascendenza, il suo essere Totalmente Altro pur restando il Dio-con-noi; quando lo si banalizza cosificandolo, pretendendo da Lui risposte subitanee, fatte su misura alle nostre esigenze contingenti (rapporti, amori, studio, lavoro, pastorale, salute…). Perciò l’amore verso Dio significa soprattutto saper attendere. Dio c’è. Ma, appunto, c’è da Dio.

 

L’amore non lacera la fraternità per i propri diritti

In questo identikit dell’amore “al rovescio”, esemplificato al negativo, Paolo diventa incalzante. E chi lo ascolta è preso da vertigine:

                               L’amore non cerca ciò che è proprio (1Cor 13,5)

Non solo l’amore non cerca “il proprio vantaggio”, ma non si dà pena per ciò che gli è proprio, per ciò che di diritto gli appartiene. Paolo ha sperimentato nella sua carne che l’amore possiede in sé un dinamismo così produttivo da strapparlo dall’angusto abitacolo del proprio privato interesse, per aprirlo ad un agire che si prende realmente a cuore il bene degli altri. Perché volere bene all’altro vuol dire volere il bene dell’altro. Fino a dare la propria vita. Questo è ciò che fa Dio, in Gesù, per noi. È per questa esperienza che Paolo individua nell’avvitamento in se stessi, nell’egoismo eretto a sistema di vita, l’ostacolo più grave per amare. L’autocentramento spinto alle estreme conseguenze può giungere fino alla negazione radicale: quella della persona che prende se stessa come proprio assoluto, misura e legge, fino a diventare uomo-carne. Sarx/carne diventa allora il sinonimo di chiusura in sé, della incapacità di dare spazio ad un’alternativa che non sia il proprio vantaggio. Ma la carne spinge a determinare carnalmente l’intera vita con tutti i suoi rapporti e con tutte le sue scelte. La persona carnale concede spazio all’Altro/altro nella misura del proprio vantaggio. Mai di più. Mai gratuitamente. Mai senza calcolo.

Il pneumatikos/spirituale (1Cor 9,11; 14,1) è sinonimo del discepolo che, aperto allo Spirito e da questo condotto, spalanca i suoi orizzonti, offre accoglienza all’Altro/altro incondizionatamente. Introdotto dallo Spirito nel mistero di Dio e animato costantemente dall’amore, e perciò liberato da sé, è libero di dar spazio ad altro che non sia il proprio vantaggio. È libero di rinunciare anche a ciò che gli spetta di diritto perché interiormente unificato intorno ad un unico abbraccio, un’unica forte appartenenza. Quella dell’amore che è Dio.

Ma un testo che illumina ulteriormente il significato dell’espressione “l’amore non cerca ciò che è proprio”, lo troviamo in 1Cor 6, 7-9. Nella comunità cristiana di Corinto sono nate delle liti e i cristiani sono andati davanti ad un tribunale pagano per ricevere la sentenza, giudicando sul diritto e sul dovere di ciascuno. E Paolo, al v. 7 si lamenta: “E dire che è già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli!”. Le liti tra discepoli, comunque, sono una sconfitta. La mancanza di comunione e di fraternità per la comunità cristiana resta una sconfitta perché significa che la vita non è determinata dalla Parola di Dio, ma da altro. E allora Paolo implora i Corinzi: “Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? Siete invece voi a commettere ingiustizia e rubate, e ciò ai fratelli!”.

Quale credibilità diamo a questa parola – per noi ispirata e dunque densamente abitata dallo Spirito – oggi tra noi? La accogliamo “come realmente è, quale parola di Dio che opera efficacemente in voi che credete?” (1Tess 2,13)

L’amore giunge fino a rinunciare di “cercare ciò che è proprio” quando ci sono valori in gioco irrinunciabili, appunto come la fraternità.

 

L’amore non impone scadenze

Un ulteriore frammento luminoso per ripensare la fraternità e gli affetti all’interno della comunità cristiana di Corinto invitata da Paolo a percorrere la via dell’amore, suona così:

L’amore non si esaspera (1Cor 13,5)

Come già detto, la caratteristica di fondo dell’amore cristiano è la costruttività. Lo indicavo come quell’“in principio” irrinunciabile che Paolo pone in 13,4a come starter della “fisionomia dell’amore” e che innerva di sé ogni frammento della fisionomia stessa. La persona costruttiva diventa tale quando dilata la propria capacità di attesa. Tale dilatazione, mai si attua automaticamente o è data in dote dal ruolo che si può rivestire in comunità o è legata al corso di studi fatto. La persona costruttiva si fa amica dei tempi lunghi e si impegna a crescere in quella attesa serena e fiduciosa che si fa rispetto cordiale dei ritmi di crescita altrui (e propri). Senza questo lungo e paziente tirocinio, inevitabilmente si esaspera. Ed esasperandosi, esaspera!

