«Che sono questi discorsi che state facendo?» : la riflessione del Vescovo Padre Mauro Maria per la fase sapienziale del Cammino sinodale

Nel corso dell’Assemblea Pastorale diocesana di Domenica 22 Ottobre, il Vescovo Mauro Maria ha presentato l’icona biblica che accompagnerà il discernimento nella fase sapienziale del Cammino sinodale. Protagonista della riflessione è il brano evangelico dei discepoli di Emmaus. Di seguito il testo integrale donato dal Vescovo nel Mandato agli Operatori pastorali della Diocesi di Alghero-Bosa.

«Che sono questi discorsi
che state facendo?»

Dalla in-intelligenza all’annuncio

Accompagnare il discernimento nella fase sapienziale

Introduzione

Quando, tre anni fa, tutte le Chiese d’Italia decisero di mettersi a camminare più convintamente insieme con rinnovato vigore e accresciuta consapevolezza di poter e dover essere evangelicamente più eloquenti facendo Sinodo, l’icona biblica che immediatamente mi si è affacciata al cuore è stata quella dei due discepoli in cammino verso Emmaus. Due persone che Gesù Risorto scorge incupite, disilluse e apostroferà inintelligenti/senza testa/stolte/lente-dentro (quanto simili a noi!) e sui cui passi si sintonizza l’eterno viandante e suggeritore di visioni non contraffatte, anche e soprattutto quelle fallimentari.

Allora, in un opportuno momento celebrativo, è stata consegnata ad ogni parrocchia l’opera iconica di Michael Torevell Road to Emmaus che riproduceva, appunto, l’episodio evangelico narrato in Luca 24,13-35: una road, una strada che i due interiormente spenti, ad un certo punto, iniziano a percorrere con uno sconosciuto che si fa loro compagno di viaggio senza esserne richiesto. È stato chiesto ad ogni parroco di porre l’icona in luogo visibile nella chiesa parrocchiale, così da accompagnare, illuminare e sostenere il cammino sinodale di ogni comunità cristiana.

Quest’anno, dalla stessa presidenza della CEI, è stata proposta proprio la medesima icona biblica per accompagnare questa fase sapienziale del cammino sinodale: un tempo di discernimento per ogni Chiesa, guidato e vissuto alla luce di quella pagina evangelica di cui il grande Jean Guitton affermava: “Se fosse necessario rinunciare a tutto il vangelo per una sola scena in cui esso sia interamente riassunto, certo non esiterei: indicherei quella dei discepoli di Emmaus”.

Oltre ad essere un capolavoro teologico, il racconto è un capolavoro letterario e, come noto, è il più lungo del ciclo pasquale dei vangeli, riportato solo dal terzo Vangelo. Il racconto si colloca tra l’incomprensione di fronte alla morte di Gesù e il ri-conoscimento fondante della sua risurrezione. Il contesto è nitido: è la sera del giorno di Pasqua, al centro di quel capitolo 24 del Vangelo Luca dove, mentre la maggioranza dei discepoli si sono autosigillati nel cenacolo e le donne raccontano della loro visita al sepolcro, “i due di Emmaus” si allontanano da Gerusalemme. Se ne vanno. Se ne vogliono andare. I due hanno fatto il loro discernimento e la loro conclusione è molto chiara: il fallimento di Gesù è il nostro fallimento; resta solo di andarsene. Le donne, invece, si rassegnano con molta più difficoltà e, tenaci, anche se loro stesse hanno visto morire Gesù in croce, lo cercano lì dove sapevano di poterlo trovare, almeno cadavere; non lo trovano ma dicono di averlo visto vivo… La comunità dei discepoli di Gesù è disorientata e divisa: meglio tagliare i rapporti con questo gruppo di uomini e donne resi ciechi e non più lucidi dal dolore difficile da anestetizzare. Meglio tornarsene a casa.

 È la delusione per la morte del loro amico e maestro la forza centrifuga che li fa abbandonare la comunità a Gerusalemme, andandosene via dal luogo della sua morte e da quella comunità cui non sentivano ormai più di appartenere.

Nel vangelo di Emmaus non abbiamo una semplice apparizione di Cristo risorto, ma tutti diventano testimoni di un percorso di riconoscimento. Il ri-conosciuto Gesù, ora vivo nella dimensione di Dio, resta presente, sempre, con i discepoli e in loro.

Il brano è quasi a chiusura dell’intera narrazione evangelica lucana e riesce a tradurre in immagini la rivelazione ecclesiale della risurrezione: l’evangelista è talmente toccato dall’incontro con Cristo risorto, al punto da trasmetterci, attraverso il suo racconto, la forza della presenza invisibile e sconcertante di Cristo che, sempre, raggiunge i suoi nell’ascolto delle Scritture accese dalla sua vicenda fallimentare eppure vincente, nella comunione fraterna e nello spezzare il pane eucaristico.

Il testo lucano è una delle pagine evangeliche più aderenti alla nostra realtà di viandanti e pellegrini, di cercatori di Dio e di senso e che portano in sé mille certezze e infiniti dubbi, perplessità, interrogativi e disincanti. “Ecco perché proponiamo in questa fase il racconto di Emmaus: è lì infatti, in quell’incontro della sera di Pasqua, il senso di questa seconda tappa del Cammino; da quell’incontro deduciamo i criteri fondamentali per il ‘discernimento operativo’ della fase sapienziale. Luca rilegge, in questa pagina, la fede pasquale alla luce dell’esperienza eucaristica, ormai cinquantennale quando lui scrive il Vangelo; e, viceversa, rilegge l’esperienza eucaristica alla luce della fede pasquale […] Emmaus è una sorta di Celebrazione eucaristica itinerante, che aiuta a comprendere le dinamiche del camminare insieme: dall’isolamento alla comunione, fino alla scoperta della verità di sé. Siamo noi quei discepoli – uno dei quali è appositamente anonimo perché ciascuno si metta al suo posto – e siamo in cammino. Siamo l’assemblea radunata dalle nostre case; un’assemblea di battezzati che confessano prima di tutto i propri peccati, le proprie delusioni, le proprie fughe da Gerusalemme, le proprie nostalgie per la vita di prima: ‘Noi speravamo…’ (Lc 24,21). Il Signore ci lascia sfogare, anzi provoca il nostro sfogo – “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?” (Lc 24,17) – perché non ha paura dei nostri lamenti. Il Signore invita ancora oggi a parlare liberamente, a narrare fatiche e speranze; prende sul serio le delusioni, i mormorii, le sofferenze, le critiche, senza ribattere colpo su colpo, ma cercando di capire cosa c’è dentro. Sullo stile di Gesù, l’ascolto della realtà e delle esperienze è anche per noi discepoli il primo passo per un discernimento autentico. Hanno fatto così gli Apostoli quando hanno preso sul serio la segnalazione di un disagio nella comunità di Gerusalemme, decidendo poi di istituire i Sette per il servizio alle mense delle vedove dei cristiani ellenisti (cf At 6,1-7). Quello che la Tradizione ecclesiale chiamerà ‘senso di fede del credente’ (sensus fidei fidelis) trova la sua prima forma espressiva non tanto nei ragionamenti quanto nel racconto delle esperienze, comprese quelle problematiche e negative. Il biennio narrativo ha permesso di raccoglierne tante, che vanno ora ascoltate in profondità, con un atteggiamento sapienziale” (CEI, Si avvicinò e camminava con loro. Linee guida per la fase sapienziale del cammino sinodale delle Chiese in Italia = Linee, 6).

Redazionalmente, il racconto è stato sapientemente collocato da Luca nell’ultimo capitolo del suo vangelo, rendendolo una conclusione e, nello stesso tempo, un’apertura alla narrazione che proseguirà negli Atti degli Apostoli. Con il riconoscimento di Gesù “veramente risorto” da parte degli Undici, coloro che lo avevano seguito – dice Pietro – “per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto tra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo” (At 1,21-22), si chiude l’epoca della testimonianza oculare. Coloro che sono stati “testimoni oculari” (Lc 1,2) diventano “servi della Parola” e “inviati”, “apostoli” per “annunciare a tutte le genti la conversione e la remissione dei peccati” (cf Lc 24,47.49).

