“Quaresima. Esercizio di libertà”. Il Messaggio del Vescovo Mauro Maria per il tempo di Quaresima-Pasqua

Messaggio per la Quaresima e la Pasqua 2026
Quaresima. Esercizio di libertà

Come ogni anno liturgico, anche in questo 2026, l’esperienza della Quaresima in preparazione della Pasqua di Risurrezione, per dono dello Spirito, porta con sé una rinnovata possibilità di liberazione, di scioglimento di lacci, di salvataggio dalle tante trappole esistenziali che la vita o la personale o altrui irresponsabilità e insipienza, ci fanno sperimentare.

Come tante volte ricordato in questi anni, scopo della Quaresima è approdare, nuovi, alla Pasqua. Nuovi – e questo è il fine della vita cristiana – significa avere, sempre rinnovatiin sé, i sentimenti del Figlio. Ma perché si compia questo ri-novamento, si debbono dilatare gli spazi della libertà del cuore: ai sentimenti non si può comandare e nessuno può essere “costretto a sentire” emozioni, sentimenti, attrazione o repulsione.

Ma perché i sentimenti del Figlio diventino miei, nostri, è tempo di dar credito al suo Vangelo, a Lui, Buona notizia del Padre. Ciò significa ri-orientare i desideri: dismettere quei desideri che sappiamo antievangelici, vecchi, “cattivi”,cioè prigionieri, che ci rendono, appunto, soggiogati ad egoismi, pregiudizi, visioni contraffatte di Dio, degli altri, di sé. Iniziando, invece, a desiderare ciò che il Padre desidera e che ha manifestato negli stili di vita del Figlio Gesù, nei suoi sentimenti. Da lui apprendiamo ciò che conta e merita di essere perseguito nella vita. Ognuno, per esperienza personale, sa che non ci si stacca da ciò che rassicura, che è noto, che paga, seduta stante, in gratificazione e che ci aderisce come seconda pelle. Se non si è afferrati dal desiderio e dalla ricerca di un di più, qualcosa o Qualcuno che per cui valga la pena cambiare, ri-orientare o dismettere desideri vecchi, stantii e inabili a dar vita alla vita, non cambiamo passo. Se non si prova il desiderio intenso di vivere in modo nuovo, diverso da quello abituale, si rimane saldamente ancorati al vecchio. Ricorderetequanto ci siamo soffermati, riflettendo sul tema del desiderio e del desiderare, nel messaggio di Quaresima-Pasqua del 2015, Al pozzo oltre il pozzo. Scavando i desideri.

La Quaresima-Pasqua, che anche questo anno ci è donata, è occasione di grazia grande per mettere il dito nella piaga: per ri-formare, tagliare, cambiare, de-strutturare e ri-strutturare cuore, mente, stili, abitudini, consuetudini, assuefazioni, vezzi, mode, manie, smanie, pallini, fissazioni, bizzarrie, routine… Se in Quaresima non facciamo realmente male all’“uomo vecchio che ci abita” (cf Col 3,9-10), è perché non abbiamo ancora messo il dito nella piaga.

Se non ci asteniamo dal peccato e dall’egoismo, la grazia rigenerante della Quaresima non può fare irruzione alla radice della nostra persona, nel cuore, e come tristissima conseguenza, sarà proprio la Pasqua a non potervi mettere piede. Fare Quaresima per fare Pasqua significa guardarsi, senza paura, nello specchio che è Cristo e rispecchiarci, così, nei suoi sentimenti. Perché essere cristiani – cioè di Cristo, proprio suoi – significa vivere lui, scegliere a partire da lui, solo da lui. Confronterò, allora, il mio programma, i nostri programmi con il suo programma, ciò che lui “ha a cuore” con ciò che io “ho a cuore”. In cosa differisce? Cosa manca? Cosa è di troppo, di inutile, di contrario? Quanto le mentalità antievangeliche, ancora strutturano o si ramificano nei miei affetti, nelle scelte di vita, nella conduzione di progetti, di relazioni, di quei ministeri ecclesiali che sono chiamato/a a vivere? Quanto le nostre personali vie di peccato, la nostra carnalità, le tante concupiscenze, desiderano essere (ri)condotte sulla via della grazia, sparpagliate dallo Spirito per convertirle ai sentimenti del Figlio? Devo decidere che le tante indocilità al Signore si rivestano di vera docilità, iniziando ad obbedirgli, a considerarlo seriamente: “Ritornate a me con tutto il cuore, ritornate al Signore vostro Dio” come ci suggerisce, il mercoledì delle Ceneri, la Parola santa.

Nella nostra Quaresima è alla mentalità che bisogna porre mano. Ascoltando e contemplando il Figlio e la sua mentalità, colui “che mi ha amato e ha dato se stesso per me.” (Gal 2,21). Occorre perciò verificare la buona volontà e le enunciazioni verbali, attraverso alcuni parametri concreti, quelli che l’Apostolo, in Filippesi 2, indica, appunto, come i “sentimenti di Gesù”: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con lo stesso amore, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,1-5).

I discepoli che coltivano un’intensa familiarità con i sentimenti del Figlio e hanno deciso di porre stabilmente il proprio domicilio nel Vangelo, scelgono, anche quando il costo può essere salato, la compassione e la concordia piuttosto che la “rivalità e vanagloria”; preferiscono dare spazio ad altri, piuttosto che debordare in grotteschi protagonismi; bandiscono ogni forma divagata, o di comodo, o di facciata, o predatoria nella conduzione di sé e nelle relazioni; depongono tutto ciò che ha il sapore sciapido dell’inconcludenza, della larvata manipolazione e della vacua appariscenza.

È il Padre stesso che, tramite il dono del suo Spirito seminato nei nostri cuori, dona di poter vivere come il Figlio. Il discepolo può amare come Dio ama per l’azione gratuita e instancabile dello Spirito, vero forgiatore, negli abissi del cuore umano, degli stessi sentimenti del Figlio Gesù, delle sue fattezze filiali e fraterne. È solo per l’azione instancabile dello Spirito del Vivente in noi, che i nostri tentativi di autenticità, di gratuità, di trasparenza e di amore, possono andare oltre il livello dilettantistico e uscire dalla logica perversa di amare (?) Dio e il prossimo, con criteri selettivi e discriminatori. Pagani.

Essere fatti figli nel Figlio è dono del Padre, ma questo dono non attiva alcun automatismo che riduca, o sostituisca, o silenzi coscienza, libertà e responsabilità personale. Se è vero, come è vero, che è lo Spirito del Signore a far vibrare nel cuore l’appello di poter giungere alla stessa statura di Cristo (cf Ef 4,13), la sua azione non può sostituirsi, mai, alla nostra libera e personale iniziativa: è volontà di Dio che restiamo responsabili del nostro essere e del nostro divenire. Ciò che lo Spirito ci fa intravedere e gustare come desiderio di crescita umana e spirituale, deve ricevere il personale acconsentimento. E tale ac-con-sentimento esige una agonia, una lotta, un allenamento serrato, un impegno perseverante, perché sono ben agguerrite, in noi, sono le resistenze oppositive. Solo ciò permette ai desideri nuovi e alla nuova progettualità, di porre radici profonde e non velleitarie, permettendo, così, ai desideri ispirati dallo Spirito e accolti nel cuore, di diventare realtà e di mutarsi in stile, in postura stabile, in habitus.

Riconosco il dono ricevuto nel Figlio e decido di vivere i suoi sentimenti.

Se l’intera vita cristiana è vibrare con i sentimenti appresi dal Figlio Gesù, la Quaresima è un tempo privilegiato di ri-educazione alla libertà del cuore, un insostituibile stage annuale di ritrovata libertà interiore. Ogni “pratica” – ascesi – e ogni “esercizio” – disciplina –, come vedremo, sono a servizio della personale libertà interiore, per riconoscersi figli nel Figlio e riassaporare i suoi sentimenti.

La Quaresima ci introduce nella celebrazione – che ogni anno dovrebbe essere più intensamente vissuta – del mistero pasquale del Signore Gesù.

La mistagogia, termine greco che significa “guida/iniziazione ai misteri”, è il tempo e il processo di catechesi che segue la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, finalizzato a comprendere e interiorizzare il mistero celebrato nella vita quotidiana. La mistagogia rappresenta un impegnato e consapevole cammino post-battesimale, all’inizio specialmente per i neofiti, per maturare la fede vissuta. Oggi, il significato, pur restando il medesimo, si è allargato, non limitandosi al periodo che segue immediatamente il Battesimo, ma indica l’azione di introdurre qualcuno nelle realtà sacre o nascoste, rendendo i sacramenti (riti, gesti, preghiere), parte integrante dell’esistenza, portando a far vivere alla/al battezzata/o, l’esperienza cristiana nell’ordinario, nella ferialità, lì dove corre la vita, approfondendo il senso del dono ricevuto e favorendo una partecipazione più viva e matura all’Eucaristia, ai Sacramenti, alla vita cristiana e comunitaria.

L’ascesi-disciplina del credente è tutta connessa al mistero pasquale e la sua necessità è radicata nel battesimo, l’evento che, conformando il credente a Cristo, lo abilita e lo impegna a vivere la fede. Tutto questo, tanto intensamente, da diventare combattivo non solo per crescere, ma per crescere “alla statura di Cristo” (cf Ef 4,13.15). È l’intera esistenza e tutta la persona ad essere condotta in stato di conversione. “L’ascesi cristiana sta all’interno della vita teologale dischiusa dal battesimo e afferma la necessità di una continua purificazione dell’amore, di un incessante irrobustimento della fede, di un costante rinvigorimento della speranza […] Sì, il cristiano è un discepolo ma lo deve diventare sempre di più, e questo comporta sforzo, allenamento di spoliazione, di autenticità, di conformità al Signore Gesù. Il battesimo ricevuto è un inizio, non una garanzia acquisita per sempre” (E. Bianchi).

Ecco perché, annualmente, in questo tempo liturgico, la madre Chiesa, insistentemente, ci invita ad un nuovo passaggio-esodo-pasqua e ci convoca ad un nuovo catecumenato. C’è un ritmo dialettico nel ricco formulario quaresimale che può illustrare questo passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo:

– dalla malattia alla salute: il paralitico (quarto martedì), il figlio del centurione (quarto lunedì);

– dalla lotta e dai pericoli alla vittoria: storia di Giuseppe (secondo venerdì), di Susanna (quinto lunedì), di Geremia (secondo mercoledì e quinto venerdì), persecuzione del giusto (quarto venerdì), di Ester (primo giovedì), Cristo tentato e trasfigurato (prima e seconda domenica);

– dalla sete all’acqua viva: l’acqua di Mosè al popolo e di Cristo alla Samaritana (terza domenica A);

– dalle tenebre alla luce: il cieco nato (quarta domenica A);

– dalla morte alla vita: Lazzaro (quinta domenica A);

– dal peccato alla conversione: storia di Giona e di Ninive (primo mercoledì), il figlio prodigo (secondo sabato e quarta domenica C);

– dal vecchio fermento al lievito nuovo (Domenica di Pasqua);

– “ma soprattutto il grande ritmo, annunciato varie volte e compiuto gloriosamente, dalla morte alla risurrezione di Cristo. È lo stile di Dio, il ritmo pasquale, il passaggio dinamico e potente, che è diventato l’essenza della storia della salvezza e che noi assimiliamo nel nostro cammino quaresimale-pasquale. Dalla morte alla vita […] Tutti abbiamo qualcosa da far morire in noi: l’orgoglio, la pigrizia, l’ira, l’egoismo. Tutti abbiamo qualcosa da rinnovare” (J. Aldazàbal).