L’amore che “non si lascia andare all’ira” esasperandosi, è quello che evita di arrivare a posizioni frettolosamente rigide e rigidamente intransigenti, esigendo scadenze. La fretta nell’irrigidirsi e l’intransigenza senza appello, pur dettata da sacrosante ragioni e granitici ‘seri’ motivi, tradisce sempre una rachitica dilatazione della capacità di attesa. La non-costruttività dell’amore nasce da un cuore incapace di offrire ulteriori opportunità all’altro/a. Mai questo tratto relazionale e fraterno può essere considerato manifestazione di un amore cristiano. È piuttosto e ancora una verniciatura sul proprio essere autocentrati e perciò dis-tratti nei confronti di chi mi è dato come fratello e come sorella da amare.

 

L’amore non si lascia dominare dal male

Nella penultima considerazione di Paolo in questo ‘prontuario’ di ciò che l’amore non è, afferma:

                               L’amore non tiene conto del male ricevuto (1Cor 13,5)

Il male a cui ci si riferisce è quello commesso dal prossimo a proprio danno. Il presupposto per ristabilire la fraternità minacciata dall’offesa personale o dall’ingiustizia subita è non tener conto del male ricevuto. Chi ama non ne tiene conto, chi cammina nella “via eccellente” non se ne lascia dominare, non lo riconosce “signore e padrone” e quindi non ne rimane prigioniero e asservito. Non permette che nessun torto subìto determini la sua vita. Bello e impossibile? Possibile perché Colui che da sempre ci ha amati, proprio lui “non tiene conto”, proprio lui non si lascia determinare nel suo amore per noi dal nostro peccato. Non è il contabile dei nostri disastri, il ragioniere che conserva nei suoi libroni il male da noi fatto. Anzi, già tutto ci ha accreditato in dono e perdono. Anticipatamente. Lui che “fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45).

“Tener conto del male ricevuto”, tenere il conto di esso, congela il cuore perché quanto patito è stato assolutizzato, riconoscendogli così una signorìa che non gli compete e spazi che non possono essergli concessi. Spodestando l’unico Signore e Salvatore dalla sua sovranità liberante, il male subìto signoreggia, si impone e costringe. È solo l’amore che concede di non rimanere soggiogati da quel male che l’ingiustizia e l’offesa patita ci infliggono e solo il perdono riesce a disarmare la vendetta. Non “tener conto del male ricevuto” non significa dimenticare, quanto piuttosto dar credito a Dio e al suo amore. “Tener conto del male ricevuto” è, al contrario, dar credito a colui che Gesù chiama bugiardo fin da principio e omicida (cf Gv 8,44).

 

La gioia che è l’altro

Viene qui indicato l’ultimo strafalcione nella sintassi dell’amore e, quasi a bilanciamento correttivo, chiamato in causa l’aspetto positivo corrispondente:

                l’amore non si rallegra dell’ingiustizia, ma condivide la gioia della verità (1Cor 13,6)

Come negarlo? Talvolta, la disgrazia altrui, può anche nascostamente piacere se questa è a nostro vantaggio e il bene altrui dispiacerci se a nostro vantaggio non è. Ma nell’amore non c’è posto per rammaricarsi a causa del bene dell’altro e quando, invece, questo spazio viene ceduto nel nostro cuore al rammarico, definirci cristiani è un azzardo.

In chiusura di quelli che sono i tratti caratteristici della fisionomia dell’amore detti al negativo, Paolo diventa sferzante: “rallegrarsi dell’ingiustizia” indica che è in atto un avvelenamento del cuore perché felicitarsi nel vedere che si commette ingiustizia verso qualcuno è la perversione dell’amore. Positivamente è subito aggiunto che chi ama “si compiace della verità”: gioisce per il bene dell’altro, quando ne viene riconosciuta, promossa e apprezzata la sua verità, la sua dignità, le sue abilità e le sue opere buone. “Questo è impossibile per chi deve sempre paragonarsi e competere, anche con il proprio coniuge, fino al punto di rallegrarsi segretamente per i suoi fallimenti” commenta Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia (109).

Sia il termine ingiustizia che il termine verità, hanno a che fare con il rapporto dell’umano con Dio. Come ricordato all’inizio di queste pagine, l’amore del discepolo, proprio perché sulla stessa linea di Dio, è in continua tensione verso di Lui. Tutto ciò che allora ha a che fare con il male, in tutte le sue declinazioni e che falsa il rapporto con Dio, tutto ciò che ha il sapore dell’ingiustizia nei suoi riguardi, non potrà mai essere assunto dal cristiano come stile di vita.

 

Tutto! Tutto! Tutto! Tutto!

L’agàpe/amore ci è stato disvelato indicando prima due caratteristiche positive poi, per dire cosa l’amore non è, otto negative, poi ancora una positiva per giungere ora a questo “quadrilatero” della totalità (1Cor 13,7):

(agàpe/amore)

sostiene TUTTO

crede TUTTO

spera TUTTO

attende TUTTO

In questo versetto riemerge, e con forza, il filo rosso che corre lungo l’intero capitolo e che ho posto in evidenza come premessa e chiave di volta del nostro testo, titolando Inscindibilità dell’amore: esigenza divina, esigenza umana. Lì ricordavo come le due “esigenze”, quella divina e quella umana, combaciano e si calamitano incessantemente sì da non poter essere scorporate: Dio esige di non essere amato da solo e la persona umana esige di essere amata con, in, come Dio ama. Ma in questo versetto, i due magneti diventano unità: l’amore/agàpe che tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, tutto attende, coinvolge in un’indissolubile abbraccio, Dio e l’umano.