Grazie all’incontro, alla spiegazione delle Scritture e alla frazione del pane, i discepoli vivono una profonda trasformazione, una vera e propria conversione. Passano dalla fuga all’incontro, dalla sordità all’ascolto, dalla cecità alla luce, dalla paura al coraggio, dalla disillusione alla speranza, dalla dimissione alla missione, dal sentimento di fallimento alla certezza della risurrezione. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia. Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non ordina nessun passo speciale, prende il nostro. Ogni camminare gli va. Ogni passo diventa il suo. Purché uno cammini. Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda, li vede tristi e rallenta accostandosi: che cosa sono questi discorsi? Ed essi gli raccontano la sua storia vista da loro: una illusione naufragata nel sangue, fuori dalle mura di Gerusalemme. Lo hanno seguito, lo hanno amato: noi speravamo fosse lui a farci cambiare realmente passo, a liberarci, a emanciparci e, perché no, a posizionarci in qualche scranno un po’ più comodo… È singolare che, l’unica volta che ricorre il termine speranza in tutti i Vangeli, è per ammettere un rammarico, una disillusione, un sentimento tradito. Giunti a Emmaus Gesù mostra come di voler “andare oltre”. Le parole che allora nascono dalle loro labbra, dopo averlo ascoltato ed essere stati con lui, diventano canto, suonano come la preghiera più vera: resta con noi, perché si fa sera. Poi lo riconoscono allo spezzare il pane. Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù – ogni padre spezzava il pane ai propri figli – ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato loro come pane di vita: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Lo riconobbero perché spezzare e consegnarsi è il segreto del Vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame di ogni creatura umana. Si dona, nutre e scompare sbriciolandosi e saziando come nessun’altra prelibatezza: prendete, è per voi! Il miracolo più grande è proprio la gratuità divina: non siamo noi ad esistere per Dio, è Dio che vive per noi e in noi, in quel corpo dato e in quel sangue versato. Per noi.

La condizione umana, in risposta all’iniziativa divina, è anch’essa movimento, spostamento, pasqua. Essere cristiano, discepolo di Gesù, significa doverlo diventare, muoversi, compiere dei passaggi. Ecco perché la pagina dei due di Emmaus è la nostra pagina, dice di noi. Siamo noi.

Dall’on the road alla consegna vicendevole della testimonianza su Gesù

Il textus, il tessuto del brano, è filato da Luca quasi interamente on the road ma con due insostituibili, indispensabili tasselli di intimità domestica. Uno nella casa diventata ospitale per Gesù-forestiero poi ospite richiesto, lì dove, nello spezzare il pane, “i loro occhi lo riconobbero”. Poi ancora on the road, ma questa volta con il fuoco dentro e le ali ai piedi, per ricongiungersi e riconsegnarsi, finalmente ritrovatisi – e nell’ascolto delle Scritture interpretate da Gesù e nel pane condiviso con Gesù e nel medesimo fuoco che li accomunava – alla comunità degli Undici e degli altri a Gerusalemme. Qui, finalmente, prima ascoltano la narrazionedegliUndici (v. 34) e poinarrano agli Undici “ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (v. 35).

La traiettoria del racconto, perciò, potrebbe essere così scansionata:

strada intimità strada intimità mutua ‘edificante’ narrazione.

Detto altrimenti: Gesù fa sempre irruzione nel giornaliero, anche quello di una ferialità scialba, sgonfiata, disillusa, atterrita e fallimentare; la sa illuminare di sé attraverso il prisma delle Scritture che di lui parlano; le Scritture spalancano cuore ed occhi facendo cadere le dure cataratte della testardaggine che rendono in-com-prensibile (v. 25: anòetoi) l’intera storia di Gesù e, particolarmente, quell’ultima, orribile settimana. Nell’intimità della casa, riscaldata dal cammino condiviso ma soprattutto dalla conoscenza nuova offerta dalle Scritture rilette da Gesù a partire dalla propria crocifissione e risurrezione, nello spezzare il pane e grazie a questo gesto, i due identificano nel viandanteil loro amico e maestro Gesù:proprio lui, Profeta-Crocifisso-Vivo (vv.19.20.23). Identificazione, fino a quell’istante, impensabile e improponibile. Da questa intimità possono fare una decisa e sorprendente epistrophé, – “in quel medesimo istante”: v. 33 – ri-volgendosi verso quella Gerusalemme da cui erano fuggiti disperati e desolati per gli avvenimenti riguardanti Gesù, la sua e loro comunità e loro stessi. Ripercorrono, all’inverso, la medesima strada appena percorsa. Inutile dire: quell’incontro li aveva interiormente rovesciati, così da invertire realmente cuore e passi. Ritornano a Gerusalemme per ri-consegnarsi come fratelli gioiosi perché ri-composti dentro, a quella medesima comunità da cui erano fuggiti perché nulla pareva più legarli tra loro dopo il fallimento incomprensibile di quella croce. Lasciando la Città santa, davvero sembrava loro che più nessun legame paresse più sussistere dopo tale disfatta. Ma, prima di offrire la loro narrazione-testimonianza agli Undici e agli altri, ascoltano la narrazione-testimonianza di questi e, a loro volta, consegnano la loro narrazione-testimonianza raccontando di quell’incontro con Gesù che avevano capito essere il Profeta-Crocifisso-Vivo e come aveva acceso il cuore con le Scritture ri-lette da lui alla luce di quelli che sembravano fatti tragici e solo da dimenticare e che nello spezzare il pane con loro e per loro, si era disvelato:

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò loro: “Che cosa?”. Gli risposero: “Ciò che riguarda Gesù il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”. Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24,13-35).

L’eloquente architettura del testo

L’intenzione dell’evangelista Luca, che egli evidenzia subito nel Prologo del Vangelo, è quella di “raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi” (1,1) per aiutare il lettore a cogliere che tali eventi – vale a dire la storia di Gesù, la sua morte e risurrezione e il tempo della Chiesa – lo riguardano in prima persona. Con quegli “avvenimenti successi tra noi” (v. 1.1), Luca intende non solo riferirsi ai testimoni oculari ma alla intera comunità dei discepoli di ogni generazione.

Non posso non ricordare l’assioma che ci ha accompagnato in questi anni di ascolto, meditazione e preghiera della Parola: mai testo senza contesto perché diversamente il testo diventa un pretesto. Diventa afono.

Il capitolo 24 di Luca si articola in tre racconti. Il primo e il terzo inquadrano il nostro episodio facendone cogliere la centralità:

1) le donne al sepolcro (vv. 1-12);
2) i discepoli di Emmaus (vv. 13-35);
3) gli Undici e gli altri a Gerusalemme (vv. 36-53).

Le donne recatesi al sepolcro il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, trovano la pietra rotolata via dall’ingresso della tomba; entrate, non trovano il corpo di Gesù. Nel silenzio attonito e nello sgomento indecifrabile di quell’alba (cf Lc 24,4), due uomini sprizzanti luminosità si presentano a loro, dicendo alle donne impaurite e con il volto chinato a terra: “Perché cercate il Vivente tra i morti? Non è qui, è risorto. Ricordatevi di come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: ‘È necessario che il Figlio dell’uomo sia consegnato nelle mani di uomini peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno” (Lc 24,5-7). Da queste due luminosità, viene chiesto loro di fare memoria delle parole di Gesù e queste, effettivamente ricordano e danno credito. Subito, ritornate dal sepolcro, annunciano questa notizia ricevuta dai due bagliori, agli Undici e agli altri, ma “quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento”, un’allucinazione, una vana speranza delusa, “e non credevano a esse. Pietro tuttavia, alzatosi, corse al sepolcro e, chinatosi, vide solo le bende. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto” (Lc 24,11-12). Al centro di questa prima parte vi è l’annuncio della resurrezione, fondato sulle parole di Gesù. Luca lo dice: solo ricordando le sue parole e permanendo in tale memoria, si giunge alla fede pasquale, si giunge a vedere.

Segue il racconto dei due di Emmaus, parallelo agli altri due brani, condotto con una elaborata, finissima costruzione narrativa e teologica. I due discepoli in cammino non riconoscono Gesù risorto, ma vedono solo uno sconosciuto viandante, il quale annuncia loro che, secondo le parole di Mosè e dei Profeti, il Cristo doveva patire e morire per entrare nella sua gloria: egli chiede la fede nelle parole dei Profeti, chiede un pieno credito alle Scritture (vv. 25-27).

L’ultima parte offre la testimonianza che Gesù in persona appare in mezzo agli Undici radunati nella camera alta, a Gerusalemme (cf Lc 22,12; At 1,13). Il Risorto è là, in mezzo a loro, li saluta donando loro la pace, ma essi, “sconvolti e impauriti, credevano di vedere un fantasma” (Lc 24,37). Gesù allora si fa riconoscere nei segni della passione impressi per sempre nella sua carne, chiede ai discepoli di guardarlo e di toccarlo, ma gli Undici restano increduli, tra gioia e stordimento. Gesù, dunque, annuncia anche a loro – come già aveva fatto nei suoi giorni terreni – la necessità del compimento nella sua vita di quanto era scritto nella Torah di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. “Allora aprì loro la mente, perché comprendessero le Scritture” (Lc 24,45), e con questa operazione terapeutica di apertura e disvelamento (cf Lc 24,31-32) dona loro l’intelligenza delle Scritture, li rende capaci di vero credito, li rende dunque credenti, abilitandoli a essere perciò “testimoni/mártyres” (Lc 24,48). Affinché tutto ciò si realizzi pienamente, Gesù dichiara che presto invierà loro “la promessa del Padre” (Lc 24,49), lo Spirito santo (cf At 2,1-12), poi li conduce a Betania e, benedicendoli, ascende al cielo. Ora finalmente i discepoli, ritornati a Gerusalemme pieni di gioia, possono innalzare a Dio una lode senza fine.