È, appunto, la rinnovata familiarità con la Persona e la Parola del Signore e la decisa ri-assunzione dei suoi stili, delle sue preferenze, che ci fa aderire prontamente a ciò che Gesù approva e promuove, e rigettare, altrettanto prontamente, ciò che egli disapprova e boccia: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14,23-24). “Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Se uno ama me: è la prima volta nel Vangelo che Gesù chiede amore per sé, che pone sé stesso come obiettivo del sentimento umano più dirompente e potente. Ma lo fa con il suo stile: estrema delicatezza, rispetto emozionante che si appoggia su di un libero se vuoi, un fondamento così umile, così fragile, così puro, così paziente, così personale. Se uno mi ama, osserverà… perché si accende in lui il misterioso motore che mette in cammino la vita, dove: «i giusti camminano, i sapienti corrono, ma gli innamorati volano» (santa Battista Camilla da Varano). L’amore è una scuola di volo, innesca una energia, una luce, un calore, una gioia che mette le ali a tutto ciò che fai. Osserverà la mia parola. Se arrivi ad amare lui, sarà normale prendere come cosa tua, come lievito e sale della tua vita, roccia e nido, linfa e ala, pienezza e sconfinamento, ogni parola di colui che ti ha risvegliato la vita. La Parola di Gesù è Gesù che parla, che entra in contatto, mi raggiunge e mi comunica sé stesso. Come si fa ad amarlo? Si tratta di dargli tempo e cuore, di fargli spazio. Se non pensi a lui, se non gli parli, se non lo ascolti nel segreto, forse la tua casa interiore è vuota. Se non c’è rito nel cuore, se non c’è una liturgia nel cuore, tutte le altre liturgie sono maschere del vuoto” (E. Ronchi).

Non a caso, la mistagogia, è definita una “liturgia didattica” che aiuta concretamente i cristiani a interpretare le esperienze della vita alla luce della fede e a superare una visione superficiale o ingenua di Dio.

Mistero pasquale, appunto. È un’espressione ben presente nella liturgia quaresimale e pasquale: “questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo Figlio, inaugurò nel suo sangue il mistero pasquale” (prima orazione del Venerdì Santo); “per celebrare santamente la Pasqua (paschale mysterium)” (giovedì della terza settimana di Quaresima). Dire “mistero pasquale” significa dire “mistero della Redenzione”, ma in modo arricchito: più concreto, perché richiama l’attenzione non su un concetto, ma sull’evento morte-risurrezione del Signore; più completo, proprio perché considera, non separatamente ma inscindibilmente, morte e risurrezione del Signore; più dinamico, perché pone in rilievo l’eminente passaggio dalla morte alla vita in Cristo Signore.

Nel ritmo liturgico annuale, poi, la Quaresima-Pasqua occupa uno spazio temporale significativo per lunghezza e intensità. È vero che l’intero anno liturgico ha come fine l’assimilazione, personale e comunitaria, del mistero di Cristo, ma in questi novanta giorni, la densità e la concentrazione raggiungono una singolare intensità. L’attenzione e il vigore ci devono accompagnare “in crescendo” durante questo peculiare trimestre, con il culmine della Veglia Pasquale, meta e fonte della ri-forma personale di risuscitati-con-Cristo.

È la Quaresima che ci inizia alla Pasqua, che ci esercita nel passaggio dalla morte alla vita. È dunque evidente che, anche quest’anno, non si tratta di “istruirci” di più e meglio sulla Pasqua, quanto di “iniziarci” con più verità, consapevolezza e profondità, al suo mistero. Una tensione, quella della Quaresima verso la Pasqua, mai da minimizzare e che ci ha abbondantemente accompagnato nella Quaresima-Pasqua del 2023, Sanati dalla Quaresima. Salvati dalla Pasqua.

È il Triduo pasquale che ci conduce al culmine della celebrazione del passaggio-Pasqua del Signore dalla morte e dal sepolcro alla Vita nuova, e del nostro passaggio-Pasqua, nell’acqua del Battesimo, dal peccato alla grazia.

È, poi, il Tempo pasquale che prolunga e dilata la solennità per altri cinquanta giorni ma come se fosse un solo giorno, fino al sigillo finale, la Pentecoste che, in verità, più che sigillo che chiude, è esplosione che spalanca. Tutto ciò ricorda che la Quaresima non è mai fine a sé stessa. Non lo può essere. È solo nella inscindibilità della Quaresima dalla Pasqua che riusciamo a cogliere la verità del personale processo salvifico di ogni battezzato/a:

– nel morire al peccato, nel morire all’egoismo, nel morire alle vacuità in-sensate, è già abitare una vita nuova;

– è con Cristo che il credente celebra la nascita alla vita nuova;

– questo conduce a vivere con energia nuova la vita: proprio come bambini appena nati, come neofiti, cioè come nuovi germogli.

È precisamente alla luce dell’evento pasquale, che l’ascesi/disciplina, diventa concreta partecipazione alle energie inesauste della resurrezione, facendo passare il credente dal regime del consumo a quello della comunione. Solo per queste energie inesauste è possibile “mettere a morte” ciò che produce morte: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi, infatti, siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria. Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria” (Col 3,1-5).

Il testo di Colossesi indica il giusto posizionamento del discepolo e la possibilità, tutta pasquale, di abitare situazioni in costante (e inevitabile) tensione:

tra l’efficacia redentrice della morte e risurrezione del Signore e la famelica “voglia di peccato” che scalpita dentro ed esige bottino;

– tra pungentiappetiti terromondani e l’insopprimibile nostalgia di nuovo, di altro, di ultimativo;

tra l’occultamento di sé “con Cristo in Dio” e il rinvenimento glorioso di sé, nella cristofanìa che sigilla la storia;

tra necessità di sottrarre vitalità agli idoli e ricevere vita da Cristo “mia vita”.

Certo è che, tale ubicazione, senza l’energia inesausta della Pasqua, è priva di abitabilità! Nella sua praticadiscepolare il credente – proprio abitando questo crinale senza mai fuggirlo, senza mai negare l’esistenza delle due sponde, senza mai venire meno a questa appartenenza “ibrida”, ma aprendosi alla inesausta energia pasquale che solo lo Spirito attiva – fa l’esperienza assai concreta che l’efficacia della Pasqua lo spoglia dell’uomo vecchio, rivestendolo di Cristo-vita.

Il perché della conversione è luminoso e avvincente come null’altro mai: l’inconfondibile scoperta della Persona e della Parola del Signore Gesù, come salvifica-per-me e senza pari. Il come della conversione, il dare sostanza, consistenza e concretezza alla conversione stessa, lungo il filo dei giorni, è sempre da riscoprire e rimparare. Sta di fatto che la serietà del come, può inverare o mistificare il medesimo perché.

La conversione, proprio perché tutta motivata e imperniata sulla relazione con il Signore, è ri-orientare l’esistenza, dando vero e sincero credito a lui, scegliendo di assumere decisamente i suoi stili e le sue preferenze, dismettendo, altrettanto decisamente,tutto ciò che si scorge in dissonanza da lui.

Il come della conversione è incidente nel far sì che la relazione con il Signore, nei variegati e inediti frangenti della vita cristiana, si conservi, cresca e ponga radici sicure. Ci sono dei come che favoriscono la relazione, che la sostanziano, l’avvalorano, la garantiscono nella sua autenticità e, allo stesso modo, vi sono dei come che la indeboliscono, la invalidano, la smentiscono. Fino a svuotarla e, per ciò stesso, a distruggerla.

La Quaresima 2026 se ci vede tesi verso la Pasqua di Risurrezione, ci coglie immersi in un contesto storico ed ecclesiale non solo guerreggiato e paurosamente violento, ma anche tanto complesso e disorientato, frammentato (per certi versi, frantumato), dove le polarizzazioni appaiono irriducibili, reclamando, ognuna per sé, primazia ed esclusività, sdoganandosi, ciascuna, come unico ed ultimo salvifico baluardo. Registriamo inoltre, in simultanea, soprattutto in ambiti più nostrani, vissuti ecclesiali capaci di coniugare inflessibili rigidità ideologiche, con accomodanti “cristianesimi molli”.

In questo nostro appuntamento annuale, lungo ormai un quindicennio, molti sono stati i testi biblici, i temi fondanti la vita cristiana e spirituale, che ci hanno aiutato nel nostro cammino di fede personale e comunitario. Ripercorrere l’itinerario compiuto dal 2012, riportato alla fine di queste pagine, ci spinge alla grata e umile riconoscenza al Padre di ogni dono perfetto e ci incoraggia nel continuare, gioiosamente, il nostro cammino,

Quest’anno vorremmo riflettere su un tratto tipico della Quaresima, che innerva e sostiene l’intera vita cristiana, ciò che possibilita e intensifica la vita spirituale dei discepoli di ogni tempo. I cristiani che ci hanno preceduto parlavano di ascesi e disciplina, intendendo – e noi con loro – l’impegno concreto, l’esercizio, la pratica giornaliera di reale, amorevole, concretissima attenzione al Signore. Vale a dire il quanto e il come prenderlo sul serio, il quanto e il come i suoi sentimenti incidono sulle scelte, gli affetti, sull’abitare relazioni concrete, situazioni precise. Così che la relazione con il Signore Gesù non sia fittizia, o per sentito dire, o così inconsistente da valere praticamente nulla nella propria parabola di vita.

Diversamente detto: cristiani vuol dire di Cristo; noi lo siamo, confessandolo come irrinunciabile Bene e Fine ultimo e definitivo del mistero personale e dell’intera storia umana. È proprio e precisamente questo, che ci fa decidere di seguirlo, che ci rende solleciti sui suoi passi, per non perderne le tracce; che ci permette di imporci, liberamente, tutti i mezzi necessari per goderne la presenza e l’amicizia ed escludere, altrettanto liberamente, tutto ciò che frena, o impedisce, o ritarda la comunione con lui.

E proprio su tale pratica, o esercizio, o allenamento, o apprendimento, che vorremmo riflettere in questo tempo liturgico che va ad iniziare, nella consapevolezza che, il beneficio della riflessione, può arricchire l’intera sequela del Signore.