Già da una semplice lettura si coglie il ritmo pressante impresso alla frase, quasi l’urgenza di consegnare ai Corinti, finalmente e per intero, tutta la verità dell’amore. L’insistenza della totalità – pánta/tutto – quadruplicato in modo incalzante, è il segnale che si è giunti al nucleo infuocato del cap. 13.

È di molto aiuto, per la comprensione del testo, la struttura con cui è architettato il versetto. Esiste innanzitutto una certa corrispondenza tra la prima e l’ultima frase: “tutto sopporta/copre” – stégei – e “tutto attende sotto pressione” – hypoménei – si richiamano vicendevolmente perché i due verbi hanno una certa consonanza. Inglobate da queste due espressioni, sintetiche e di rara incisività e che fanno quasi da incorniciatura, ne troviamo altre due con le medesime caratteristiche: “tutto crede” – pistéuei – e “tutto spera” – elpízei –. Perciò fede e speranza, poste al centro del versetto, diventano una chiave di lettura importante: è solo dalla fede e dalla speranza vivificate e rinvigorite dall’amore che è possibile sopportare le difficoltà e attendere sotto pressione quando la vita si fa dura. Di più: l’amore ha una “onnipotenza” nel poter sopportare e nel saper attendere.

Quando Paolo chiama in causa fede e speranza, c’è sempre un chiaro riferimento a Dio. A fine lettura di 1Corinzi 13 questo fatto non ci meraviglia più: se è l’amore/agàpe ad “animare” la fede e la speranza portandole alla loro pienezza, nella traiettoria di questo amore, c’è Dio.

Ogni amore vive e sfiora la sua verità, in misura della totalità che lo sostiene. Solo chi ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (cf Mt 22,38), vale a dire con l’interezza della persona, senza bandirlo o banalizzarlo in alcun ambito della propria esistenza, diventa capace di dargli piena fiducia, cioè di credere in lui, di dargli carta bianca, cioè di sperare in lui, di aspettare con granitica fiducia il compiersi delle sue promesse, cioè di attendere.

Convinta interiormente dall’amore che gli dona la forza e lo abilita a credere e a sperare in modo dilatato, la persona che ama può davvero sopportare e attendere senza misura, con quella intensità e durevolezza che è l’indubbio tocco del divino. Ma si compie perfettamente anche il contrario: più il suo amore è rinvigorito nel sopportare e nell’attendere, tanto più la fede e la speranza diventano stabili, solide.

Chi ama Dio così, impara ad amare ogni altro volto umano che incontra. Possiamo a questo punto dirlo senza forzatura: chi dà credito e spera in un totalmente diverso e altro come Dio, può anche amare l’alterità di donne e uomini che insieme fanno strada. Chi ha frequentato la compagnia di un Dio non classificabile e ricco di sorprese, chi si è lasciato pian piano coinvolgere dall’inedito di Dio, può amare altri-da-sé con l’amore sagomato su Dio.

È l’accoglienza instancabile del Dio così diverso dalle immagini caricaturali di lui che ognuno culla in cuore – frantumate all’apparire nella carne del Figlio Gesù – a renderci idonei ad accogliere le diversità che sono gli altri e a gioirne. Solo chi frequenta quel “diverso” che è Dio, non alza i tacchi piantando in asso quelle “diversità” che sono gli altri e che riempiono la sua giornata. È solo l’amore di Dio il vero garante dell’amore tra noi.

E qui nasce una divina fraternità, che solo su questo zoccolo duro e così forgiata, può non essere esposta alla fragilità di relazioni fondate sulle sabbie mobili del “ne ho voglia/non ne ho voglia”, del “mi va/non mi va”, del “mi conviene/non mi conviene”, del “mi meritano/non mi meritano”, del “mi concedo/non mi concedo”…

È solo l’assiduità con Dio e con il suo amore che ci permette di scorgere che l’altro/a che mi è a fianco, proprio come me, è interiormente pervaso da un suo peculiare tipo di infinito che non cessa mai di sorprenderci. È questa benedetta frequentazione di un Dio inatteso a renderci pronti ad accogliere la sorpresa che è la persona umana. Perciò è l’amore che induce a credere e a sperare nel fratello e nella sorella senza incasellarli a forza nella rigidità di etichettature e di schemi preconfezionati. Tomba di ogni fraternità.

E qui, il “quadrilatero della totalità” si spalanca accendendo una luce inattesa e calda sulla fraternità mossa dall’amore/agàpe: chi crede e spera nella persona umana, è pronto a sopportare/coprire, con il medesimo amore con cui crede e spera, le fragilità e le incoerenze dell’altro; ed è pronto anche ad attendere con pazienza benevola quei frutti ancora non coglibili e gustosissimi che il fratello e la sorella amato/a di quell’amore, in un giorno forse lontano ma già scritto nel calendario, potrà produrre.