Il capitolo 24 di Luca è interamente imperniato sul credito che viene richiesto ai discepoli: alle parole di Gesù (v. 6) dai due abbaglianti personaggi che si rivolgono alle donne; alle Scritture (vv. 25-27) e ancora alle Scritture (v. 45) da Gesù stesso, sia ai due di Emmaus, sia all’intera comunità acquartieratasi nella stanza superiore.

Il brano di Emmaus racconta che, nello stesso giorno in cui le donne e Pietro trovano il sepolcro vuoto, due discepoli rassegnati e pensosi ritornano nel loro villaggio. Ogni loro speranza è infranta, il cuore è spento e sul loro volto è stampata la tristezza. Nel racconto c’è già, tuttavia, un tenue eppur solido accenno che già fa intravedere che qualcosa accadrà: il loro camminare verso Emmaus è designato con il verbo poréuomai, che Luca impiega per indicare il cammino del discepolo credente. I loro passi pertanto, apparentemente mossi nella cecità e nella paura di essere stati abbandonati o turlupinati, implicano già, anche se sotto traccia, la presenza di Gesù, meta e compimento di quell’andare. L’evangelista desidera condurre il lettore a compiere la stessa esperienza di riconoscimento del Maestro, vissuta “lungo la via” dai due discepoli del racconto, quella via lungo la quale si è dipanato tutto il vangelo di Luca e che riannoderà alla via raccontata negli Atti degli Apostoli. “Non è solo il fascino personale del predicatore a scaldare il cuore e nemmeno solo la bellezza degli argomenti – due aspetti comunque importanti – ma è soprattutto il fatto che Gesù predica ‘lungo la via’, facendo strada con loro. Hanno avvertito che quella parola non è pronunciata da una cattedra, ma sulla strada, camminando insieme. La parola che scalda, anche quando il predicatore è fermo sul pulpito – come nella celebrazione eucaristica – è una parola itinerante, che nasce dalla condivisione di un cammino. Ecco un altro criterio: la comunità discerne con un atteggiamento itinerante; non restando seduta ‘alla meta’, giudicando chi è dentro e chi fuori dal sentiero, né ferma ‘alla partenza’, lasciando che ciascuno vada dove vuole, ma apprezzando i faticosi cammini di tutti, soprattutto di coloro che arrancano, accompagnandoli verso il Signore e la sua Parola” (Linee, 7).

Quello dei due discepoli di Emmaus, possiamo affermarlo, è il racconto dei racconti, che disegna l’itinerario di fede e di discernimento come un preciso percorso per la nostra vita, scandito in quattro momenti, legati l’uno all’altro:

  • il primo, al quale nessuno sfugge, è il momento della delusione-disillusione: “Noisperavamo (v. 21), matutto pare frantumato;
  • il secondo: mai divenire così smemorati da dimenticare che Gesù non smette di camminare con noi (v. 15): Egli non solo è “colui che è” ma, sempre, “è colui che ècon”;
  • il terzo: cammina con noi per co-abitare lanostra disillusione;
  • il quarto: animati diuturnamente dalla domanda che deve accompagnare tutti e ciascuno in questo itinerario: quali segni di speranza vedo lungo la vi(t)a che sto percorrendo?

Gli studi di tanti esegeti di valore, oggi ci permettono di attingere dal nostro testo una sovrabbondante ricchezza di senso e di comprensione, aiutandoci concretamente in questa fase sapienziale e di discernimento comunitario. Luca organizza il testo secondo una duplice struttura, concentrica e narrativa, attestata dalla gran parte dei commentatori. Per Dupont si tratta di un racconto scritto secondo “le regole che presiedono alla composizione del dramma greco”, dove spesso il punto culminante è costituito da una “scena di riconoscimento”, come accade proprio nel nostro brano (v. 30ss), come si evince chiaramente nel versetto conclusivo (35). La narrazione di Emmaus è, pertanto, un vero itinerario di rivelazione e riconoscimento, diviso in due parti: nella prima, due pellegrini (vv. 13-14) vengono affiancati da un viandante sconosciuto (vv. 15-16); i discepoli gli raccontano tutto “ciò che riguarda Gesù Nazareno” (vv. 17-24) e Gesù, attraverso le Scritture, spiega “ciò che si riferiva a lui” (vv. 25-27). Nella seconda parte, si ha il capovolgimento della situazione con il riconoscimento di Gesù (vv. 28-32) e il ritorno dei discepoli a Gerusalemme (vv. 33-35).

Le due sezioni sono articolate in modo da delineare una successione di tappe che formano una struttura concentrica, come evidenzia la corrispondenza dei termini, degli elementi narrativi e dei contenuti tematici:

A:   Il viaggio dei due discepoli da Gerusalemme a Emmaus (vv. 13-14): “in quello stesso giorno”, “in cammino”, “Gerusalemme”, “conversavano”;

B: il viandante sconosciuto (vv. 15-16): “si accostò” – il verbo greco è lo stesso del v. 28 (B1), tradotto con “furono vicini” –, “camminava”, “occhi”, “riconoscere”;

C: il discorso dei discepoli (vv. 17-24): “ed egli disse loro”, “ciò che riguarda Gesù Nazareno”, “profeta”;

C1:       il discorso del viandante (vv. 25-27): “ed egli disse loro”, “ciò che si riferiva a lui”, “profeti”;

B1: il riconoscimento del viandante (vv. 28-32): “furon vicini”, “erano diretti”, “andare” – questi due ultimi verbi sono in greco, lo stesso verbo che al v. 15 (B) è tradotto con “camminare” -, “occhi”, “riconoscere”;

A1: il ritorno dei due discepoli da Emmaus a Gerusalemme (vv. 33-35): “senz’indugio” – letteralmente, in greco è: “in quella stessa ora”, richiamando “in quello stesso giorno” del v. 16 (A) -, “lungo la via”, “Gerusalemme”, “dire” e “riferire”.

Le tappe del riconoscimento

L’amico abate Giorgio Giurisato, in pagine dense, saporose quanto accessibili, ha offerto una scansione credibile del nostro testo, mettendo in luce come, proprio in Luca 24, l’architettura letteraria dell’autore tocca un culmine. Attraverso di essa si possono mettere in rilievo sei momenti o aspetti in cui si articola la dinamica dell’incontro con Cristo (Emmaus. Icona del cammino cristiano, Casale Monferrato 1991):

  1. la ricerca, che caratterizza l’atteggiamento dei due discepoli;
  2. il testimone, che accompagna i due nel loro cammino di fede;
  3. Gesù di Nazaret, che costituisce il contenuto del discorso dei discepoli;
  4. le Scritture, alla cui luce Gesù spiega il suo mistero;
  5. la scoperta o riconoscimento della vera identità di Gesù;
  6. la missione dei due che tornano a Gerusalemme a riferire l’accaduto agli Undici.

Possiamo ora approfondire i singoli momenti e movimenti, individuando il percorso di fede compiuto dai due, modello del riconoscimento della vera identità di Gesù Profeta-Crocifisso-Vivo, da parte di ogni discepolo. L’approfondimento di ogni passo del testo ci introduce in uno spazio sempre più ampio e luminoso.

La ricerca

Luca introduce il racconto presentandoci subito i protagonisti, le condizioni di tempo e di luogo, il movimento intrapreso dagli attori, in linea con la sua iniziale intenzione: “Ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto” (Lc 1,3-4). Per questo, egli è molto accurato nei dettagli:

Chi? “Due di loro”. Luca presenta i due discepoli che incontreranno Gesù: non sono del numero degli “apostoli” (v.10), cioè degli Undici, che ritroveranno dopo, riuniti a Gerusalemme nella sala superiore (v.33), ma appartengono al gruppo di “tutti gli altri” discepoli di Gesù (v.9b). Non fan parte della leadership. Sappiamo come gli altri discepoli hanno incontrato Gesù, ma di loro due nulla è raccontato: i Dodici, Gesù li ha chiamati personalmente. Li ha sollecitati a lasciare barca, reti, banchi del dazio ecc. per andare con lui. Qualcuno, come Levi-Matteo, fu talmente felice di lasciare tutto per seguire Gesù, che organizzò un gran pranzo con gli amici per condividere la sua gioia. Ad Andrea, di quell’incontro/chiamata, rimane indelebile in cuore, luogo e ora. Di questi due discepoli, invece, non abbiamo nessun particolare.

La cifra “due” non è casuale. Alcuni vi vedono un’allusione alla seconda lettera dell’alfabeto, quella con cui comincia la Torah, significando in tal modo un nuovo inizio della storia della salvezza. Luca, però, nel suo Vangelo, parla spesso di due testimoni: presso il sepolcro vuoto ci sono “due uomini” che annunciano la risurrezione di Cristo (24,4), lo stesso avviene al momento dell’ascensione (At 1,10), come erano due nell’episodio della trasfigurazione (Mosè ed Elia, in 9,30.32). L’invio dei settantadue discepoli, evocato solo da Luca, si fa “a due a due” (10,1; cf anche 7,18; 19,29), perché una testimonianza, per avere il marchio della legalità, nel giudaismo, richiede la presenza di almeno due persone. Quasi a segnalare che la testimonianza che daranno i discepoli di Gesù Crocifisso-Vivo, è certa e attestata. Ma viene inoltre suggerito che la compagnia e l’aiuto reciproco sono condizioni ottimali per cercare e incontrare Cristo.