Dobbiamo dircelo: ascesi e disciplina, oggi, sono vocaboli incompresi e, per ciò stesso, distorti:i malintesi, sul loro reale significato, si sprecano. Parlare oggi di ascesi e disciplina, anche nelle nostre comunità cristiane, suona come una stonatura e può anche infastidire. Per i più, sono termini anacronistici e dal sapore démodé. Certamente vettore di virtù “sospette” per troppi contemporanei“Nel clima odierno, per un gran numero di cristiani, l’ascesi anche solo come parola è alquanto incomprensibile. Se uno parla di digiuno o di continenza e di volontaria limitazione dei desideri individuali, è sicuro che sarà accolto con ironia o da un’aria di condiscendenza” (C. Yannaras).

Per non cadere nel trabocchetto e ritrovarsi a propria volta truffati – precisamente come i due inconsapevoli vocaboli tentiamo di riscoprirne, insieme, il significato.

Áskeîn è una voce verbale che, in ambito classico e nel cristianesimo dei primi secoli, significa “esercitare/praticare/allenarsi”, mentre il sostantivo corrispondente áskesis/ascesi, indica “esercizio/pratica/allenamento”. Gli ascetés/asceti erano coloro che esercitavano e si esercitavano, mantenendosi in esercizio in modo metodico, sistematico, regolare e regolato, attraverso cui attuavano il mantenimento dell’arte e così il progresso, la crescita, l’affinamento e il raggiungimento di un obiettivo.

– Discĭplīna/disciplina e discipulus/discepolo derivano dal verbo latino disco: “imparare/apprendere/conoscere”. In ambito cristiano, discepolo indica colui che, seguendo il Signore e stando con lui, un poco alla volta, impara da lui e impara lui.

Senza questa disciplina, cioè senza impararLo, non c’è discepolo e, quindi, non c’è discepolato.

Potremmo dire che il pasticcio, ben più che etimologico, ma di vita cristiana concreta, è iniziato (e continua), quando, per così dire, si è sganciata la disciplina dal suo riferimento essenziale, insostituibile: imparare dal Signore, apprendere da lui, conoscere da lui. Meglio ancora, imparare lui, apprendere lui, conoscere lui: è questa la vera disciplina. Perdere la radice relazionale del concetto di disciplina, ha portato a grandi fraintendimenti nella vita cristiana. E non si tratta semplicemente di apprendere e praticare la enkràteia/dominio di sé, la temperanza, la capacità di controllare e governare istinti, passioni, inclinazioni come insegnava la filosofia classica (anche se resta vero che, lo stesso Apostolo, la raccomanda vivamente a Tito, come caratteristica distintiva del vescovo: Tito 1,8). Certo, aversi a cuore ed essere padroni di sé, appare indispensabile e auspicabile in ogni esistenza umana. Ma il discepolato cristiano non è semplice apprendimento di nozioni, di tecniche o di strategie esistenziali: è un evento tipicamente ed essenzialmente relazionale. Il discepolo/disciplinato – proprio perché impara il suo Signore – non può che essere asceta: vale a dire che “Lo esercita”; non solo sa e conosce qualche cosa di lui ma “Lo esercita”, lo vive, lo impersona. Ed è per questo che, tale discepolo, non procede a malincuore, cupamente e amaramente, anche quando sta rinunciando a qualcuno/qualcosa: vive un’esperienza relazionale, non sta imparando una dottrina, non sta immagazzinando nozioni. Vive il Signore! Cristianamente parlando, l’asceta è il praticante del Vangelo: si esercita nei sentimenti di Gesù, nella vita evangelica, nel perdono, nella compassione, nella fraternità, nell’amore dei nemici. È in training continuo nel disconoscimento di sé e nel dare la vita, perdendola per guadagnarla (Mt 16,24-25); per rinascere dall’alto, proprio da Dio, e divenire, continuamente, creaturanuovainCristo (cf Col 3,9-10).

Discepolo/disciplinato, perciò, è chi conosce, apprende e con-prende il Signore dal Signore stesso, ma anche da tutti coloro che ne sono credibili testimoni – e per questo autentici maestri – e da tutto ciò che, nella storia personale, porta a sempre impararLo.

Come si è detto, gli asceti per eccellenza, erano gli sportivi, i ginnasti. In questi giorni stiamo ammirando, infatti, nelle Olimpiadi invernali, saggi sportivi, fisici, acrobatici realmente mozzafiato, audaci e ammirevoli quanto, per i non allenati, impossibili anche da immaginare. Alcune esibizioni di pattinaggio artistico – vere danze tra ghiaccio e aria – ci hanno dato la misura di una sorprendente padronanza di sé. Ma tutti capiamo che, per raggiungere tale leggerezza e agilità, così da domare un elemento così scivoloso e infido come il ghiaccio, e letteralmente volare fino a dominare lo spazio e averla vinta sulla stessa gravità, le dosi di esercizio previo, costante, inesausto, impegnativo, devono essere state massicce. Lo stesso discorso vale per ogni dimensione artistica e professionale: un pianista, un ballerino, un’artista, un professionista di qualsiasi ambito, uno studioso di qual si voglia materia, in vista di un progresso, di un miglioramento, del raggiungimento di un obiettivo, non possono non imparare da qualche maestro o allenatore esperto, capace, riconosciuto come tale. Non possono che essere (molto!) disciplinati (e, guarda caso, indichiamo proprio comedisciplina”, un certo sport, una tale materia o tal altra brancadel sapere o dell’arte). Costoro non possono non farsi asceti, cioè abili e non possono non fare ascesi, vale a dire che non possono non allenarsi, non esercitarsi, non impegnarsi, non frequentare e interessarsi di tutto ciò che può promuovere le proprie abilità, in vista dello scopo che si sono prefisso.

Semplicemente da queste scontate e quasi banali constatazioni, appare davvero bizzarro e alquanto ingenuo, credere che, senza ascesi – cioè pratica, esercizio, allenamento, abilità – per chissà quale magico automatismo, o per quale diritto di ruolo, o di appartenenza anagrafica e culturale, la relazione con il Signore (vale a dire la vita cristiana), possa essere realmente tale, cioè viva e così crescere, dilatarsi e prosperare.

Come già detto: ognuno sa che, per sviluppare e conservare una qualsiasi qualità, ci si deve sottoporre ad esercizio serio e ad allenamento costante. Proprio allo stesso modo, per tenere viva e potenziare la qualità spirituale della vita, è irreale pensare che l’allenamento possa essere facoltativo, che la ripetizione degli esercizi necessari per recuperare, affinare e riabilitare tale qualità, possa essere affidata alla saltuarietà della voglia, all’intermittenza dell’umore, all’immediatezza del risultato.Nella perseveranza, pian piano, questa esercitazione non episodica, cercata, voluta strenuamente, modifica le diottrie interiori e “la fatica diventa bellezza, la scelta una pienezza, il distacco serenità, il vivere una gioia continua. Tutto sembra semplice, ma quanta fatica per volteggiare, dominare lo spazio e vincere la gravità!” (A. Cencini).

Nelle pagine che seguono, il senso dei termini ascesi, asceta, ascetico, come anche disciplina, discepolo, disciplinato, tiene conto, evidentemente, di quanto appena detto.

Non possiamo dimenticare che i termini ascesi e disciplina, giungono a noi carichi di un passato (anche) di ambiguità, di esagerazioni, di esasperazioni e di pratiche deviate, sotto i quali sono rimasti (quasi) schiacciati.

Da molto presto, in ambito cristiano, l’assunzione di una visione dualista della persona umana – oggettivamente distante dalle Scritture rivelate – ha rimpinzato e strattonato i due vocaboli fino a deformarli, instillando, via via, una diffidenza di fondo nei confronti della corporeità e delle realtà create, dei beni materiali, del piacere del vivere, di ogni anche lecita ambizione umana, in favore della salvezza dell’anima e della vita eterna che, sola, valeva e meritava tutta l’attenzione. Fino ad arrivare, nel XII secolo, all’elaborata teorizzazione di Lotario dei Conti di Segni, futuro papa Innocenzo III, che, nel trattato De miseria humanae conditionis o Liber de contemptu mundi, descriverà la miseria del corpo umano, il suo degrado, le false ambizioni… Diverrà visione prevalente e, soprattutto, inciderà potentemente, per i secoli successivi, sulla prassi cristiana e nella spiritualità.

La ritrovata centralità delle Scritture e la conseguente e vivace riflessione della teologia sulle realtà terrestri, unitamente alla rinnovata valutazione della corporeità umana e dell’intero creato, imporranno un radicale ripensamento dell’ascesi nella vita cristiana. Se è vero che tale riflessione ha offerto una rievangelizzazione e un disinquinamento dell’ascesi, è altrettanto vero che ha concorso a metterne in crisi l’esigenza stessa. È ben evidente che, nel secolo appena trascorso, si registra “una crisi dell’ascesi cristiana, crisi tanto più forte in quanto non verte sul come dell’ascesi (quali pratiche o metodi sono accettabili e quali no), ma sul perché, sul senso dell’ascesi stessa, dunque sulla sua necessità […] La verità è che è andata perduta la trasmissione dell’esperienza di Dio: questa, se è autentica conoscenza di Dio, non si fa solo con categorie intellettuali né solo con l’assolvimento della morale degli uomini religiosi, ma avviene con la partecipazione corporea, con la partecipazione di tutto l’essere umano. Solo in uno spazio di sequela che conglobi la carne, il corpo, è possibile la partecipazione eucaristica: altrimenti il corpo del Signore chi lo incontra? Una mente, o l’uomo intero con la sua psiche e la sua carne? […] La debolezza attuale della fede cristiana […] non è dovuta anche a questa dimenticanza della dimensione ascetica?” (E. Bianchi).

E certamente, il clima culturale consumistico nel quale si è immersi e la cui pervasività non va spiegata, esercita una pressione, per tanti, di difficile contenimento, inducendo bisogni e persuadendo all’indispensabile, immediata, improcrastinabile soddisfazione. Le parole come impegno, sacrificio, rinuncia, disciplina, attesa, in tale atmosfera, risultano davvero strane. Immaginiamo termini come digiuno, veglia, silenzio, preghiera…

Se tutto questo è storicamente rilevabile e non si fa grande fatica a decodificarlo, c’è, tuttavia, qualcosa di ancora più influente, radicale e decisivo alla base della crisi del binomio ascesi-disciplina. Dobbiamo riconoscerlo: oggi facciamo fatica ad articolare una parola sapida e pensata sull’argomento ma, soprattutto, a riconsegnare ai nostri contemporanei, in particolare i più giovani, la vigorìa rinnovatrice e l’eccedenza di libertà e di scopo o, come si usa dire oggi, di vision che il tandem ascesi-disciplina porta in sé.