C’è un’immagine evocativa che voglio impiegare per sigillare questo speciale quadrilatero. Il verbo “sopportare/coprire” allude all’immagine del tetto. Come il tetto copre e ripara l’intera casa, così chi è stato coperto, riparato e avvolto dall’amore/agàpe, diventa copertura e sicuro riparo per altri. Tutti e tutto l’amore sa accogliere sotto il proprio tetto. Tutto ciò che l’altro è, così come la sua storia l’ha partorito, trova spazio nel cuore di chi ama. Questa immagine domestica della casa e del tetto, che sa di calore e di protezione, accompagni e rieduchi questi giorni di conversione e di luce, smonti le nostre manie di selezione, sgomini le nostre paure e ci spinga a far saltare i chiavistelli che tengono imprigionati cuori infreddoliti dal gelo dell’indifferenza.

 

Inseguite l’amore!

La conclusione di questa via amoris la troviamo in 1Cor 14,1a. In una bella pagina che commenta questo finale, un grande servitore della Parola e caro amico, padre Ugo Vanni, fa notare la conclusione ardita a cui giunge Paolo: “proprio perché sfiora l’assoluto di Dio, l’amore non può venir meno. […] Ci sarà indubbiamente, anche nell’ambito dell’amore, una maggiorazione ma, mentre tutti gli altri elementi tipici della vita ecclesiale di adesso – il dono delle lingue, la conoscenza, la profezia, la stessa fede e la stessa speranza – sono destinati a scomparire quando il nostro contatto con Dio e con gli altri avrà raggiunto la sua pienezza, l’amore rimarrà. Vedendo Dio faccia a faccia (13,12), lo comprenderemo in pieno, lo ameremo davvero come merita. Alla luce di Dio saremo in grado di vedere faccia a faccia anche l’uomo che avrà raggiunto la sua identità completa. Ci sapremo comprendere reciprocamente fino in fondo, capiremo davvero chi siamo e saremo in grado di realizzare il massimo di amore anche nei nostri riguardi. Non fa meraviglia che Paolo, dopo questa dimostrazione della via dell’amore, riprenda il discorso diretto: Inseguite l’amore (14,1a). La via dell’amore non è facile a percorrere. Richiede un impegno dinamico, protratto, rinnovato. Occorre inseguire l’amore. Ma inseguire l’amore per Paolo significa, in fondo, inseguire Cristo che ci mostra e ci dona l’amore del Padre. Paolo scriverà ai filippesi riflettendo la sua esperienza e quella di ogni cristiano impegnato nella via dell’amore: Inseguo per afferrare per il fatto che io stesso sono stato afferrato da Cristo (Fil 3,12)” (U. Vanni, “Un inno all’amore che è anche una via”, PSV 11 (1985/1) 193).

 

Pensare per ripensare le nostre relazioni fraterne

Pensare è esercizio che ci compete sempre e fermarsi a pensare la fraternità tra noi, ci è utile e ci è soprattutto necessario.

Il testo di 1Corinti 13 che fin qui ci ha accompagnati e accompagnerà ancora i nostri mesi venturi, molto ci ha offerto sulle caratteristiche dell’amore: l’amore con cui siamo stati amati da Dio in Cristo che è il medesimo, in forza dello Spirito, con cui possiamo amare.

È noto che non tutte le relazioni sono uguali, congrue, significative e costruttive per la persona umana. Al volto umano competono relazioni umane e umanizzanti. Ci sono relazioni che permettono e disvelano l’umanizzazione della persona e ce ne sono altre che la accartocciano, la disumanizzano e la sfigurano. Ogni relazione è un “faccia-a-faccia” abitato dal mistero della Trascendenza e dalla nostra endemica povertà, un “faccia-a-faccia” che, per diventare esperienza di vita, di accoglienza, di cura e di amore, esige alcune condizioni e ne bandisce altre.

Qui di seguito indico alcuni criteri per ripensare e rilanciare le nostre relazioni fraterne:

In ogni “faccia-a-faccia” è iscritta e interiormente domandata la capacità di viversi come prossimo e insieme distinto, non-confuso rispetto all’altro. Il collocarsi come vicini e come distinti è la sola possibilità che conduca a sperimentare l’infinito con cui è impastato il proprio e il volto di fronte. Ma ciò esige la separazione: ogni con-fusione, assorbimento e risucchio dei tratti di unicità dell’altro, ogni fagocitazione (pressoché infiniti e molto spesso indefiniti sono i modi di “idrovorizzare” l’altro) ha come effetto l’impossibilità di un vero incontro, e conduce al naufragio della relazione. Com-unione e con-fusione fanno, linguisticamente, semplicemente rima ma, esistenzialmente, un incalcolabile danno. Il volto che dà vita a relazioni autentiche è quello che né si distanzia difensivamente da chi ha di fronte, né quello rintanato nel suo comodo (?) cantuccio. Entrambi i casi non sono che la cancellazione dell’altro in quanto altro. Privato di questa ossigenante autonomia, la relazione avvizzisce e il “faccia-a-faccia”, da esperienza gioiosa del fluire della vita, si tramuta in dolente esperienza di rapina.