Come accennato, il secondo discepolo non ha nome: è il lettore che si ritrova a fare lo stesso cammino della vita, avendo accanto Gesù morto e risorto. Il compagno innominato di Cleopa apre uno spazio ecclesiale per ogni lettore. È ognuno di noi (e non è neppure chimerico potesse trattarsi di una donna, quindi di una coppia di sposi…).

Quando? “In quello stesso giorno”. La situazione temporale rimane la stessa: “quello stesso giorno” è il “primo giorno dopo il sabato” (v.1), il primo giorno della settimana, il giorno della risurrezione di Cristo cioè la domenica di Pasqua. Per Luca, il quadro cronologico consente di approfondire l’insegnamento teologico: l’unità di tempo indica l’integralità del messaggio. È appena finito il tempo della vita terrena di Gesù, conclusasi con la sepoltura del suo corpo ed è appena cominciato un nuovo periodo della storia, che inizia con la risurrezione di Gesù che durerà fino al suo glorioso ritorno. È il tempo della Chiesa, che accomuna la condizione dei due discepoli alla nostra.

Dove? “Erano in cammino”. La topografia si articola tra un luogo a tutti noto, Gerusalemme, sulla strada verso Emmaus, distante circa 11 Km (60 stadi o 7 miglia: v.13). Per l’evangelista Luca, Gerusalemme è realmente “luce per illuminare le genti” (2,32), infatti egli apre il suo vangelo al tempio e lo conclude sempre lì, al tempio di Gerusalemme. La città santa è l’epicentro della visita di Dio e il luogo del compimento della salvezza.

Sta di fatto che, i due, fuggono proprio da Gerusalemme, intendendo porre una distanza tra la città di Dio e dei Profeti e loro stessi. Il proseguo del racconto metterà in luce che, i due, dovranno recuperare anche l’autentico significato di Gerusalemme nel piano salvifico: da punto di fuga ad approdo.

È Gesù a prendere l’iniziativa dell’accostamento e li affianca al ritmo del loro stesso passo, facendosi compagno in quel tratto di cammino: lo fa senza chiedere loro il permesso ma neppure imponendo la sua presenza; lo fa senza esortazioni moraleggianti e senza intimare una forzata retromarcia verso il “luogo giusto”, quella Gerusalemme da cui si stavano allontanando e dove, invece, sarebbero dovuti essere insieme agli Undici e agli altri. Entra discretamente nella loro traiettoria. Il Maestro non si atteggia mai a maestrino. “I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (v.16) annota Luca. Perché è un Gesù diverso da come lo vorrebbero. Loro – ma proprio come ciascuno di noi – lo avrebbero voluto più interventista, vittorioso, pronto a risolvere tutte le loro situazioni difficili, possibilmente tutti i problemi del mondo.
Lo avrebbero voluto un Messia “castigamatti” ma, soprattutto, dalla loro parte contro tutti quegli altri cattivi e non prediletti… Sono fermi alla serie di fatti di cronaca, non ancora riletti con gli occhi della fede. Gesù non sciorina il solito “pippone” di chi sa e tiene la lezione a poveri sprovveduti. “No, piuttosto avvia il dialogo, si innesta nelle loro delusioni e nel loro lamento e annuncia tutto ciò che lo riguarda nelle Scritture. La liturgia della Parola, alla cui strutturazione ha contribuito anche questa pagina del Vangelo, offre il paradigma principale per il discernimento, che deve avvenire nell’ascolto comunitario delle Scritture, attraverso la chiave di lettura cristologica: la Parola di Dio è illuminata dalla Pasqua, dal kerygma di morte, sepoltura, risurrezione, vita nuova” (Linee, 7). C’è un viaggio che inizia, anche se la direzione è sbagliata. È una via di fuga, che dà credito alla disillusione e al fallimento come parola ultima. Proprio su tale via errata percorsa da erranti, il Signore, si affianca per camminare con loro. Solo facendo strada con lui idue capiranno.

Il tema del cammino è onnipresente in Luca, che ama raccontare di Gesù e i discepoli lungo le vie di quello spicchio del Vicino Oriente. Per Luca, Gesù stesso è nato in cammino verso Betlemme. Si tratta di movimenti carichi di simbolismo, al punto da poter disegnare l’intero viaggio della vita umana, dentro le coordinate spazio-temporali del Vangelo.

Nota Giurisato: “Il cammino suggerisce che l’incontro con Cristo avviene non come un’istantanea, non ‘tutto e subito’, ma nella paziente continuità della ricerca, con gradualità, mentre si passa attraverso una varietà di luoghi e di situazioni”. L’intero ministero di annuncio del Regno da parte di Gesù, è presentato come un viaggio in cui non cessa di aprirsi la via della salvezza, che è una salita verso Gerusalemme. Anche la missione degli apostoli sarà un itinerario da Gerusalemme fino ai confini della terra. Per questo, negli Atti, Luca indica i discepoli di Gesù come “quelli della via”. Ogni discepolo di Gesù, trova la sua propria identità facendosi compagno di viaggio di altri.

Cosa? “Conversavano, discorrevano e discutevano insieme di tutto quello che era accaduto”. Ultimo elemento della prima scena: i due discepoli sono in piena discussione sui fatti recenti del tempo pasquale che hanno interessato il loro amico e maestro Gesù e le loro stesse storie. Conversano e discutono ma, i due diversi termini utilizzati, dicono che essi “si fanno una predica” – homiléō – e “cercano insieme/questionano/litigano” – syzētéō – una soluzione a tutto quello che è avvenuto e che sta loro molto, molto a cuore. L’accavallarsi dei verbi sta ad indicare che la discussione era molto accalorata, partecipe, interessata. “Discorrevano e discutevano”: letteralmente si buttavano addosso l’un l’altro la colpa della tristezza che provavano, facendosi vicendevolmente, appunto, la predica (quella che Gesù non farà loro…). Erano stati generosi nella risposta al “venite e vedrete”, nello stare con Gesù, ma adesso si fanno predicozzi l’un l’altro per l’indigeribile fallimento. Si dicono parole amare, incapaci di futuro. Parole di fallimento e delusione per il tempo perso. Parole che ruotano solo intorno alla speranza svanita, senza intravedere il senso. “Il litigio è di due che desiderano la stessa cosa; ma anche di due, ugualmente delusi, che si ributtano l’un l’altro il proprio malumore. Il ricordo del Signore non li riunisce ancora” (S. Fausti).

Eppure è proprio questo “cercare insieme” che dice tutto il loro desiderio di Gesù e la profonda nostalgia di lui. E l’argomento dei loro discorsi è molto concreto: sono i fatti di cronaca, quella che li interessa così tanto da vicino. Solo dopo si renderanno conto che il terreno d’incontro con il Crocifisso-Vivo, è proprio la loro storia, quella che stanno pensosamente e penosamente vivendo e di cui cercano il senso senza riuscirci nel loro vano “predicarsi” vicendevolmente. I loro discorsi sono ancora parole di nostalgia e di rimpianto, che semplicemente “si gettano l’uno con l’altro”, colpendosi e facendosi ancora del male e rendendosi ulteriormente prigionieri del passato.

Come? “Col volto triste” (v.17). Il volto triste è la proiezione visibile dello stato di abbattimento del cuore: la profonda delusione per lo svanire del loro sogno messianico (cf v.21). Sogno, tutto sognato senza che Gesù, in alcun modo e mai, lo abbia avallato. Per i due, resta indecifrabile il senso
di quel venerdì santo appena trascorso: se dunque Gesù è il Crocifisso, è chiaro che non è né Vivo, né Messia. Il “volto triste”, racconta tutto intero il dubbio che attanaglia il loro cuore sulla vera identità di Gesù. Ma sarà Gesù stesso a consegnar loro la ragione profonda della loro delusione: sono “stolti e tardi di cuore” (v.25): duri a comprendere – e perciò interpretano l’intera storia di Gesù in modo in-com-prensibile e in-intelligente (v.25: anòetoi) – e lenti/tardi (v.25: bradèis): affetti da una bradicardìa, una lentezza che, perché cordiale, anche cognitiva. “I discepoli sono apostrofati dal Signore come ‘stolti e lenti di cuore!’ (Lc 24,25) non perchè Gesù si lanci in un rimprovero, ma perchè legge nel profondo del loro cuore. La severa parola di Gesù diventa così una rivelazione: non una condanna, ma un giudizio che fa luce. I discepoli di ogni epoca sono “stolti e lenti di cuore” quando adottano criteri di lettura della realtà che prescindono da Lui, parametri mondani e ragionamenti umani che portano allo scetticismo e alla freddezza” (Linee, 7).

 

Il testimone

“Gesù in persona” (v. 15).“Qui Gesù si fa modello di chiunque nella Chiesa svolge il ministero dell’accompagnamento dell’uomo a Cristo e della testimonianza di Cristo all’uomo. Dopo la sua Ascensione […] questa funzione di Gesù sarà presa dall’apostolo, dal missionario, da ogni membro della Chiesa che è tutta apostolica e missionaria” (G. Giurisato).