Innanzitutto, alla radice della crisi della ascesi-disciplina si intravede e senza neppure troppa fatica, un pesante deficit di capacità di accoglienza dell’alterità. Altro-e-altri da sé. L’accettazione incondizionata dell’Altro, esige di dargli credito, di fargli spazio, di “prenderlo sul serio” (più comprensibile traduzione del biblico “aver timore di Dio”). Le Scritture rivelate e l’intera Tradizione, chiamano questa accoglienza illimitata, senza riserve e senza eccezioni a motivo dell’amore, FEDE. È, dunque, l’accettazione incondizionata (solo perché innamorata!) dell’Altro, la prima, irrinunciabile pratica-esercizio (= ascesi-disciplina) del credente. L’ammanco di questa accoglienza amorosa e per questo capace di incondizionatezza rende inattuale, impensabile e impraticabile, l’ascesi-disciplina.

Non è un mistero che, l’accoglienza incondizionata, non fiorisce spontaneamente nel cuore umano e non è connaturale a nessuno. Ognuno di noi, in prima battuta, è più specialista di cernita che di accoglienza, più portato “a selezionare e a preferire, a escludere e a emarginare; l’amore terreno stenta ad essere universale […]. Così è anche con Dio, e se la fede è amore e nasce dall’amore […] è amore totale, senza limiti né pretese, senza restrizioni né condizioni. È l’amore-innamoramento di cui parla Bernard Lonergan, l’unica vera accoglienza incondizionata, come un abbandono pieno di fiducia e ricco di quelle sensazioni che contraddistinguono l’esperienza mistica: l’ex-stasi (come coraggio di uscire da sé), la libertà non soltanto di accogliere ma di lasciarsi fare dall’altro […] Da questa mistica nasce un’ascetica corrispondente […] o da questa accoglienza incondizionata (e innamorata) sgorga necessariamente un’ascesi e una disciplina, quale forma e norma di vita che attualizza e rende effettiva l’apertura incondizionata al dono. Tale incondizionatezza […] non nasce spontanea nell’essere umano; ha esigenze che devono essere lentamente assimilate e tradotte, per l’appunto, in forma e norma di vita e […] chiede anche al soggetto l’apprendimento paziente e costante della relazione; anzi, ascesi e disciplina nascono nella relazione, rimandano ad essa, non avrebbero alcun senso al di fuori della relazione: ne sono frutto e prezzo al tempo stesso” (A. Cencini).

È il deficit della fede, dell’accoglienza di Dio rivelatosi in Cristo, a pesare vistosamente. E non solo sulla svalutazione della ascesi-disciplina. L’Altro da avere a cuore, da considerare, per noi cristiani, è proprio il Dio della rivelazione biblica, che ci dona di poter con-vivere con lui attraverso il dono del suo Spirito. È tutta inscritta in questa libera manifestazione di Dio, la radice feconda e la possibilità concreta che dà forma all’ascesi cristiana.

E solo da qui si comprende che, tale esercizio-ascesi, non può essere un’impresa umana in autonomia e, soprattutto, che è interamente finalizzata alla relazione con il Signore. Ben lontano da qualsiasi individualismo di autoperfezione, l’esercitante-asceta è interessato a disporre tutto di sé affinché il Signore, attraverso la luce e la forza dello Spirito, porti a compimento la sua opera di salvezza. Egli predispone tutto in sé e di sé, per allinearsi. Questo è il senso ultimo e vero di ogni ascesi-disciplina cristiana. “Lo sforzo umano dell’ascesi vuole affermare la risposta personale dell’amore dell’uomo all’opera della salvezza da parte del Cristo e porsi in sintonia, sia pure per l’insignificante quantità che consente la debolezza umana, con la divina economia e con l’amore divino” (C. Yannaras).

Certo è che, la precarietà antropologica che stiamo sperimentando ha ben più che una parentela con la crisi di fede che attraversiamo. È solo quando, nella fede, accogliamo incondizionatamente l’Altro, perché sommamente amato, che si rende possibile l’acconsentimento anche alle limitazioni, alle rinunce, alle astensioni e a tutte quelle obbedienze che la vita con l’Altro comporta. Ancora una volta, è la nostra stessa esperienza personale a venirci in aiuto: ogni vera umanizzazione ha imparato a dire e a dirsi anche alcuni no, ad abitare pazientemente tempi bui e smarrimenti, a scegliere, a rinunciare e a soffrire per l’altro/a. Chi, per diventare autenticamente umano, non ha dovuto esigere da sé cose spiacevoli e spesso dolorose? Chi non ha sperimentato che l’imperizia nel dominio del proprio corpo, la sciatteria nella padronanza dei sensi, l’assenso servile alla pigrizia, il rifiuto sistematico di fatica e di impegno, non poche volte ci ha messo al tappeto? O, ancora, ha impedito l’assunzione di una postura saggia, equilibrata, umanamente soddisfacente e, soprattutto, la presa in carico di un amore efficace, affidabile, capace di abitare qualunque quotidianità e permanere oltre tutti i crolli circostanti.

Se c’è accoglienza c’è relazione e se c’è relazione, soprattutto se relazione determinante per il soggetto, non si potrà non tenere in conto la ascesi-disciplina, al fine di custodire e approfondire, proprio, la relazione. È la vita accolta dell’Altro, nel quale scorgiamo l’irrinunciabile nostro compimento, ad essere custodita, anche attraverso ascesi-disciplina, esercizio-pratica.

Divelta, poi, dalla fede, che è accoglienza dell’Altro e pieno accondiscendimento alla relazione, la ascesi-disciplina, non essendo più ordinata all’amore e dall’amore motivata, diventa realmente insensata. In tanti frangenti della storia cristiana, questo ha significato che, ciò che era mezzo diventa fine, con tutti i rovinosi esiti che la storia della spiritualità ha dovuto registrare. L’unico fine della vita cristiana è l’amore e la comunione: a questo, e solo a questo, l’ascesi-disciplina deve essere ordinata. Eloquente, a questo proposito, proprio la voce dei “professionisti” dell’ascesi, i Padri del deserto e i monaci, caustici verso coloro che parevano tentati di assolutizzare così tanto l’ascesi, da per-vertirla, facendola passare, appunto, da mezzo e strumento per vivere nell’amore, a fine. “Un anziano disse: Molti hanno prostrato il loro corpo senza alcun discernimento e se ne sono andati senza trovar nulla. La nostra bocca esala cattivo odore a forza di digiunare, noi sappiamo le Scritture a memoria, recitiamo tutti i Salmi, ma non abbiamo ciò che Dio cerca: l’amore e l’umiltà”. E Isidoro Presbitero: “Se praticate l’ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi”.

Gongolare del proprio “successo” spirituale, come se fosse ottenuto dal proprio personale sforzo ascetico, è ciò che l’asceta-esercitante rifugge con tutte le forze, perché tutto il suo impegno è adattarsi alla relazione con il Signore. Diversamente, altro non sarebbe che la prova – davvero provata – del suo essere avvitato in sé, tutto autoreferenziale e palesemente disinteressato alla relazione. Malattia (grave), che i Padri della Chiesa indicavano come philautìa, o “amore malato” verso se stessi. Un super-narcisismo, tomba di ogni relazione e di ogni crescita.

L’immagine autentica della Chiesa, in Quaresima, non è tanto quella di una Chiesa in gramaglie o abbigliata di ruvido sacco o quella di un popolo ripiegato su di sé, dolente, digiunante e battentesi (disperatamente) il petto, quanto quella di una comunità che si raccoglie per ascoltare la Parola del suo Signore. Ascoltandola fino a pregarla, pregandola fino a compierla, compiendola fino a farle ri-scrivere l’identità più intima di coloro che le prestano perseverante, amorevole, disinteressato ascolto.

È proprio l’ascolto perseverante che dice la reale disponibilità alla conversione continua. Nel suo Messaggio per la Quaresima, Papa Leone, consegna alla Chiesa intera, il mandato dell’ascolto di quella Parola che rimette il primato di Dio al centro della nostra attenzione: “La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”.

Ma le Scritture sante restano sigillate a chi non è disposto a rinunciare alla propria ottica, alla propria pretesa di autosufficienza, alla propria ricchezza, alle proprie pianificazioni: quando non si è disposti a mettere in discussione se stessi, assumendo per sé, per la propria vita, i criteri della Parola, le Scritture restano sigillate, anche se materialmente spalancate. Occorre darle credito, svuotare il cuore dall’accumulo del ciarpame accumulato, perché la parola di Dio possa riempirlo della sua luce e dei suoi sconfinati orizzonti di bene.

Precisamente questo è il “tema” che, ad ogni affacciarsi della Quaresima, si impone: siamo gente che desidera convertirsi al Signore Gesù e dargli credito. È proprio per la Chiesa – e non solo nella Chiesa – che risuona l’annuncio che il Vangelo di Marco consegna all’inizio della sua testimonianza: “Convertitevi e credete al Vangelo (euanghelion)” (Mc 1,15). In Gesù Cristo, il tempo ha raggiunto la sua pienezza e il Regno di Dio ha fatto irruzione lì dove, donne e uomini, si muovono, vivono la vita, cercano senso. E si può credere solo nel cuore: il luogo, nella Scrittura santa, non dei sentimenti ma della decisione, del coraggio della scelta e della sequela, della responsabilità. La conversione è ri-orientare l’esistenza, scegliendo di assumere decisamente Dio e i suoi stili, dismettendo decisamente gli stili e le prassi della mondanità. La conversione, come detto, è dare finalmente credito a Dio dando credito al Figlio Gesù, facendo proprie le sue preferenze, impersonando i suoi sentimenti, scegliendo ciò che lui prediligefino a poter umilmente e gioiosamente confessare: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!” (Gal 2,20).

La conversione non corrisponde ad un ritocco di facciata, ad un maquillage spirituale o morale: quello che ci necessita per vivere è un ri-orientamento, un ri-volgersi al Vangelo di Gesù e, da lui, ricevere la vita nuova che egli promette a tutti coloro che lo accolgono come Parola di Dio e sono disposti a compierla nella vita.

Non dobbiamo nasconderci che, molte volte, pensiamo di poter convertire i nostri stili di vita senza credere alla buona Notizia che è Gesù. Ma senza l’accoglienza del suo annuncio dirompente, cuore e prassi non cambiano. Senza sentirsi completamente avvolti da un amore pre-veniente, privo di calcolo e smodato, non riusciamo a fare alcun passo, non usciamo da noi stessi e non spendiamo nulla, o quasi, di noi, per Dio e per gli altri. Ai pescatori sulle rive del lago di Galilea (cf Mc 1,14-20), Gesù dice “Convertitevi credendo!”, cioè: fidatevi di me, datemi credito!