In ogni “faccia-a-faccia” è potenzialmente iscritta e interiormente domandata la capacità di empatia con l’altro/a. La persona abile a dar vita alla vita, è quella che, mai dismettendo i suoi tratti, sa porsi in quelli dell’altro. È quella capacità così umana che è sintetizzata nell’espressione “sapersi mettere nella pelle altrui” ma subito aggiungendo: “restando se stessi”. L’altro che incontro è da guardare e ascoltare. Solo così, sapendo di esso dal di dentro, il “faccia-a-faccia”, diventa produzione moltiplicata di vita e il volto così accolto si sente a casa.

In ogni “faccia-a-faccia” è potenzialmente iscritta e interiormente domandata la capacità di cogliere l’altro come portatore di valore identico rispetto a se stessi. Chi accoglie con questa reciprocità, dà vita a relazioni dove la diversa identità che è l’altro, è ac-colta come di pari valore alla propria, come bene e come dono. È solo nell’offrire effettivo spazio alla complementarietà dell’altro accolta come indispensabile perché il proprio volto diventi e sia realmente tale, mio, unico; è solo rinunciando a violentare l’altro riducendolo (etimologia quanto mai eloquente) a propria immagine, che le relazioni diventano patto condiviso, alleanza leale, accordo di interscambio, mutuo riconoscimento. È questo “faccia-a-faccia” che dà vita a relazioni di reciprocità, abili alla collaborazione, alla corresponsabilità, alla condivisione. Fraterne.

In ogni “faccia-a-faccia” è potenzialmente iscritta e interiormente domandata la capacità di donare se stessi. Ciò è inscindibilmente connesso con la gratuità. Solo quando la relazione viene liberata dai suoi impulsi distruttivi che si alimentano dalla paura, dalla gelosia, dal narcisismo, allora smette di essere ambigua, fagocitante e violenta. Solo la gratuità depotenzia l’amore della sua componente naturale di violenza e distruttività. Perché per “amore”, paradossalmente, si può giungere alla soppressione dell’altro/a. Possiamo affermare in verità che il volto guarito della fraternità è la gratuità. Apprendere ad amare è apprendere a diventare gratuiti. È la gratuità che spinge al dono disinteressato, all’uscita da sé che diventa dono.

In ogni “faccia-a-faccia” è potenzialmente iscritta e interiormente domandata la capacità di stabilità relazionale. Tale stabilità nasce da un cuore che è sorretto da un’energia affettiva non a singhiozzo, che non procede ad intermittenza, che dà vita a relazioni affidabili, stabili e stabilizzanti. È questa caratteristica che permette di gustare la durevolezza e la consistenza relazionale, amicale e fraterna.

In ogni “faccia-a-faccia” è potenzialmente iscritta e interiormente domandata la capacità di assertività. Assertiva è la persona in grado di far valere le proprie ragioni senza essere né aggressivo né remissivo. Questo tratto adulto della persona strappa dalla mortifera pendolarità dominato-dominante, esprime relazioni capaci di porsi frontalmente, davanti all’altro, senza spocchia e senza paura. Esprime ciò che pensa senza prevaricare; afferma ciò che crede con coraggio ma mai violentemente; è disponibile alla contrattazione pur tenendo in considerazione i propri desiderata; si dice ascoltando e ascolta dicendosi. È “faccia-a-faccia” che, senza violare la propria verità né la verità del proprio interlocutore, promuove relazioni realmente col-laborative, moltiplica le possibilità di soluzione, garantisce con propositività fiduciosa la crescita del dialogo.

In ogni “faccia-a-faccia” è potenzialmente iscritta e interiormente domandata la capacità di riflettere all’altro quel positivo sconosciuto o dimenticato dal suo stesso portatore. Un volto attento all’altro, scopre e specularmente rinvia a colui che gli sta di fronte ciò che potrebbe essere seppellito sotto una marea di rovine, di detriti, di ferite. È quel “faccia-a-faccia” che concede ad uno dei due poli della relazione – quello momentaneamente più “ferito” – di potersi sentir ricordare dall’altro: “tu sei fatto come meraviglia stupenda, sei prodigio!” (cf Sl 139,14). Proprio perché capace di non farsi seppellire dai detriti e spaventare dalle ferite dell’altro, chi è realmente attento alla “prodigiosità” dell’altro riesce e rispecchiargliela, e diventa capace di offrire al “ferito” una vera rinascita.