Ma il gesto di Gesù che si affianca, non ha alcun effetto di riconoscimento sui due discepoli. Solo l’evangelista e noi lettori possiamo affermare che si tratta di “Gesù in persona”(v. 15) ma per i due ciò non è palese e avverrà solo dopo averlo ascoltato, accolto nell’intimità domestica e, sommamente, nella frazione del pane. Solo allora “si aprirono i loro occhi e lo riconobbero” (v. 16). Il passivo impiegato – i loro occhi erano impediti – ha un significato ‘teologico’. Gesù li sveglia scuotendoli: “stolti e tardi di cuore” (v. 25), ma la grande tradizione biblica ci insegna che, l’apertura degli occhi e del cuore, è solo e sempre un dono della grazia di Dio.

Qui emerge vistosamente come ci troviamo davanti a un racconto di racconti: i due racconteranno allo sconosciuto che si è loro accostato; questi racconterà la sua storia alla luce delle Scritture, Cleopa e l’altro anonimo, ritornando a Gerusalemme racconteranno agli Undici e agli altri. Nel passaggio da un racconto all’altro, i due discepoli sperimentano due livelli di cecità: nel primo, “i loro occhi erano impediti a riconoscerlo” (24,16); nel secondo, non riconoscendo Gesù, non riescono neanche a riconoscere che egli sta parlando di se stesso. Il rimprovero di Gesù però, è per un altro livello di cecità, un handicap ben più invalidante dell’ammanco di diottrie: l’ottenebramento che è causa di impedimento nel comprendere le Scritture: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i Profeti!” (24,25).

E però, in quel giorno di Pasqua, Gesù stesso si fa loro presente come “testimone” degli avvenimenti accaduti. La credibilità di Gesù come testimone – ma così è per ogni discepolo/a – si declina in quattro gesti concreti: accostarsi; camminare-con; conversare-con; spiegare le Scritture.

“Si accostò” (v. 15):Il verbo ‘avvicinarsi’ è familiare a Luca (18 volte nel Vangelo, 6 negli Atti, mentre in Matteo lo troviamo solo 7 volte, 3 in Marco e mai in Giovanni). È di Gesù l’iniziativa di accostarsi ai due camminanti: si fa prossimo a loro senza lamentarsi di come si erano comportati, né per strattonarli verso Gerusalemme, né per imporsi in alcun modo. Suo il primo passo, suo il desiderio di stare con loro. Gratuitamente. È il tratto tipico di Dio: “Ecco, sto alla porta e busso” (Ap 3,20). In Lui è il regno di Dio che si avvicina ai discepoli e Dio stesso che desidera vivere affiancando ogni umano. Gesù non si avvicina con un messaggio preconfezionato da far cadere sui due, ma con il desiderio di ascoltare quel dialogo, di comprendere cosa i due hanno nel cuore, di accompagnarli.

“Camminava con loro” (v. 15): qui si invera ciò che il Signore aveva promesso a Mosè: “Io camminerò con voi e ti darò riposo” (Es 33,14). Quello di Dio è sempre un camminare-con per far approdare Israele alla pace, al riposo, alla ripresa delle forze. Questo è il senso dell’accostarsi di Gesù: poter camminare con loro e così, in sua compagnia, sperimentare pace, camminare con una lena diversa e, soprattutto, con la certezza di non essere soli e di avere una meta, un senso, una luce. Cammina-con-loro perché è in ascolto delle loro delusioni e desidera proporre una prospettiva altra, diversa da quella che li ha atterriti e continua a tenerli in scacco: la prospettiva donata dalla Parola di Dio, annunciata da tutte le Scritture e resa eloquente dalla rilettura che egli stesso offrirà loro a partire da lui, protagonista di quei terribili fatti avvenuti.

“Conversava con noi” (v. 32): l’interesse mostrato da Gesù ai due nell’accostarsi, nel camminare con loro, diventa ancor più esplicito nel conversare con loro. “Ed egli disse loro: Che sono questi discorsi?” (v. 17); “Domandò: che cosa?” (v. 19). Egli si presenta non come uno che sa ma come uno che desidera sapere, come chi non conosce quanto è accaduto a Gerusalemme e si fa raccontare quei fatti di cui lui stesso è protagonista. Al lettore verrebbe quasi voglia di dare una risposta al posto dei due discepoli: “Ma chi sei? Ma cosa vuoi? Ma mollaci: non vedi in che stato siam ridotti e che facce abbiamo? Tu solo non sai?”. Invece, è talmente dolorante la loro ferita e la sensazione di essersi sbagliati, che sentono il bisogno di dirsi, di conversare, di condividere, di stare insieme. I due raccontano le loro speranze deluse e fanno quasi una sorta di necrologio: “Fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio…”. Non hanno timore a manifestare il loro scoraggiamento, la confusione e, persino, la mancanza di fiducia nella comunità: “Dicono sia risorto, ma come si fa a credere dinanzi a una cosa del genere?”. Chissà cosa hanno visto o hanno sperato di vedere le donne andate al sepolcro! Meglio tornare a casa…”. Mentre i discepoli parlano, Gesù li ascolta, li fa parlare e conversa con loro: domanda, fa nascere parola e prende parola. Volentieri. Egli ascolta un racconto colmo di affetto che i due conservano per il loro Rabbi: ascolta quello che è successo, ascolta ciò che dicono di lui, ascolta le loro speranze deluse, e solo alla fine, con delicatezza, domanda loro dello stato della loro fede, del loro concreto affidamento alle Scritture. Perché non riuscite a dar credito ai profeti che parlano nelle Scritture? Perché non siete capaci di leggere le Scritture?

“Ci spiegava le Scritture(v. 32): Gesù apre loro le Scritture, come indica il testo greco. “Il verbo aprire si applica successivamente a tre realtà: alle Scritture, alla mente, a Gesù. Oggettivamente l’apertura delle Scritture e soggettivamente l’apertura della mente all’intelligenza delle Scritture, preparano l’apertura degli occhi per riconoscere Gesù (cf vv. 31.32.45). Dalla conoscenza delle Scritture alla conoscenza di Gesù” (G. Giurisato). Il Maestro compie, perciò, una vera ermeneutica – diermēnéuō – di tutte le Scritture in riferimento a se stesso, il Cristo, in virtù del fatto che “nessuno ha mai visto Dio. L’unigenito Figlio, colui che è sul petto del Padre, costui lo ha spiegato (exēghéomai)” (Gv 1,18).

     Prima di essere riconosciuto (cf v. 31), Gesù non disdegna di essere il testimone di se stesso: si fa vicino ai due che sono sulla strada per Emmaus, prende il loro passo e conversa con loro. Parte da ciò che loro vivono e patiscono in quel momento, si interessa alla loro storia concreta e passa a spiegare quelle Scritture che permetteranno loro di far luce e su Gesù e sulla comunità e su loro stessi. Su tutte queste tre realtà personali che percepivano totalmente fallimentari. A questo punto, i due presentano Gesù… a Gesù (!) e Gesù stesso, dirà di sé qualcosa di indispensabile ai due. Solo dopo queste narrazioni che si intrecciano e che sono vicendevolmente accolte, i due viandanti riconosceranno in colui che si è a loro accostato, che ha camminato e conversato con loro, Gesù di Nazaret-Profeta-Crocifisso-Vivo.

Gesù di Nazaret: Profeta-Cristo-Crocifisso-Vivo

I due discepoli stanno parlando di un noto protagonista della cronaca locale. L’oggetto della conversazione – “che cosa” (vv. 17.19) – è un fatto recentissimo: “quello che era accaduto” (v. 14), “ciò che vi è accaduto in questi giorni” (v.18), “sono passati tre giorni da quando queste cose sono avvenute” (v.21). Un avvenimento da loro trattato sotto tutte le angolature possibili – “tutto” (vv. 14.19) – e che “riguarda Gesù Nazareno” (v. 19), precisamente gli ultimi giorni della sua vita terrena.

Il forestiero/straniero – paroikèis, come lo identificano i due – si inserisce nella loro conversazione animata e Luca usa un singolare verbo, usato solo in questo versetto in tutto il Nuovo Testamento: “lanciare frecce-rispondere con frecciate” – antibàllete –. Gesù interroga e chiede, come se stesse lanciando delle frecce, indicando un sentiero preciso di riflessione, orientando il dialogo verso un obiettivo. La richiesta del forestiero suona per loro così strana, così incomprensibile, così fuor di luogo data l’eco eccezionale di ciò che era accaduto, che si bloccano – estàthesan –, senza fare un passo in più. Restano inchiodati al suolo da quella richiesta così inattesa e pronunciata da un tipo che, come loro, arrivava proprio dalla medesima direzione, da Gerusalemme.