Ma all’orecchio di quegli uomini, come, del resto, per la maggioranza dei loro contemporanei, sentir parlare di teshuvah/metànoia – “ritorno, inversione di rotta, conversione, ritorno sui propri passi” – significava decidere di fermarsi, di rientrare nell’Alleanza di impegnarsi nell’osservanza della Legge. È certo che tale significato dato alla conversione, decidendo di cambiare costumi e riformare la propria vita, ha un grande valore morale. Sulle labbra di Gesù di Nazaret, però, lui buona Notizia, lui, volto dell’inconoscibile Padre, questo significato cambia. La Conversione cede il passo alla salvezza: si scambiano il posto! In Gesù, la salvezza irrompe come offerta generosa, gratuita, senza ragione, esagerata, eccessiva, sproporzionata da parte di Dio, strappando alla conversione il diritto di prelazione. La conversione c’è, ci sarà, non potrà non esserci, ma come risposta alla prevenienza della sproporzionata e traboccante salvezza. Proprio in questo consiste il lieto annuncio, il carattere gioioso della conversione evangelica.

“Convertitevi e credete” non significa, perciò, due cose diverse e successive, ma la stessa azione fondamentale: “Convertitevi: cioè credete!”. Sì: “Convertitevi credendo!”. La fede è la porta di entrata nel Regno. Ce lo siamo ripetuti tante volte in questi quindici anni di cammino insieme. Se Gesù ci avesse detto: “La porta è l’osservanza esatta di tutti i comandamenti, la porta è l’innocenza, la porta è la purezza, la porta è la pazienza, la porta è non sbagliare mai…”, avremmo potuto rispondere: “Signore è tutto bellissimo e vero ma io non ci riesco, non ne sono capace. Mi spiace… bello e impossibile!’”.

Gesù, come porta di entrata nel Regno, ci indica la fede, il dargli credito, dargli carta bianca, il fidarsi di lui, af-fidandosi a lui.

Anche il cammino quaresimale di questo 2026 non riguarda il fuori ma il dentro di ciascuno di noi: la sua meta è la Pasqua, vale a dire la promessa di futuro eterno che il Padre continua a donarci in Gesù Cristo. L’esortazione paolina, quasi un grido di allerta, “Lasciatevi riconciliare con Dio!” (2Cor 5,21), richiama ad un qui ed ora, ad una risurrezione che espande, fin dal presente, la sua forza e che tende alla sua pienezza, per la fedeltà di Dio. In questa Quaresima, ancora così pesantemente segnata da guerre, da una instabilità che ci spaventa, da tensioni sociali ed ecclesiali che ci turbano, veniamo reimmersi nella nostra scelta di credere: la sovrabbondanza della Parola e dei segni sacramentali, l’assiduità nella preghiera, nel digiuno e nelle opere buone, ci rimette ogni giorno di fronte all’agire di Dio nella nostra esistenza personale e comunitaria e ci fa fare salutare memoria che ciò che siamo è grazia! Si tratta di una grazia che strappa dalla passività, che non ci esonera dalla scelta, dal mettersi in questione, dall’assunzione di responsabilità.

Una conversione autentica fa male. Sempre. Ma libera. Sempre.

La Quaresima, per fiorire nella Pasqua, non si trastulla con idee, non gioca al ribasso, né staziona sul filo del rasoio, in stili e scelte dis-ordinate, né si nutre di estetismi vagamente spiritualoidi, né si sazia di fumose progettualità di bene. Convertirsi è “morire con Cristo per risuscitare con lui”. È solo questo che porta a riformare, a tagliare, a cambiare. A ri-nascere. E ciò non potrà non far male. In Quaresima dobbiamo far male all’uomo vecchio che ci abita (cf Col 3,9-10). Se non ci asteniamo dal peccato e dall’egoismo, la Quaresima non entra nel cuore. Ma tale assenza, è preludio certo di un’altra privazione, ben più luttuosa: quella della Pasqua! Tutti quei piccoli o grandi “digiuni” che non ci trasformano interiormente, nel cuore, non fanno fare Pasqua: “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio” (Gl 2,12). È ben evidente che l’impegno di questi quindici anni di cammino diocesano di più intenso, sistematico e programmato ascolto della Parola, anche in ambito extra-liturgico, in fondo, altro non è stato che il tentativo benedetto di permettere alla parola di Dio di purificare il nostro cuore, per dismettervi tutto ciò che di ozioso, di superfluo, di antievangelico, di cattivo, cioè di “imprigionato”, vi si installa e detta legge, per riconsegnarlo, così, alla signoria liberatrice e sanante della Parola santa. La Lectio divina mensile, la Scuola della Parola bimensile, la settimana di Esercizi spirituali per laici di inizio luglio, i cinque giorni di fine agosto delle Icone bibliche per la vita cristiana, la Lectio cursiva di libri biblici in preparazione della Domenica della Parola di fine Gennaio, hanno mirato e mirano, precisamente, a questa “bonifica” del cuore.

 È solo il nostro essere credenti in Cristo che ci ha fatto decidere di polarizzare e ri-ordinare la nostra vita alla luce della parola di Dio, perché cuore e passi, desideri e scelte, stili e abitudini, possano essere permeati da essa, fino al punto in cui, interiormente trasformati per grazia, noi stessi diventiamo parola di Dio, parabola vivente, sacra pagina.

La nostra Chiesa, che anche in questa Quaresima si fa catecumena, ricollocandosi ai piedi del suo Maestro e Signore, esprime, in tal modo, il profondo desiderio di re-imparare a vivere, per abitare questo tormentato momento storico – ancora ce lo ridiciamo – con gli stili di Gesù, con il suo cuore, con i suoi sentimenti. Per entrare con decisione e consapevolezza accresciuta in quelle vie di esodo pasquale che, proprio oggi, il Padre ci chiama a percorrere; per apprendere quella conoscenza dei piani di Dio e della sua inarrestabile volontà di fare salvezza che, anche oggi, ci è donata con divina eccedenza: “Chi medita giorno e notte la legge del Signore, al tempo opportuno porterà frutto!”, come canta l’antifona alla Comunione del Mercoledì delle Ceneri.

Questa obbedienza alla Parola, confessa e annuncia che l’iniziativa salvifica è sempre di Dio, che sua è la grazia di scorgerne il dono incommensurabile, e che ancora sua è la santa irremovibilità per portarla a compimento. Semplicemente perché “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto!”(prima lettura del primo martedì di Quaresima).

Gli “ostinati” e persistenti ascoltatori della Parola sanno per esperienza personale che, nella misura in cui ci si af-fida al Signore, dandogli credito convertendosi a lui, si assumono, per davvero, i suoi stili, le sue preferenze, i suoi gusti. Curvandosi sulla Parola per imparare Cristo, piegandosi verso la sacra Pagina che trattiene quel Verbo della vita che si desidera conoscere, il lettore (quello credente), si rende conto che la Parola si piega verso di lui, che il Verbo santo di Dio gli si fa ac-con-discendente. Sì, c’è la necessità di una synkatàbasis/accondiscendenza reciproca: il mio piegarmi all’Altro, pro-pendendo verso di lui, fa sì che l’Altro si pieghi verso di me, pro-pendendosi, a sua volta, verso di me. La mia non ac-con-discendenza, che diventa rigidità (questo, sostanzialmente, è il non ascolto e il non credito dato) trattiene l’Altro dall’ac-con-discendermi.

Lo si comprende solo nell’ottica di una relazione autentica, di un rapporto d’amore non vaporoso e velleitario: “Convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l’anima per fare la giustizia davanti a lui e allora egli si convertirà a voi e non vi nasconderà il suo volto” (Tb 13,6). Insegnavano i Padri, proprio quelli della synkatàbasis, che la parola di Dio è così tanto libera e attenta, premurosamente creativa e, appunto, ac-con-discendente, da farsi infante con gli infanti, giovane con i giovani, adulta con gli adulti, offrendo a ciascuno, in ogni età della vita, ciò che cor-risponde al personale e singolarissimo livello del proprio itinerario interiore.

Quando restiamo ancorati al moralismo, o cristallizzati nel minimalismo della nostra (striminzita) conduzione dell’esistenza, o tutti infarciti dai nostri pregiudizi, la parola di Dio ci dirà soltanto quelle determinate cose, non una in più, non una altra, non una oltre quelle scontatamente attese. Quelle a cui siamo tenacemente abbarbicati. Ma se abbiamo il coraggio di andare più in là, di af-fidare il cuore e di abban-donarci alla relazione con il Signore, anche la Parola diviene eloquente ben oltre le sue immediate, evidenti, plausibili indicazioni. Il Verbo della vita si rivela nella misura in cui noi siamo disponibili ad accoglierlo, disponibili a dargli carta bianca, disponibili a smantellare tutto per tutto ri-edificare in lui, con lui, per lui.

Anche in questa Quaresima sarà l’incontro con il Signore Gesù, nella sua Parola,ad aiutarci a discernere tra le cose che, nella nostra vita, sono semplicemente urgenti e quelle che sono realmente importanti e, tra queste, quelle che sono decisive per la vita.

 A proposito di dolore e di interventi “decisi” e “decisivi” su ciò che deve essere, talvolta, inevitabilmente potato nella propria esistenza, una nota etimologica può risultare illuminante. Il termine dolore, come noto, deriva dal latino dolor che, a sua volta, deriva del verbo dolēre: “sentire o causare dolore”. Meno noto, ma sostenuto da diversi linguisti, il fatto di poter rintracciare una parentela tra il verbo dolēre e un altro verbo latino, dolāre, il cui significato è “lavorare con l’ascia, scolpire il legno, bastonare, abbozzare, tagliare, fare a pezzi”. L’immagine che il verbo dolāre trasmette, è quella, più che intensa, di un lavorare con l’ascia, uno sgrossare, uno scolpire, un troncare. Il dolor, in fondo, è sempre un dolāre: un taglio nella carne viva, uno scolpire scarnificante. Un capolavoro ligneo o marmoreo, spunta solo concluso il geniale – ma per la materia trattata, pesantissimo! – intervento dell’artista. L’esercizio di un discepolato disciplinato e di un’ascesi esercitata, più che un fare qualche cosa e non farne altre, è una ablazione, un asportare, un togliere via, per far apparire ciò che c’è, ma ancora non si vede, portare alla luce ciò che splende, ma che è ancora “sotto il moggio” (cf Mt 5,13-16): “L’uomo, affinché risplenda in lui l’immagine di Dio, deve soprattutto e prima di tutto accogliere quella purificazione, attraverso la quale lo scultore, cioè Dio, lo libera da tutte quelle scorie che oscurano l’aspetto autentico del suo essere, facendolo apparire solo come un blocco di pietra grossolano, mentre invece abita in lui la forma divina” (J. Ratzinger).