In ogni “faccia-a-faccia” è potenzialmente iscritta e interiormente domandata la capacità di tenerezza. L’intera Scrittura canta che alla persona umana compete primariamente, sommamente, definitivamente, tenerezza. Roland Barthes, nei suoi Frammenti di un discorso amoroso, afferma che “dove ti dimostri tenero, là individui il tuo plurale”. C’è urgenza tra noi e di pluralità (quanti esistenzialmente single anche se accompagnati!) e di tenerezza (quanta acidità anche in luoghi cristianamente connotati…) per non avvizzire. Ma la tenerezza è una realtà seria. Quanto è indispensabile alla relazione, tanto è taroccata in tante relazioni. L’indispensabilità e la delicatezza della tenerezza nelle relazioni, ben si comprende se esemplifichiamo il discorso prendendo in considerazione il volto umano, quella parte di noi più in vista e insieme così carica di unicità, così solcata dal mistero e pur così esposta a depredazione e a svilimento. È vero che ogni volto è sì “a portata di mano”, ma la sua possibile, unica tangibilità, può solo essere sfiorata e mai afferrata; accolta come dono e mai sottraibile alla incommensurabilità del mistero che lo abita. Al volto umano compete esclusivamente tenerezza che si fa carezza. La carezza, che dice, simultaneamente, uscita da sé e non accaparramento, vicinanza ac-curata e mai inopportuna invadenza, com-unione ma mai con-fusione, bisbigliare prossimità senza mai predare. La carezza del volto come formula della vita e guarigione della incomunicabilità. Ma ad alcune ineludibili condizioni. In una relazione che evochi tutto il divino e tutto l’umano compete la tenerezza che ac-carezza. Tutto l’umano, giornalmente, si dibatte nella tragica dicotomia: tra stretta/presa e carezza, tra afferrare e accarezzare. L’atto decisivo di ogni potere consiste nell’afferrare. A nessun oggetto si chiede il permesso di essere afferrato: è lì-per-me, io ne ho bisogno e lo afferro. Al versante radicalmente opposto della presa prende vita la carezza. Accarezzare per forza è impossibile, perché l’esperienza decadrebbe istantaneamente in maltrattamento. “Per accarezzare dobbiamo poter contare sull’altro, sulla disposizione del suo corpo, sulle sue reazioni e desideri. La carezza è una mano rivestita di pazienza che tocca senza ferire e che si ritrae per permettere di muoversi al soggetto con cui siamo a contatto” (L.C. Restrepo, Il diritto alla tenerezza, Assisi, 2001, 72). Queste le irrinunciabili condizioni che fan sì che la carezza non diventi la caricatura del suo contrario. Solo la mano che ha rinunciato al possesso predatorio può accarezzare l’altro, perché sa su quale apertura sconfinata, vero abisso, si sta muovendo. All’altro/a, dunque, si può avvicinare solo la mano che sa di solcare un abisso che non si finirà mai di conoscere. Proprio perché la carezza non è uno semplice strofinio di epidermidi, la mano che si alza per accarezzare sa di esporsi ad un fallimento ogniqualvolta pretende, nella carezza stessa, l’impossibile: “Quando accarezziamo, pretendiamo di comunicare i nostri sentimenti e, allo stesso tempo, cerchiamo di sentire quello che l’altro prova. Ma anche se lo desideriamo ardentemente, non arriviamo mai alla piena coincidenza. Ciò che si annuncia come una simbiosi, non va oltre lo sfioramento; un fallimento, dunque, dato che nessun contatto ha il potere sufficiente per trasformarsi in fusione. […] Quando la mano, arrogante, si ostina a possedere l’altro, non è più seta ma artiglio: l’incontro fallisce e si apre la strada dell’incorporazione. L’individualità è fagocitata. La possibilità del dialogo sparisce. La tenerezza è sostituita dalla violenza” (L.C. Restrepo 2001, ibidem, 73.74). Può permettersi una tenerezza carezzevole l’altro, solo chi ha rinunciato definitivamente al sogno della fusione. La tenerezza che si fa carezza sul viso è il gesto più convincente per dire all’altro di sapere di quell’abisso; di sapere di quell’irriducibile spalancamento; di sapere della “frattura” che interiormente e integralmente lo percorre. Proprio perché è un prendersi cura dell’altro nella misura in cui non è necessario o dovuto, la tenerezza che si fa carezza diventa silenziosamente eloquente. Come potrebbe mancare ad ogni reale fraternità la tenerezza?

 

La Parola è “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12)

“Mi rivolgo a voi, fratelli e sorelle, ditemi: che cosa vi sembra più importante, la parola di Dio o il corpo di Cristo? Se volete rispondermi secondo verità, dovete dirmi che la parola di Dio non vale meno del corpo di Cristo. E quindi se poniamo tanta cura quando vi si amministra il corpo di Cristo, perché dalle vostre mani non cada in terra neppure una briciola, altrettanta cura dobbiamo mettere perché la parola di Dio, che vi viene elargita, non vada perduta dal vostro cuore con pensieri e parole estranee: poiché non è meno colpevole chi ascolta con negligenza la parola di Dio di chi per sua negligenza lascia cadere in terra il corpo di Cristo” (Cesario di Arles nel Sermo 78,2 – CCL 103,323).

Desideriamo accogliere questa accorata esortazione a non disperdere nessuna delle parole divine donateci dallo Spirito, così come non lasciamo cadere per terra, per negligenza, neppure un frammento del corpo del Signore. Vogliamo accogliere con fede la Parola che giudica e che sana, aprendo il cuore ed esponendo i nostri vissuti alla luce rigeneratrice di essa.