Lo abbiamo detto: il volto rivela il loro cuore triste. Cleopa, sorpreso dall’ignoranza di quel viandante sconosciuto circa i clamorosi fatti di cronaca recenti, gli fornisce informazioni. Come già notato, dice di Gesù a Gesù. Lo strano pellegrino, invece, più che alla curiosità circa le notizie del fatto di cronaca, pare interessato ad intessere un dialogo allo scopo di far cogliere la sua vera identità, a partire dalla memoria dei fatti dei due, i quali, seppur persa ogni speranza circa il Nazareno, conservano ben tre elementi, potremmo dire, di ‘cristologia’:

  • Gesù di Nazareth: è il primo tratto identificativo che i due esternano. Lo si ritrova solo 3 volte nel Vangelo di Luca (4,34; 18,37; 24,19) per esprimere il carattere messianico del ministero di Gesù, confermato negli Atti, dove ricorre 7 volte: “Gesù di Nazareth, uno accreditato da Dio, presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete” (At 2,22).
  • Profeta: è il secondo tratto identificativo espresso dai due discepoli. Parlano di Gesù come “un profeta potente in opere e parole davanti a Dio e a tutto il popolo” (v. 19). Gesù, per i due – che continuano tuttavia a non ri-conoscerlo – è credibilmente “Profeta” perché le opere sono poste prima delle parole. A Gesù, i due attribuiscono con le “parole” proprie del profeta (cf Dt 18,18), innanzitutto le “opere”, cioè i miracoli, i “segni” che solo un vero profeta può porre. Ed è enunciato proprio nella medesima successione che il primo versetto degli Atti degli Apostoli riporta: “Tutto quello che Gesù fece e insegnò” (v. 1). Gesù ha compiuto fatti e parole che hanno una validità universale, “davanti a Dio e a tutto il popolo” (v. 19), ed attestano il suo gradimento davanti al Padre e davanti all’umanità.
  • Crocifisso-Messia (v. 20) i due discepoli, come tutti gli altri, aspettavano che questo profeta si identificasse con il Messia che doveva venire a “liberare Israele”: “noi speravamo che fosse lui”. Come accennato, è l’unica volta che ricorre il termine sperare nei Vangeli, ma solo come rimpianto e nostalgia, per questo “non possono riconoscere” Gesù. La croce viene letta da loro come la fine di ogni speranza e solo il Risorto potrà farla scorgere come luogo salvezza. La speranza, dice San Tommaso, è “il presente del futuro”, non può identificarsi come rammarico per le attese di potere tramontate. Ma in Gesù, l’essere Crocifisso, coincide pienamente con l’essere Liberatore-Messia. Per i due, tuttavia, tale identificazione è ancora impensata e impensabile. L’idea di Messia che hanno cullato e condiviso con la (quasi) totalità dei discepoli, a iniziare da Pietro, e che hanno appiccicato a Gesù – nonostante la continua destrutturazione di tale ‘sogno di gloria’ posta in atto instancabilmente da lui – è quella del restauratore davidico (At 1,6) che, invece, verrà “messo a morte (v. 20). Era oggettivamente difficile identificare con il Messia glorioso e restauratore di poteri forti, quel Gesù finito in croce due giorni prima su quello sperone di roccia chiamato in aramaico Gulgulta-Golgota, per l’inequivocabile somiglianza del luogo ad un teschio…
  • Vivo (v. 23): il tempo sta passando, già “sono passati tre giorni” dalla morte del profeta (v. 21) e l’odore di morte non solo si è dissolto ma è dilagato. Certo è che, passati i tre giorni, la morte è legalmente dichiarata. La testimonianza che i due, insieme agli altri, hanno ricevuto dalle donne che affermavano di aver visto al suo sepolcro angeli che assicuravano loro che Gesù “è vivo” (v. 23) e che asserivano anche che quel sepolcro era vuoto, era pur sempre una testimonianza di… donne che, in quel contesto storico, non aveva valore probante, nonostante, in questo caso, fosse confermata in parte anche dai discepoli. Infatti, anche loro hanno trovato il sepolcro vuoto, ma Gesù “non l’hanno visto” (v. 24) e neppure gli angeli che avevano assicurato alle donne che era “vivo” (v. 23). Perciò: la testimonianza degli altri discepoli non è colta sufficiente e quella delle donne, pur fragilissima proprio a motivo del “genere”, ha avuto la capacità di sconvolgerli (v. 22).

            I due, come Tommaso (cf Gv 20,24s), non riescono a credere, né sono in grado di capire e leggere quei tre fatti di cui stanno discutendo: le opere compiute da Gesù di Nazareth, la morte per crocifissione, la salvezza d’Israele: impossibile metterli insieme! Gesù li apostroferà come “anόētoi/non pensanti”: senza senno, tardoni, senza discernimento.

Ma allora, come sarà possibile passare dalla in-intelligenza/stoltezza/lentezza/tardezza/durezza del cuore e della mente, che non permette di intuire, di “vedere dentro”i fatti per essi scollegati, contrapposti e incomponibili – miracoli e croce, morte e salvezza – per accedere alla fede pasquale nel Risorto?

 La luce delle Scritture

Il testo, fin qui, ci ha consegnato uno stile di Gesù: egli non apostrofa malamente i due, non ne blocca la fuga ma si accosta a loro nelle vesti di un viandante sconosciuto, assumendo l’andatura dei due per camminare con loro e mettersi in ascolto delle loro storie, dei loro tormenti, delle loro delusioni. In un contesto “depresso” per ciò che i due stavano vivendo, tenta di interagire con loro, riattivando il discernimento e proponendo un orizzonte diverso, una prospettiva “altra”: quella della Parola di Dio testimoniata dalla parola dei Profeti. Il forestiero conosce il cuore dei due e sa che può ancora ardere, incendiandosi, a contatto con la Parola di Dio. Egli sa che, aprendo il cuore alla comprensione delle Scritture, i suoi due amici “non si ripiegheranno nel loro scetticismo triste e senza prospettiva, anche se in questo momento sono poco disposti a dare credibilità alle fantasie delle donne e alle parole di uno straniero. Hanno solo bisogno di fare ancora un pezzo di strada con Lui, di ascoltarlo ancora mentre mostra il filo rosso che lega Isacco, il servo sofferente di Jhwh cantato da Isaia, Geremia e il suo dolore solitario, i profeti perseguitati e messi a morte, fino a Lui e alla sua croce, Lui che è il Messia e Figlio dell’uomo che viene sulle nubi del Cielo” (A. de Donatis).

Lungo quegli undici chilometri, i due ascoltano Gesù che spiega loro le Scritture e li conduce, pian piano, a comprendere che, realmente, il Messia-Crocifisso-Vivo era proprio lui. E solo lui poteva disigillare cuore e mente alla comprensione piena del piano di Dio. E lo fa come quando annunciava il Regno, non sfoderando pompose lezioni di teologia sistematica ma tentando di farsi capire a partire da semi, solchi, uccelli, viti, gigli, fondamenta, sale, luce, tenebre, piccoli, poveri, malati di ogni tipo, gioia, pianto, morte e vita, amore… Nulla di immateriale, di teorico, di astratto. Proprio per questo i due, poi, si confesseranno l’un l’altro: “non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo la strada?” (v.32). Gesù capta la loro realtà profonda, le domande che li strattonano, i loro desideri spezzati da quella croce issata a sfregio di ogni loro sogno più bello. Solo quando la parola del Signore è donata con gioia, come annuncio di vita, come notizia inattesa e insperata di salvezza, solo allora il cuore, incendiandosi, arde.

– “Ed egli disse loro” (v.25): “Gesù interviene non per contestare la narrazione dei fatti, ma per darne la spiegazione giusta. Rimprovera i due discepoli di essere sciocchi e tardi di cuore (v.25). Come sono incapaci di riconoscerlo nel viandante (v.15), così si rivelano lenti nel capire l’identità messianica. Se Gesù li rimprovera di essere inintelligenti (anòetoi: v.25), vuol dire che essi potrebbero e dovrebbero capire. Perché allora non ci riescono? Gesù ne dà la ragione, mostrando i tre passi che i discepoli hanno trascurato di compiere: riferirsi ai profeti, cogliere la loro visione del Messia e applicarla a Gesù di Nazaret” (G. Giurisato). Il mancato riconoscimento di Gesù non è, però, una questione di sguardo, poiché solo Gesù nella sua condizione di Risorto può far passare dal misconoscimento al riconoscimento. Può aprire gli occhi dei discepoli al compimento delle Scritture nella sua stessa persona.

“Credere alla parola dei profeti” (v.25): è il cuore delle parole del Risorto. La parola dei profeti avrebbe dovuto catalizzare la loro attenzione senza distrazioni; la lettura delle parole profetiche avrebbe condotto a scorgere, nella tomba vuota, il segno della risurrezione (vv.22-24); avrebbe dovuto far comprendere loro che il destino della morte di Gesù di Nazaret (v.20), non era un incidente di percorso, estraneo alle promesse di Dio ma, al contrario, era parte integrante del disegno di divino culminante nella risurrezione; avrebbero dovuto dare un vero credito “alla parola dei profeti” e fissarvi lo sguardo “come una lampada che brilla in un luogo oscuro” (2Pt 1,19) per “evitare una comprensione nazionalistica del Messia (v.21) che ostacola la giusta interpretazione dei fatti concernenti Gesù” (G. Rossé). Allora avrebbero compreso. Veniva proprio dalla parola dei profeti quella luce che li avrebbe dovuti condurre a interpretare quei fatti, diversamente slegati, contrapposti e contraddittori. Così avrebbero potuto cogliere la corrispondenza tra le promesse di ieri e il compimento di oggi. La lezione di Gesù è semplice e trasparente: avrebbero potuto capire ricollegando la parola consegnata da Dio ai profeti nel passato (Eb 1,1) con ciò che, nel presente, si compiva.