Nessuno è libero da attrazioni, da abitudini gratificatorie che, non raramente, diventano vere e dolenti schiavitù nella vita affettiva, relazionale e spirituale, imponendosi, sempre più imperativamente, quanto più vengono assecondate e soddisfatte. Diventando così esigenti (ma la concessione l’abbiamo data noi!),da trasformarsi in padroni in casa nostra, condizionando pesantemente la persona, allontanandola dalla verità di sé stessa, fino ad impedirle di realizzarsi nel suo stesso progetto di vita. Esperienza, questa, accompagnata anche dalla “inappetenza” e il disinteresse per desideri, gusti, interessi e orizzonti diversi da quelli scontati. Insieme ad una endemica debolezza di sentimenti e di empatia. “Il Signore disse allora a Caino: ‘Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo su? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo” (Gn 4,7). Si può e bisogna metterci mano perché, lo sappiamo, ogni automatismo disumanizza, perché, a lungo andare (ma non troppo “lungo”), mortifica la vitalità e scippa libertà. Bisogna avere il coraggio di farsi del male proprio per non farsi del male con le proprie mani, non consegnandosi, a corpo morto, a questa spirale. “L’ascia” benefica dell’ascesi, in questo caso, fa aprire gli occhi, chiamando le cose con il proprio nome, scoprendo così il subdolo inganno che spinge a dare risposta immediata all’impulso fascinoso che si è acceso dentro. La storia della spiritualità fotografa, lungo i secoli, un’infinità di discepoli, famosi o sconosciuti che, nelle più diverse situazioni storiche ed esistenziali, con l’“ascia” dell’ascesi/esercizio, hanno liberato la loro libertà.

Gli studiosi di scienze umane – ma dopo decine di secoli di pratica discepolare di innumerevoli generazioni cristiane – sono giunti a dirci che c’è un unico modo per spezzare la catena attrazione-azione-abitudine, potendo intervenire, direttamente, solo sull’azione, sospendendola, non attivandola. Sull’attrazione – di qualsiasi “colore” appaia agli occhi della mente e del cuore – nessuno, evidentemente, può nulla. La sospensione dell’azione invocata dall’attrazione, impedisce all’abitudine di sedimentarsi, diventando così habitus, non più svestibile. Non agendo, ma soprattutto non agendo a raffica, con una ripetitività spasmodica, in un automatismo sempre più esasperato e compulsivo, il beneficio di allentamento avviene anche sull’attrazione.

Una semplice considerazione: questo impianto “liberatorio” – naturalmente con tutti i distinguo del caso – su cui oggi si basa, per esempio, la destrutturazione delle tante dipendenze antiche e moderne, ha radici lontane, anche se la terminologia, evidentemente, è tipica del momento storico che rispecchia. Basta anche solo qualche rara scorribanda tra le pagine della Bibbia, per poi passare agli scritti dei Padri, sia siriaci, che greci e latini, o agli innumerevoli apoftegmata, i famosi “detti” dei Padri e delle Madri del deserto, o quelli della tradizione armena, copta… e ancora Arsenio il Grande, Poemen, Macario, Mosè l’Etiope, o gli estensori della grandi Regole monastiche, Antonio, Pacomio, Afraate, Shenute, Basilio, Evagrio Pontico, Agostino, Benedetto e ancora Francesco, Ignazio di Loyola e – lo si può proprio dire – tutti i santi, e su per i secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni, ai “santi della porta accanto”. In tutta la letteratura ora citata, è impossibile non ritrovare il puntuale richiamo a quel vocabolario che anche la riflessione antropologica richiamata brevemente, impiega: scelta, decisione, attesa, sospensione, negazione, spirale innescata dalla ripetitività esasperata, chiamare le cose con il proprio nome…

In verità, per spezzare una catena, serve, notoriamente, una strumentazione adatta: non lo si può fare a mani nude. Dalla grande tradizione sopra citata, a partire dalle Scritture fino ad arrivare alle odierne considerazioni enucleate dalle scienze umane, rimbalzano due concetti ricorrenti, un “binario” per la vita, sempre percorribile o, se si preferisce, l’immagine di due “lame dentate”, adeguate per disfare la catena sopra citata: discernimento e rinuncia.

Discernimento: per discernere è indispensabile bandire la avventatezza, farsi amici di tempi più dilatati e adottare la semplice, sapiente tattica del non tutto e non subito. Le tante tradizioni testuali sopra citate, ognuna a modo proprio, ci avvertono che, per capire ciò che si vive e per scegliere consapevolmente, bisogna sapersi fermare, darsi il tempo necessario, attendere. Nel secolo scorso, gli studi del gesuita André Godin indicavano una strategia di sospensione, ponendo un tempo di pausa e di intervallo tra stimolo e risposta, tra istinto e progetto. Uno spazio benedetto e salutare, nel quale, la persona può aprire gli occhi sul per chi e perché agisce in un certo modo, e cosa si attende come fine delle proprie azioni. Privarsi, poi, di una soddisfazione, anche più che lecita, talvolta è necessario proprio per capire meglio: porre un intervallo tra sé e la realtà da valutare, o l’oggetto del desiderio o del bisogno, offre l’opportunità di vedere meglio e di valutare con maggior oggettività. Pensiamo quanto è alterata la visione di un quadro, quando il naso viene appiccicato alla sua superfice! Per non appiattirsi su quanto immediatamente sollecita e stimola, è indispensabile porre una distanza: questa “astinenza” favorisce una comprensione più appropriata e offre un’aumentata capacità di scrutatio e una valutazione più conveniente.

Rinunciare: perchéal desiderio/attrazione/voglia, soddisfatta sempre, soddisfatta comunque, soddisfattasenzatener conto della verità di sé stessi, del prossimo, di Dio, si stanno consegnando le chiavi della propria casa. La gratificazione incosciente, immediata e insipiente del desiderio/attrazione/voglia, sottrae la possibilità di decidere di sé in verità. Se rinunciare significa poter sospendere l’esigenza di un immediato appagamento, allora si può proprio dire che, i propri personali margini di libertà, sono reali, ci sono per davvero, non sono qualcosa di inesistente. Ancora l’esperienza umana ci viene in aiuto: dover constatare di non essere liberi, di essere strattonati interiormente, è sempre molto umiliante. Scoprirsi, invece, realmente un po’ più capaci di libertà, ci convince – e molto più di altri dettami e convincimenti moral-spirituali – a dismettere stili e comportamenti capaci di sottrarci la libertà di essere sé stessi. Poter assaporare il gusto di riuscire a fare altrimenti è vitale e rilancia il senso dell’esistenza, giungendo a far meno di “certe gratificazioni o abitudini o compensazioni varie, prima ricercate e pretese e attese come indispensabili per il proprio equilibrio generale e ritenute davvero irrinunciabili […] È spazio prezioso per iniziare a stabilire un rapporto diverso con quel valore trascendente per il quale si affronta la rinuncia.Finché la scelta del valore non è tale da spingere a imporsi alcune rinunce, quel valore, per quanto trascendente, non è amato né gustato. Anzi, non è neppure autenticamente conosciuto e fatto proprio dal soggetto. È il coraggio di dire di no a qualcos’altro che introduce lentamente nell’intimità con il Trascendente” (A. Cencini).

Un far male per farsi del bene: più che uno spot, uno stop allo sciupìo insensato della vita.

Lo abbiamo ricordato sopra e più volte in questi anni: instancabilmente, “l’uomo vecchio”, rispunta e scalpita nelle recondite pieghe del nostro cuore, spingendoci a misconoscere la sovranità del Signore e del suo Vangelo. Non è, perciò, affatto impossibile che questo rivestimento santo che è Cristo e il suo Vangelo, proprio perché contenuto “in vasi di creta” (2Cor 4,7), per personale incuria e allentata vigilanza, non ci rivesta più interamente, venendo meno quella copertura, quella corazza salvifica su cui avevamo meditato nella Quaresima-Pasqua del 2022, Armàti dal Vangelo, a commento di Efesini 6, 10-20.

È vero che le Scritture non ci offrono un vademecum dove viene indicato un training specifico ed esercizi puntuali che, quasi in automatico, assicurano un esito positivo ad un combattimento assolutamente impari, sproporzionato e decisivo (cf Armàti dal Vangelo, 17-27). Le Scritture, tuttavia, ci indicano alcune posture interiori per progredire, condotti dallo Spirito di Dio, all’assunzione degli stili già vittoriosi perché appartenenti al Signore Gesù che ha vinto per noi (cf Pregare. Per af-fidarsi. MessaggioQuaresima-Pasqua 2024,34-38).

Chi si “esercita” nella vita cristiana, proprio nell’allenamento scopre:

– che è un match possibile solo nella fede,per il credito dato al Signore e per la testimonianza, impegnativa e gravida di responsabilità, di averlo confessato tale, Signore appunto, davanti a “molti testimoni” (1Tm 6,12).

– che tale lotta è bella/buona (cf 1Tm 1,18), perché Bello/Buono è colui per cui lotta (cf Gv 10,11-18), lui, il Fedele (Sl 104);

– di essere non solo affascinato dal Signore, ma di poter correre per raggiungerlo (cf 1Cor 9,24; Fil 2,16; 2Tm 4,7). Scopre, cioè, di essere vivo e attivo, di poter fare a meno di ciondolare inconcludentemente, di procrastinare il da farsi, di non indugiare in banalità, di non impantanarsi in cose, anche belle, ma secondarie;

– con stupore, non soltanto di poter correre verso il Signore, ma anche di poter e voler soffrire per lui, per non perderlo, per goderne la presenza, per stare con lui, per “imparare lui” (cf Fil 1,29-30);

– che è stando “svegli e sobrii” (1Ts 5,6-8), è possibile giocare tale partita. Senza vigilanza, senza dominio di sé, senza aversi tra le mani, senza la “speranza nella salvezza”, quella che viene da Dio, l’ “abilità spirituale” diventa dis-abile;

– che è possibile, oltre che abitare il proprio cuore e governarlo, anche presiedere il proprio corpo (1Cor 9,27), “trascinarselo dietro”, proprio come faceva il vincitore con il vinto, come Paolo, appunto, si esprime: “tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù!”. Tutto per non perdere il tesoro che è Cristo.

Chi è discepolo, cioè chi ha imparato e impara dal Signore, stando con lui, sa bene che:

– la lotta è nel cuore, perché dal cuore “escono le intenzioni cattive” (Mc 7,21) e i “dominatori tenebrosi” vi si possono assidere e spadroneggiare (Ef 6,12);

– le sue non possono essere che armi spirituali perché spirituali sono gli assalitori; di più: la sola armatura adatta che potrà resistere agli attacchi è l’armatura di Dio, cioè Dio stesso, solo lui, niente di meno (Ef 6,11.13).