 

* Individuo le dicotomie nell’amore che riscontro nella mia vita cristiana e verifico quanto l’esigenza di inscindibilità tra amore di Dio e amore degli altri si attua nella mia vita.

* I carismi che lo Spirito mi ha donato sono a servizio della comunione e per l’edificazione della comunità. Verifico se i doni di grazia, ricevuti gratis, fanno di me un paziente artigiano nella tessitura di rapporti di fraternità sempre più veri e significativi. Devo discernere sui carismi vissuti per altri fini che non edificano.

* Faccio grata memoria che io, gli altri, tutti, siamo depositari di una novità e una ricchezza originale, personale e unica che possiamo solo accogliere come dono. Di qui l’inutilità di darsi pena per i carismi non ricevuti o scimmiottare o scopiazzare carismi che non mi appartengono, rischiando di sperperare il dono di grazia che, al contrario, è stato dato a me.

* Fatti figli nel Figlio, nel Battesimo riceviamo lo Spirito di Dio che ci mette in cuore i sentimenti di Gesù. Ciò mi dona di amare come lui. Individuo un volto che non amo cristianamente.

* Riconoscere gli schemi, le etichette e i preconcetti nelle mie relazioni fraterne mi aiuta ad essere sempre più autentico. Amare l’altro induttivamente, a partire dalla sua vita e dalla sua storia, mi porta a cercare e a trovare la loro reale utilità, facendomi attento a non proiettare nella relazione fraterna la mia utilità e i miei interessi.

* Ripenso a quale spessore concreto di bontà costruttiva pongo in atto perché il dono di me sia autentico. Faccio scorrere nel cuore i volti delle persone di cui la vita mi ha fatto dono, perché nessuno di essi venga defraudato della mia comprensione attenta e della mia larghezza di cuore.

* Identifico le modalità concrete del mio essere invidioso e geloso e porto nella preghiera, davanti al Signore, le persone e i carismi di cui queste sono portatrici e che lui mi ha donato da amare e che io colgo come limite-per-me.

* Il volto guarito dell’amore è la gratuità. Individuo quei ‘contraccambi’ che, nel farmi prossimo, domando all’altro e identifico quelle relazioni fraterne nelle quali il dono disinteressato di me è disatteso o appare a intermittenza.

* Riconosco le relazioni ‘dilettantistiche’ che vivo.

* Chiamo per nome quali ‘volontà’ e quali progetti soppiantano facilmente quella che è la volontà del Padre, per me, svelata nella vita di Gesù.

* Chiedo grazia al Compassionevole Padre di individuare nelle relazioni fraterne il mio essere intempestivo, intemperante, incontinente. In tre momenti di silenzio e in ascolto della Parola, posso portare nella preghiera queste tre pesantezze.

* Attesa, silenzio, discrezione, rispetto, sono preziosi mattoni per la costruzione di quelle solide e belle esperienze fraterne di cui il Signore ci dà grazia di vivere. In questo tempo ne faccio motivo di ringraziamento e insieme richiesta di perdono.

* La fede e la speranza donatemi nel Battesimo mi aiutano a correre il rischio di Dio ogni giorno. Mi dico in cuore, davanti a Colui che ha dato se stesso per me, se mi arrischio a correre tale rischio o se preferisco andare sul sicuro, non affidandomi troppo a lui o non concedendogli signorìa su qualche ambito in cui mi preme mantenere lo scettro in mano.

* La pazienza nei confronti dei modi, dei tempi, degli interventi di Dio, nella mia vita mi ricorda che sono io fatto a sua immagine e somiglianza e non viceversa.

* Mi può attanagliare la gonfiata, compiaciuta consapevolezza di me e quell’indisciplinata smania di mettersi in mostra. Disumanizza il mio umano e quello di chi è costretto a subirmi.

* Persona carnale posso essere anch’io quando faccio di me un assoluto e non dò spazio a nessuna alternativa che non sia il mio proprio vantaggio. Ne faccio memoria in questo tempo di digiuno, di penitenza e di preghiera.

* Passare con facilità sopra le rotture di dialogo e di relazione è fonte di dolore per me, per gli altri, per tutti. Quando c’è il valore superiore della fraternità in gioco, riscelgo volentieri la fraternità senza anteporre altri valori alternativi.

* Le mie intransigenze nelle relazioni familiari e parrocchiali, con amici e sul lavoro. Le mie posizioni di granitica ‘fermezza’. Le scadenze rigide poste agli altri. Non le vorrei. Ma ci sono. La certezza dell’amore incondizionato del Padre mitiga la pena del cuore e chiama a conversione. Oggi.

* Dio instancabilmente mi offre nuove opportunità, re-inizi, e mi spalanca il suo cuore senza sosta e senza condizioni. Ciò mi fa immensamente bene e lo imito. Oggi, domani, sempre.

* Per la mia durezza, irrispettosità e superbia ci sono persone che ho fatto tremare, ho fatto piangere, ho fatto maledire il giorno di avermi incontrato e di avermi dato fiducia, che ho violentato e inaridito. Signore sono peccatore, pietà di me!