“Non era forse necessario che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (v.26). Gesù fa loro una domanda retorica (con risposta scontata) di cui, i due, avrebbero dovuto ben conoscere la risposta: sì, era necessario! E proprio attraverso le Scritture che Gesù fa comprendere ai viandanti di Emmaus la necessitas della sua morte: non il destino ma la necessitas illumina la morte di Gesù. Egli insiste nell’aiutare a capire: la sua morte non solo non esclude la risurrezione, ma appartiene pienamente al disegno di Dio che emerge dalle Scritture come indispensabile necessità (cf 1Pt 11 e 5,1). I due discepoli, come i loro compagni e compagne, sono disorientati e sconvolti per la fine violenta e ignominiosa di colui che speravano fosse il Messia glorioso. Gesù li sostiene nel superare lo scandalo della croce (1Cor 1,23) “ricordando il paradosso che sta al centro dell’insegnamento dei profeti: il Messia sarebbe arrivato alla gloria attraverso la via della croce. Via necessaria: bisognava, non per una necessità cieca e fatalistica, ma perché nel suo piano sapiente e amoroso (cf At 2,23) il Padre ha voluto salvare gli uomini rispettando in pieno la loro libertà, fino a permettere loro di crocifiggere il Figlio, che il terzo giorno avrebbe glorificato risuscitandolo da morte e posto davanti a tutti come unico Salvatore: ‘Non vi è infatti altro nome… nel quale è stabilito che possiamo essere salvati’ (At 4,12)” (G. Giurisato). Gesù ha individuato la difficoltà maggiore dei discepoli e dei credenti di tutti i tempi: saldare insieme il fallimento e il successo, la sofferenza e la gloria, la croce e la risurrezione, la morte e la vita.

Lo scandalo è superato nel mistero. Infatti, Gesù si identifica ora con Cristo, da profeta è riconosciuto come Messia e questo Messia, secondo il disegno di Dio svelato nelle Scritture, è un Messia sofferente. All’epoca di Gesù, nessuna corrente del giudaismo parlava più di una tale attesa. Luca stesso sottolinea il legame tra profezia e passione solo alla fine del suo Vangelo, poiché soltanto la risurrezione può illuminare il mistero della croce. La novità di questi versetti è costituita, inoltre, dall’evocazione dell’entrata nella gloria di Cristo. Il termine ‘gloria’ designa il peso di Dio, la densità del suo mistero, è il modo di evocare la sua trascendenza quando essa si rivela all’uomo. Qui indica l’esodo di Cristo verso il Padre, che comprende la risurrezione come vittoria sulla morte e l’ascensione con il suo posto alla destra del Padre. Cristo ora è Kyrios/Signore (At 2,36).

Sappiamo bene quale fu la reazione scandalizzata di Pietro quando udì per la prima volta Gesù che asseriva che proprio così doveva capitare: “come egli dovesse andare a Gerusalemme, dove avrebbe sofferto molto a causa degli anziani e dei sommi sacerdoti e degli scribi, anzi sarebbe stato ucciso ma poi sarebbe risuscitato il terzo giorno. Pietro, però, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo – epitimàn= biasimare/criticare – così: ‘Non sia mai Signore, questo non ti avverrà mai!’. Egli rivoltosi a Pietro: ‘Va via, satana: mi sei di scandalo, perché non pensi secondo i voleri di Dio ma da uomo” (Mt 16,21-24). Ma, assai più eloquente dello scandalo di Pietro, resta – e deve restare! – lo scandalo di Gesù.

Se è vero che le Scritture possono illuminare la storia di Gesù, resta vero che solo la fede pasquale può accendere le Scritture. Il nesso tra la morte di Gesù e le Scritture è frutto dell’intensa riflessione della Chiesa nascente, illuminata dallo Spirito del Risorto: riflessione che, oltre a superare lo scandalo della croce, arriverà alla sovvertitrice conclusione che sofferenza-morte fa parte della definizione stessa del Messia.

“Spiegò in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v.27). “Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, perché tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (Ugo di San Vittore). Gesù stesso diventa, per i due, l’esegeta, l’esemplificatore dell’evento-Cristo. Il senso probabile del testo indica che Gesù spiega loro le Scritture nella loro globalità. Ciò significa che egli ha compiuto la speranza di Israele, che egli è il termine della sua attesa, colui verso cui convergono tutte le Scritture e non soltanto colui che ha realizzato le predizioni contenute in qualche versetto più o meno enigmatico delle Scritture. L’interpretazione che il Risorto fa delle Scritture ha un preciso orientamento: riguarda se stesso. Gérard Rossé annota giustamente quanto, nell’intenzione interpretativa di Gesù, travalichi il contesto immediato della narrazione: “L’affermazione guarda al di là del contesto narrativo. Se infatti Gesù risorto avesse spiegato il proprio ministero e passione alla luce della Scrittura, sarebbe stato inevitabilmente riconosciuto dai due discepoli; se egli avesse fatto l’analisi dettagliata di tutti i testi veterotestamentari che parlano del Messia in generale e del Messia sofferente in particolare, non sarebbe bastata la durata di un viaggio verso Emmaus”.

Il forestiero, pedagogicamente, parte dal condivisibile per giungere all’incondivisibile: parte dalle Scritture, la cui validità e autorità i due non mettono in discussione, per arrivare a quel Gesù di Nazaret di cui, invece, entrambi, mettono ormai radicalmente in dubbio – dopo la crocifissione – l’identità messianica. Il terzo camminante, mette le Scritture profetiche e la loro concezione del Messia, in rapporto a Gesù di Nazaret: proprio lui che sta camminando con loro, è Gesù Nazareno (v.16), colui in cui, i due compagni, non riescono a vedere il Messia-Cristo (v.26). Proprio “tutte le Scritture” sono l’orizzonte insostituibile in cui si parla di lui e lui si incontra: il luogo in assoluto privilegiato per incontrare il Vivente Signore, poiché tutto, letteralmente, gli sta “perì/intorno” (vv.27.44; Gv 5,39), “si riferisce a lui”. In questo incrocio si spalanca, ampliandosi a dismisura, un inatteso disvelamento, una moltiplicazione di conoscenza, un sorprendente incremento di visione: le Scritture illuminano la persona del Signore ed egli accende le Scritture. Da questo contatto sgorga la grande possibilità che ogni comunità cristiana custodisce come inestimabile tesoro: le Scritture interpretano la storia e ogni storia e, insieme, la storia e ogni storia, interpretate dalle Scritture, diventano crocevia favorevole per incontrare il Risorto. Così “aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (v.45).

Il forestiero mostra ai due che pur avendo letto le Scritture, non le hanno mai accolte, le hanno forse meditate ma non pregate, non custodite, smarrendo così il senso profondo di ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi. Ma, lentamente accade qualcosa a Cleopa e al compagno/a. E a noi. Tutto ciò che pesa sul cuore umano, a poco a poco si dissolve, riconsegnando al cuore un calore nuovo e una luce dimenticata. C’è la mano di Dio nella storia e in ogni storia, ed è là dove sembra impossibile essere: in croce. Chi dà credito al Signore, lo sa: più la mano di Dio è silenziosa, più è efficace.

La scoperta: il riconoscimento di Gesù

Possiamo dire che, più che essere riconosciuto, Gesù viene scoperto: il riconoscimento è un accadimento (eghéneto: v. 30) e siamo al punto culminante del racconto, il valico in cui da quell’ “erano incapaci di riconoscerlo” (v. 16) a “lo riconobbero” (v. 31). Questa “scoperta” da parte dei discepoli sta al centro di una scena che si svolge in tre momenti: “quando furono vicini al villaggio” (v. 28), “quando fu a tavola” (v. 30) e “lui sparì dalla loro vista” (v. 31).

“Quando furono vicini al villaggio” (v. 28). All’improvviso, come accade in oriente, si fa notte, subentra l’oscurità e i due discepoli sono giunti al capolinea del loro viaggio-fuga (v.28). Ma dinanzi all’intenzione di Gesù di allontanarsi – “egli fece come per andar oltre” (v.29) – essi mettono in campo una notevole pressione morale che il testo sottolinea: “lo costrinsero” – parebiàsanto/costringere/fare violenza (solo in questo versetto in tutto il terzo Vangelo) – invitandolo pressantemente a rimanere con loro, con un imperativo: mèinon/resta! (vv.28.29). Gesù non oppone resistenza, anzi, entra per mèinai/rimanere con loro. Siamo al termine di questo primo giorno della settimana. Quando cade la sera, la Scrittura, e la scena, comincia a illuminarsi.