E, indicando i singoli pezzi della panoplía/armatura da rivestire, l’Apostolo, svela quanto spirituale sia la contesa e quali e quanti accorgimenti spirituali vanno tenuti in considerazione:

– vanno “cinti i fianchi con la cintura della verità” (Ef 6,14); fuori metafora: la coerenza deve cingere per intero, l’intera armatura, per sostenerla, per renderla idonea al combattimento, per stabilizzare tutti gli altri pezzi dell’armatura stessa. L’in-coerente, perisce;

– va impugnata “la corazza della giustizia” (Ef 6,14); fuori metafora: avere ilmedesimo zelo del Figlio per il Regno, per la salvezza che Dio, il Padre, vuole per tutti;

– vanno “calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace” (Ef 6,15); fuori metafora: è l’ardore, cioè la medesima brama tenace del Figlio per annunciare il Vangelo a dover essere calzato. Anche perché l’unica, vera, concreta possibilitàdiportare Pace;

– va imbracciato “sempre lo scudo/thureon della fede” (Ef 6,16); fuori metafora: il thureon è un maxiscudo e, dunque, il maxiscudo della fede, non va mai deposto, è da stringere sempre come copertura, senza mai separarsene. Solo con questo scudo extralarge, ci si può riparare dai “dardi infuocati” – le mentalità antievangeliche – che, da ogni dove, da dentro e da fuori, piovono addosso. Senza questo scudo, si soccombe;

– la testa, poi, va protetta dall’ “elmo della salvezza” (Ef 6,17); fuori metafora: bisogna proteggere la testa con l’opera salvifica di cui si parla in Isaia (Is 59,17). Al “praticante evangelico” viene detto di accettare su di sé, sulla parte più delicata del corpo, l’opera salvifica di Dio come unica salvezza, non come una salvezza tra le tante offerte sul mercato;

– va mantenuta ben stretta “la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio” (Ef 6,17); fuori metafora: la Parola di Dio da conservare in cuore, quel rhéma/oracolo da chiamare in causa perché sempre conservato “in cuore”, ultima e unica Parola da invocare e pronunciare quando la lotta si fa senza quartiere;

– e, infine, “pregate incessantemente” (Ef 6,18); fuori metafora: la preghiera senza sosta che permette il buon funzionamento di tutte le diverse parti dell’armatura. Potremmo dire che è la giusta e indispensabile oleazione, perché ogni pezzo dell’armatura, menzionato dall’Apostolo, sia sempre funzionante ed efficace nella lotta.

Noi possiamo indossare copertura e corazza solo facendo nostri i sentimenti del Signore, che, senza sosta e senza tergiversare, devono essere ancora e ancora, ri-vestiti: “Camminiamo onestamente, come di giorno; non in gozzoviglie ed ebbrezze; non in lussuria e lascivie; non in contese ed invidie; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, e non abbiate cura della carne per soddisfarne le concupiscenze” (Rm 13,13-14).

Rivestirsi di Cristo: è l’amore per il Signore, per la sua Persona e la sua Parola il solo, unico movente dell’esercizio ascetico e, insieme, ciò a cui l’esercizio stesso, conduce. È l’amore per il Signore che permette all’asceta, al praticante, di praticare. È l’amore per il Signore che sveste l’esercizio ascetico della sua, possiamo dirlo, singolare bizzarria, della sua “stranezza”, disvelandone l’origine, il senso, l’indispensabilità. Ciò che indichiamo come ascesi, “esercizio”, altro non è che l’appassionata e amorosa risposta di amore all’amore preveniente e antecedente a tutto, del Signore. Rispondo proprio così, perché ho appreso il gusto inconfondibilmente buono del suo amore, la sua gratuità, l’eccedenza, la sua sproporzionatezza incondizionata e indefettibile. Chi sa di essere già amato e così amato dal Signore, ha una sola risposta: piacergli in tutto, ac-con-sentire a lui in una adesione vera, piena, crescente. Chi ama l’altro, ama fare ciò che l’altro ama, ciò che l’altro desidera, ciò che l’altro, semplicemente, accenna.

Rivestirsi di Cristo: è il sapore buono e nuovo del Vangelo che attiva una risposta inedita e appassionata. È la Persona del Signore a rendere possibile un’ascesi, una pratica nuova di vita, di stili, di scelte, di abitudini, di gusti e di priorità. Non una teoria, non un teorema astratto, neppure una morale elevatissima, ma solo la sua Persona e la sua Parola. Da questa relazione, può iniziare l’afflosciamento della logica mondana dell’immediato, dell’istintivo, dell’attraente, del piacevole, del conveniente, del consumo, dell’accaparramento… Da qui, si inizia a destrutturare l’affermazione pervasiva, e diversamente ingovernabile, di un IO ingombrante e insaziabile di protagonismo.

Rivestirsi di Cristo: non è un cambio di look né di guardaroba, né preferire una mise piuttosto che un’altra, un trend alternativo ad altri trend. È un ri-vestimento. Nel citato testo di Romani 13,14, Paolo non si dilunga in esortazioni morali con cui arginare i vizi appena menzionati – gozzoviglie, ebbrezze, lussuria, lascivie, contese, invidie – “ma si concentra significativamente in un unico ammonimento, che risulta onnicomprensivo […] ‘Rivestite il Signore Gesù Cristo’, che vuol dire attualizzare sempre di nuovo la svolta fondamentale avvenuta già nel momento del battesimo […]. Il paradosso dell’immagine consiste nel fatto che essa parla di qualcosa di esterno come appunto è il vestito, ma indica in realtà la dimensione più interiore dell’uomo, incluso il suo essere trasformato, in un certo senso, cristificato” (G. Pulcinelli).

Testimoni indiscussi e credibili della concretizzazione di tale ri-vestimento interiore, maestri sommi della vita nello Spirito sì da segnare profondamente la storia, sono Benedetto da Norcia e Francesco di Assisi, che ancora ci parlano. Nella significativa differenza delle due testimonianze, unico è il movente che segna il vero cambio di passo: l’incontro con il Vivente Signore.

In quel gioiello sapienziale che è la Regola, Benedetto dice: “Ascesi dunque tutti questi scalini dell’umiltà, il monaco giungerà subito a quell’amore perfetto che scaccia il timore: e per esso tutto ciò che prima compiva non senza trepidazione, ora comincerà ad eseguirlo senza alcuna fatica, quasi spontaneamente, in forza della consuetudine e non già per il timore dell’inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto delle virtù” (Regola VII, 67-69).

È a tutti ben noto che passare dall’IO elefantiaco al “per me vivere è Cristo” (Fil 1,21), non è questione di scatto di interruttore. All’inizio, Benedetto pone “gradini di umiltà”, non su cui teorizzare o disquisire, ma da affrontare e salire: è sempre la verità di sé stessi lo step che non si può saltare, il capitolo che non si può omettere, la narrazione che non si può non consegnare. Aversi tra le mani è aversi a cuore! Ma non è il fine che, invece, è “l’amore perfetto che scaccia il timore”. Proprio per questo “amore perfetto”, dice Benedetto, ciò che all’inizio si faceva con notevoli resistenze interiori e freno a mano tirato, con fatica e masticando amaro, con la “buona abitudine”, vale a dire la perseveranza, diventa “velut naturaliter”, “quasi-naturale”. Ma questo può avvenire solo quando l’“amore perfetto” prende volto: “per amore di Cristo”. È proprio nel tratto della perseveranza nell’esercizio di “imparare Cristo”, che la cristificazione battesimale continua senza posa e pervade, sempre tras-figurandolo, l’essere profondo, così da convertire prassi, stili, abitudini. Cuore.

Nel Testamento, Francesco di Assisi, di cui celebriamo quest’anno l’ottavo centenario della morte, racconta così l’esperienza che gli cambiò la vita: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (Testamento, 110).

Francesco riconosce che “incomincia a fare penitenza” per grazia del Signore, per amore suo, e sarà “il Signore stesso” a condurlo tra i lebbrosi, realtà per lui, fino ad allora, repellente e fonte di “troppa amarezza”. Colui che, in Francesco, suscita il desiderio di cambiamento attraverso la penitenza, si disvelerà presente proprio nei lebbrosi, rovesciando “in dolcezza di animo e di corpo”, ciò che, senza il Signore e il suo amore “gli sembrava amaro”.

“E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo”: Francesco, dopo i lebbrosi, progredisce, va oltre. È la cifra di ogni battezzato in Cristo. Camminare, crescere, progredire, andare oltre, perché la vita cristiana non va da sé, qualunque sia lo status ecclesiale a cui si appartiene. La vita cristiana e la conversione è opera della grazia e non frutto di magia, diuturna scelta di “stare con il Signore” (cf Mc 3,13-14), non vincita da superenalotto.

San Paolo VI, nella Evangelica testificatio del 1971, si domandava: “Non esiste forse un rapporto misterioso […] tra la disciplina e la libertà spirituale?” (n° 29). La domanda, evidentemente retorica, trova risposta, assai ben documentata, dalla prima pagina della Scrittura, fino ad oggi. E la testimonianza di un martire, a noi vicino, è eloquente più di ogni altra considerazione: “Se parti alla ricerca della libertà, impara anzitutto la disciplina dei sensi e dell’anima, affinché i desideri e le membra non ti portino a caso qua e là. Casti siano lo spirito e il corpo, sottomessi e obbedienti nel cercare la meta assegnata. Nessuno penetra il mistero della libertà, se non con la disciplina”. Così scriveva, dal carcere di Tegel, Dietrich Bonhoeffer all’amico Eberhard Bethge.

La personale esperienza discepolare che ognuno di noi, giornalmente, vive con impegno, tra successi e insuccessi, e (forse, e lo spero) anche la riflessione fin qui condotta, ci rende più consapevoli di quanto il nesso ascesi-disciplina-libertà, è inscindibile. L’ascesi/disciplina/discepolato, nutre e dilata gli spazi di libertà, “libera” la libertà, è interamentea servizio della libertà, per amare. Lo si è più e più volte ripetuto: la disciplina e l’ascesi – facendo sempre riferimento al senso dei termini esplicitato nel paragrafo Ascesi e disciplina: il trabocchetto di vocaboli truffati” – non hanno valore in sé, ma per ciò a cui sono finalizzate: la decisione di vivere una vera relazione con la persona del Signore, l’amore per lui, che permette di crescere nell’amore verso ogni altro/a e verso sé stessi. “Non si dà libertà autenticamente umana senza decisione. Ma questa comporta la rinuncia ad alcune possibilità a favore di ciò che si è scelto, ma che soltanto così, mediante la scelta, diventa possibilità effettiva della vita” (K. Rahner). Essere liberi, in buona sostanza, èpoter essere ciò che si è chiamati ad essere, ciò che si è scoperto come il proprio personale modo di essere viventi, qui ed ora; è libero chi nel cuore, nella mente, nella volontà, inizia a desiderare ciò che è Vero, Bello, Buono e riverbera, sulla personale e propria identità umana, cristiana, vocazionale, verità, bellezza e bontà.

L’insostituibile “ministero liberatorio” dell’ascesi e del discepolato disciplinato, si coglie in tutta la sua portata quando, nel credente, attiva una nuova conoscenza di sé scorgendo il “tesoro seppellito nel campo”: “Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura [skýbala], al fine di guadagnare Cristo” (Fil 3,7-8). Davanti alla relazione con la persona del Signore, ciò che Paolo, in precedenza, apprezzava come insostituibile bene, anche violentemente difeso (cf Gal 1,23-24) e come motivo irrinunciabile di vita, tutto viene ri-compreso e ri-collocato nella sua scala valoriale di discepolo, fino a giungere alla libertà di indicare non solo “perdita”, ma skýbala/sterco, tutto ciò che rappresentava il suo precedente tesoretto dottrinale, di consuetudini e di routine, oramai incapace di rappresentare la sua propria identità personale e la sua vocazione. Paolo rintraccia la propria identità liberata – una nuova conoscenza di sé – conoscendo/imparando Gesù, i cui sentimenti di amore sono scoperti nella incommensurabilità di una “larghezza, lunghezza, altezza e profondità” che solo l’amore che è Dio può permettersi e che l’Apostolo, nella relazione con il Signore, scopre cifra della sua vera identità.