* Signore, non voglio tener il conto del male ricevuto e non voglio lasciarmene dominare perché mi schiavizza, mi chiude, mi isterilisce. Non permettere che nessun torto subìto determini i miei giorni, i miei affetti, i miei progetti di bene. Per tua sola grazia.

* Anche io mi sono rallegrato dell’ingiustizia subita dai miei fratelli. Avevo il cuore avvelenato. E so, so bene, che questa è la perversione dell’amore. Tu Signore Gesù, per l’ingiustizia che il peccato e la morte mi infliggono, offri ancora te stesso per me. Pietà. Grazie.

* Accoglierti come Altro e sempre inedito, Signore, mi dà la grazia di accogliere quelle diversità che sono gli altri e che riempiono le mie giornate. Mi dà la grazia grande e sanante di accogliermi senza esaltarmi e senza schifarmi. Concedimi ancora e sempre la grazia di essere cittadino gioioso e libero perché liberato, di quel “quadrilatero della totalità” dove il tutto di me è fatto colmo dal tutto che sei. Amen. Amen.

Questo, per la nostra Chiesa, è anche il tempo dell’apertura degli occhi e soprattutto lo spalancamento del cuore alla povertà che rende amari molti giorni di troppi fratelli e sorelle. Un’amarezza che giornalmente li costringe a chiedere, a venire, a scrivere, a telefonare: “Mi aiuti! Non so più cosa fare e da chi andare…”. Sono sempre parole pesanti come massi, alle quali mai ci si abitua. Terribili quando le colgo sulla bocca di genitori disperati, di giovani senza prospettiva, di coloro che si sentono falliti. Indurire il cuore, chiudere gli occhi o girarsi dall’altra parte è da captivi, da prigionieri di noi stessi e del nostro egoismo e, tante volte, della marea di pregiudizi in cui inabissiamo.

Vivere questo tempo quaresimale verso la Pasqua tenendo aperta la Bibbia al cap. 13 della 1Corinti e girare lo sguardo per non vedere chi pena e non attuare qui, tra noi, stili rinnovati di fraternità e di solidarietà concreta, è compiere un sacrilegio.

La prossima quinta domenica di Quaresima, 2 aprile, la nostra Chiesa celebra la Giornata per il Fondo Episcopale di Solidarietà. Tutte le offerte raccolte durante ogni celebrazione eucaristica in ciascuna Parrocchia e in ciascuna Chiesa destinata al culto divino, confluiranno in detto Fondo. Per tenere vigile la memoria e perché il maggior numero possibile di fedeli possa rispondere generosamente a questo appello, ogni comunità riceverà delle buste appositamente preparate in cui si potrà mettere ciò che il Signore ispirerà.

Domando ad ogni parroco e ad ogni presbitero di accompagnare le comunità lungo tutto il cammino quaresimale, a iniziare dal mercoledì delle ceneri fino alla quinta domenica di Quaresima, a crescere nella consapevolezza di poter e dover diventare fratelli, condividendo con chi pena dolentemente la vita.

Entro quindici giorni ogni presbitero depositerà le offerte raccolte in tale giornata presso l’Economato diocesano. Come ogni anno verrà reso noto, tramite il giornale diocesano Dialogo, quanto la carità avrà saputo smuovere la nostra generosità.

Ringraziamo insieme il Signore per ciò che, attraverso il Fondo, è giunto in aiuto a tanti in questo ultimo anno: 206 sono stati i casi che hanno ricevuto aiuto, grazie al lavoro dell’apposita Commissione da me istituita. L’importo totale erogato è di circa 135.000,00 euro. Il mio grazie a tutti coloro che hanno aperto il cuore, non hanno girato lo sguardo dall’altra parte, sono emersi dalla marea dei pregiudizi e hanno posto mano a ciò che possiedono, poco o molto che sia, perché altri potessero rialzare la faccia. Davanti ai propri figli, al coniuge. Al mondo. A tutti e a ciascuno la mia e la riconoscenza dell’intera nostra Chiesa e di coloro che son stati fatti segno di attenzione.

Questo cammino quaresimale e la santa Pasqua che abbiamo davanti a noi, diventino un tempo opportuno perché il Signore guarisca il nostro cuore da quella malattia che la Parola di Dio chiama sklerocardìa, il cuore di pietra. Brutta patologia! Si perde la vita con difetti cardiaci molto meno… pesanti, immaginiamo il cuore pietrificato. Chiediamo umilmente al Vivente per noi stessi, per i fratelli e le sorelle di fede, per ogni persona umana, la guarigione. Vi prometto di farlo per tutti e per ciascuno. La Madre del Signore, assidua nella preghiera con gli apostoli nel cenacolo, ci ottenga dal suo Figlio un cuore di carne e occhi non captivi dell’indifferenza. Invoco la benedizione di Colui che è venuto, viene e verrà. Tutti abbraccio con grande affetto e riconoscenza

 

                                                                                                              ✠ padre Mauro Maria
vescovo