L’esercizio e la pratica discepolare dell’ascesi, introducono il battezzato in una libertà sempre più liberata, in una adultità capace di cooperare fattivamente, di corrispondere consapevolmente e assumere deliberatamente la decisione di annientamento dell’uomo vecchio perché captivus, vecchio, perché prigioniero di “ere” passate, di età tramontate, incapaci, ormai, di “vestirlo”: “Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino, l’ho abbandonato/katèrgeka”. Il contesto in cui il verbo katargèo è usato in questo passo, vuole indicare una decisa rottura, un vistoso cambio di passo, un “fare altrimenti/annichilire/abolire”.

L’ascesi praticata e il discepolato esercitato, come visto dalle pagine bibliche menzionate, non si riducono, nella vita cristiana, a reprimere, a mortificare, a menomare ma, proprio perché il credente brama “piacere al Signore” e a lui solo (cf Ef 5), la pratica ascetica attiva un’energia creativa, capace di suggerire e dar forma a rinnovati stili evangelici e ad inaugurare abitudini idonee ad accendere e irrobustire desideri mai ancora desiderati. Iniziare a desiderare i desideri di Dio. Se “adorare in spirito e verità” (Gv 4,24) vuol dire mettersi di fronte alla verità di Dio che è Gesù, significa, anche, abitare la verità di se stessi, cogliendo nella verità di Dio in Cristo anche la propria personale verità e l’insondabile mistero che ci abita. Solo così si giunge a desiderare i desideri di Dio. La preghiera quaresimale, pasquale e di ogni giorno donatoci dal Padre, ci porta sì di fronte alla volontà del Padre per compierla come figli nel Figlio, ma ci abilita e sospinge per inoltrarci, progressivamente, negli stessi desideri divini, per giungere a desiderare come Dio desidera.

Non è superfluo ricordare che l’energia sprigionata dalla ascesi/pratica della vita discepolare, non si mette in azione in automatico, o per il vago desiderio che accada, o quando, in modo episodico, saltuario e poco convinto, mi “risveglio” discepolo e mi attivo cristianamente. Accade solo nella misura in cui i comportamenti da evangelizzare sono, e per davvero, oggetto di disciplina e di pratica cristiana, in un ritmo di esercizio regolare e di impetrata consuetudine evangelica. Accade solo nel tradurre in gesti concreti e in un coinvolgimento continuativo, che il cuore si (ri)adatti ai desideri del Signore, potendo, così, cor-rispondergli. Nessuna relazione, o ideale, o fascinazione che non diventa azione, scelta, responsabilità, resta evanescente e irreale.

No, non c’è un fortunoso bingo!

Negli scritti di don Giuseppe Federici, mio maestro di noviziato cinquant’anni fa, dopo la sua morte, tra gli altri vari appunti, fu ritrovata questa frase di nove, dense parole:

 “Ama la libertà ma abbi in odio le libertà!”.

Il sunto di un’intera esistenza donata a Dio, educando i giovani e accompagnando laici, presbiteri, consacrati e consacrate sulle vie del Vangelo.

Nove parole vere. E forse, ora, lo capisco un po’ di più che cinque decadi fa.

Questa va amata perdutamente, difesa strenuamente, liberata incessantemente.

Quelle vanno governate saggiamente, vigilate assiduamente, ricollocate coraggiosamente.

La libertà viene corrosa quando le libertà sono assecondate, accarezzate, nutrite.

La loro ipertrofia è ipotrofia de la libertà.

Questa non deve morire e va incoronata, quelle vanno fatte vivere, ma senza corona.

Per questa si dà la vita, a quelle si chiede di darla per quella.

Il suo singolare ci libera, i loro plurali ci incatenano.

“Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona” (Mt 6,24).

L’alternativa dell’obbedienza a Dio è l’asservimento agli idoli.

Deus avertat! Che Dio ci liberi!

La prossima quinta domenica di Quaresima, 22 Marzo, la nostra Chiesa celebra la Giornata per il Fondo Episcopale di Solidarietà. Tutte le offerte raccolte durante ogni celebrazione eucaristica in ciascuna Parrocchia e in ciascuna Chiesa destinata al culto divino, confluiranno in detto Fondo.

Domando ad ogni parroco e ad ogni presbitero di accompagnare le comunità e i singoli a crescere nella consapevolezza di poter e dover diventare fratelli, condividendo con chi fa fatica a vivere.

Moltissimi sono coloro che, con generosità, discrezione e sacrificio, hanno offerto del proprio per sovvenire altri, neppure conosciuti, eppure diventati segno di attenzione e di compassione. Dall’attivazione del Fondo al presente, si sono potuti erogare euro 974,238,11 euro. A tutti e a ciascuno il mio grazie e quello dell’intera comunità cristiana.

Entro il mese di giugno ogni presbitero depositerà le offerte raccolte in tale giornata presso l’Economato diocesano. Come ogni anno verrà reso noto, tramite il giornale diocesano Dialogo, quanto la carità avrà saputo smuovere la nostra generosità.

Sigillo nell’affetto riconfermato e nella gratitudine espressa, ancora una volta, a tutti e a ciascuno e ciascuna (e mai abbastanza esplicitata), queste pagine pregate e pensate per me, per voi, per noi Chiesa di Alghero-Bosa in cammino verso il Regno. Questo tempo quaresimale di grazia, verso la Pasqua di Risurrezione, ci coglie pellegrini in un tempo storico ed ecclesiale, come dicevo, non solo guerreggiato e paurosamente violento, ma anche tanto complesso e disorientato, frammentato e frantumato. Ma non disperato! Non solo per la sovrabbondante grazia del Giubileo appena concluso, ma per la presenza del Vivente Signore tra noi e in noi. Lui sia lodato, benedetto, adorato e ringraziato.

Rendiamo grazie a te, Signore Gesù Cristo, per la tua definitiva donazione a noi; ti rendiamo grazie perché hai salvato la natura, opera tua; ti ringraziamo per la fede necessaria che ci hai donato.

Tu sei unico, ora e sempre!

Proclamiamo te, che ti sei fatto uomo. Proclamiamo la tua risurrezione a noi manifestata. Proclamiamo il tuo cammino. Proclamiamo il tuo regno che ci hai descritto come seme, parola, grazia, fede, sale, tesoro, pietra preziosa, moneta ritrovata, aratro. Proclamiamo la tua grandezza, tu che per noi ti sei fatto chiamare Figlio dell’uomo. Tu ci hai donato la verità, il ristoro, la conoscenza, la potestà, la legge, la fiducia, la speranza, la carità, la libertà che si trovano in te.

Tu solo, Signore, sei radice dell’immortalità, la fonte dell’eternità, il riposo dei secoli eterni.

Mangiamo il tuo corpo, per noi crocifisso; beviamo il tuo sangue, versato per la nostra salvezza.

Che il tuo corpo sia per noi salvezza e il tuo sangue sia remissione dei peccati.

Per il fiele, che per noi hai bevuto, siamo noi liberi dal fiele del diavolo; per l’aceto, che per noi hai bevuto, sia risanata la nostra debolezza; per lo sputo, col quale fosti per noi macchiato, riceviamo noi la rugiada della tua bontà; per la canna, con la quale fosti per noi percosso, riceviamo noi una stabile dimora.

E poiché per noi ricevesti la corona di spine, noi che ti amiamo, riceviamo la corona dell’eternità; per la sindone, con la quale fosti avvolto, noi siamo circondati dalla tua invincibile potenza; per il sepolcro nuovo e la tua sepoltura, riceviamo la reintegrazione dell’anima e del corpo; poiché risuscitasti e ritornasti alla vita, anche noi risuscitati possiamo vivere e restare fermi davanti a te nel giusto giudizio.

O re dei re, Agnello di Dio, grande leone di Giuda, morte del peccato per la potenza della croce, vita della giustizia che doni ormai il frutto dell’albero della scienza, medicina di grazia che ripari la rapina della gloria.

Quando il tuo sangue ha spezzato il diritto della spada di fiamma, hai aperto il giardino del paradiso, radice di obbedienza, medicina di grazia.

Questo è il giorno solenne del Signore; è pace in terra, folgore per l’inferno, luce per i cieli, è il giorno del duplice battesimo, della legge e del Vangelo.

Il Cristo è pasqua per l’uomo: mentre passa la vecchiezza sorge la novità. Questo è il giorno del Signore, gioisci o anima che non conosci il fermento, ripiena di pane azzimo. I nemici sono stati sommersi, le soglie hanno ricevuto il segno, mangia ora, con le erbe selvatiche, la Pasqua passata al fuoco, di notte, nell’unica casa.

Con i fianchi cinti, i piedi calzati, affrettati con il bastone e divora il capo con gli intestini e i piedi.

Lavaci in questo giorno, o Cristo, purificaci con l’issopo, rendici degni di questo mistero: asciugando il mare, trapassando la mascella del Leviatan con l’amo uncinato.

Inebriaci con il calice, fa’ dormire, risveglia; tu che per via bevi al torrente le nostre sventure; tu pontefice, tu ostia, tu che premi il torchio, tu uva.

O fiore fragrante della verga verginale, piena della rugiada dei sette doni, all’aspetto colorito di rosa, candore di giglio, per quale consiglio di immensa bontà ti sei abbassato in aiuto del piccolo mondo, affinché, facendo parte dei miseri, ne fossi redentore, senza macchia di peccato, portando la forma del peccato?

O Signore, consanguineo dello schiavo, speranza della risurrezione prima ed ultima, per il giuramento del seme di Abramo conferma anche noi, convivificando nel tuo corpo noi morti insieme nell’antico padre Adamo; tu congiungendo le membra deboli alle forti dona i pascoli della vita eterna, tu Pasqua. Amen!

                                                                  (Cantico medievale delle Chiese di Germania)

Su tutti invoco la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Su ogni cuore tribolato, arrabbiato, dubbioso, impaurito, isterilito, infranto, disingannato, stanco, chiedo, alla Santa Madre di Dio, piena di grazia, Madre compassionevole e Ausiliatrice in ogni pena, di poggiare il suo sguardo e la sua mano, perché tutti guarisca, tutti sostenga, tutti accompagni verso il Figlio Gesù, Signore e Salvatore. E anche voi, davanti a Lui e alla sua Santa Madre, ricordatevi di me.

Tutti, Tutti, Tutti, fraternamente e gratamente, abbraccio

                                                                                          padre Mauro Maria