Il “far finta” di voler proseguire da parte del forestiero (v. 28) è (anche) un modo per esplorare il loro cuore: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, […] per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2). Essi reagiscono positivamente, evidenziando che la loro ricerca di Gesù è leale, che si tratta di un desiderio vero. E il testo, insistentemente, mette in campo la preposizione syn/con per tre volte nei due vv. 29.30: “con-noi”, “con-loro”, “con-loro”. Il desiderio del Risorto di stare con loro, supera il desiderio dei due di stare con lui: due a uno! Il forestiero che si era affiancato a loro senza esser stato invitato (v. 15), ora entra “per rimanere” solo perché insistentemente richiesto (v. 29). Ha iniziato il cammino senza di loro, ma non lo continua senza di loro. L’incontro e il cammino verso Emmaus trova il suo culmine in un pasto consumato nell’intimità domestica.

“La preghiera rivolta al ‘forestiero’ perché possa restare con loro esprime una maturazione nell’animo dei discepoli: dalla fase del lamento autoreferenziale stanno passando a quella dell’accoglienza comunitaria del Signore e dei fratelli. Si potrebbe dire, utilizzando il linguaggio teologico, che sta crescendo in loro un ‘fiuto’ ecclesiale, si sta formando un ‘senso di fede’ non più solo individuale ma condiviso (sensus fidei fidelium). Prima pensavano solo a recriminare, a recuperare il passato, a rinchiudersi nuovamente nel loro villaggio; ora cominciano a capire che possono aprirsi all’altro, al pellegrino, e diventare comunità accogliente” (Linee, 8).

“Quando fu a tavola con loro”(v. 30). La densa tensione della narrazione – quasi drammatica –, giunge ora alla sua risoluzione: nell’Eucarestia si compie, per i due e per ogni discepolo, l’incontro di fede con il Signore Risorto. È nel momento dell’intimità domestica e della convivialità, accolto cordialmente dai due discepoli, che Gesù compie il gesto del pater familias (ma affidato anche all’ospite di riguardo): pronuncia la preghiera di benedizione, spezza il pane e lo offre ai commensali (v.30). È il gesto che diventa, da allora e per sempre, il segno di riconoscimento della presenza del Risorto. “Riconosce pienamente il Signore risorto chi lo sperimenta come Signore offerto, come pane spezzato e donato. Solo chi avverte l’abbraccio del suo amore può riconoscere e confessare che ‘Gesù è il Signore’ (cf 1Cor 12,3)” (Linee, 8).

L’incontro personale avviene quando “è riconosciuta” la vera identità dell’interlocutore; quando si ha davanti la verità dell’altro, allora si aprono gli occhi. Il testo evidenzia come Luca utilizzi il medesimo verbo greco dianόigo per esprimere sia l’apertura degli occhi dei discepoli, sia l’apertura della Scrittura. “Tale scoperta è frutto della loro ricerca, ma sarebbe stata impossibile senza la spiegazione delle Scritture e l’offerta di un segno da parte di Gesù. Soprattutto è un dono: dietro il verbo passivo – gli occhi “si aprirono”, letteralmente “furono aperti” – è sottinteso l’intervento della grazia” (G. Giurisato). I due desiderano Gesù, ma è Gesù che si dona loro. Per Luca, nell’Eucarestia, i credenti sono invitati a partecipare al banchetto presieduto dallo stesso Signore Risorto: là fanno esperienza della sua presenza. Nel segno del pane spezzato e condiviso è presente il Signore.

Proprio in questo apice rivelativo, l’evangelista, non a caso, reintroduce il tema delle Scritture dissigillate dall’inatteso compagno di viaggio e accolte, e finalmente comprese, dai due: prima di aprire il loro cuore, il Risorto ha aperto loro le Scritture. È l’unica propedeutica adeguata perché ogni incontro nella fede con il Signore Gesù giunga alla sua Emmaus e da lì possa ripartire. Lo abbiamo notato: già prima del riconoscimento, il cuore dei due ardeva, al punto di non volersi separare dallo straniero (v.29). La presenza del Risorto, attraverso le Scritture interpretate da Gesù in senso pasquale, attraverso la fractio panis, attraverso l’accoglienza mutua e fraternamente condivisa, fa irruzione nella vita dei due, incendiando il loro cuore e rendendolo abile alla comprensione vera. Non è superfluo ricordare che, nell’uso del vocabolo ardere, l’evangelista è un vero innovatore: nel linguaggio biblico del Primo Testamento, il cuore che arde, sta ad indicare solitamente un dolore ingestibile o un tormento senza eguali (cf, per esempio, Sl 39,4). Luca ha “cristianizzato” l’espressione, facendo memoria del lavorìo dello Spirito nei credenti che hanno ricevuto un “battesimo in Spirito e in fuoco” (Lc 3,16).

“Ma lui sparì dalla loro vista” (v. 31): divenne invisibile davanti a loro, “áphantos/ senza apparenza” ma non scomparso; non-visibile perché non più accanto a loro ma non svanito perché in loro. La fede sostituisce la vista e i loro occhi possono finalmente vedere che Gesù di Nazaret, a loro ben noto, è sul serio Profeta-Cristo-Crocifisso-Vivo. Quando era assente dalla loro fede, si è fatto presente visibilmente; viceversa si fa assente fisicamente ora che è vivo e presente nel loro cuore.

Nell’intimità della casa, intorno alla mensa, i due hanno riconosciuto il Cristo di Dio dal gesto dello “spezzare il pane”, ma appena questo avviene, il Maestro diviene “non-manifesto”. I loro occhi, finalmente, possono vedere oltre e Altro, e possono finalmente rileggere l’esperienza compiuta. Ci avevano tentato durante il cammino ma, fino all’accostarsi di quel viandante sconosciuto, la rilettura della loro esperienza e dell’esperienza stessa di Gesù, era stata deprimente perché, dal loro punto di vista, fallimentare. Il passato era tale, l’ora presente impaurente e desolante, l’orizzonte cupo per la prospettiva di essere risucchiati nello scialbo anonimato della rispettiva quotidianità. Solo con l’approssimarsi dello straniero, che aveva fatto ardere il loro cuore lungo la via e aveva aperto lorole Scritture, i due avevano ripreso respiro.

C’è inoltre da notare una certa simultaneità tra il riconoscimento del Signore Gesù e il suo diventare invisibile: i due eventi rientrano nello stesso movimento e coincidono, uno è starter dell’altro. La comunità cristiana ha sempre letto il cammino di Emmaus come un cammino di presenza e di sparizione: la presenza nella carne di Cristo non è più, come già ricordato, necessaria. “Appena i due discepoli comprendono che è il Signore, appena si aprono i loro occhi, lui sparisce dalla vista. Proprio sul più bello. Chissà quante domande avevano da rivolgergli; chissà quale entusiasmo desideravano esprimergli. Niente: lui scompare. Che cosa fanno a quel punto? La tentazione si riaffaccia: lamentarsi, rimpiangere, recriminare. No: partono, anzi ri-partono; ormai in piena notte, ripercorrono a ritroso gli undici chilometri che li separano da Gerusalemme. Sono stanchi, ma trovano le energie per camminare ancora. E questa volta verso la Città santa, quella che li aveva delusi e scoraggiati, quella a cui avevano girato le spalle poche ore prima. Vanno a Gerusalemme ad incontrare gli apostoli, a narrare e ascoltare l’annuncio della Pasqua di Gesù. Credo che il Signore sia scomparso perché loro potessero mettersi in cammino. Se Gesù fosse rimasto con loro, una volta riconosciuto, avrebbero fatto un “cerchio magico”, si sarebbero stretti attorno a lui, sarebbero rimasti bloccati dall’ammirazione e dallo stupore. Invece Gesù li vuole rimettere in moto e farne dei missionari. Lui non ha bisogno di ammiratori, ma di annunciatori”. (E. Castellucci).

La missione

L’incontro personale di Cleopa e l’altro/a con Gesù Profeta-Crocifisso-Vivo, porta una fecondità inattesa che movimenta passi nuovi e spalanca sempre più l’orizzonte:

– dalla comunione: “resta con noi”, “entrò per rimanere con loro” alla missione: “partirono”;

– dalla conoscenza: “lo riconobbero”, “si fece riconoscere”, alla narrazione: “riferirono”;

– dall’esperienza personale: “ci ardeva il cuore”, “si aprirono gli occhi” alla partecipazione e alla testimonianza: “fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici”.

Lo sappiamo: l’esperienza delle fede non è statica, ma in movimento e sempre in crescita, dove tutto avviene avendo obiettivi grandi e alti ma passando per la concretezza delle piccole cose: l’orizzonte come meta e i passi reali per arrivarci.

  • “Partirono senza indugio” (v. 33).Dal testo balza decisamente agli occhi quale nuova “elasticità” e quale sorprendente capacità di riadattamento alle mutate esigenze della vita, abbia attivato l’incontro di Cleopa e concamminante: prima avevano chiesto al pellegrino di fermarsi con loro, adesso sono loro a partire; prima motivano la richiesta “perché si fa sera e il giorno già volge al declino”, adesso “in quello stesso istante” si rimettono in cammino su quella medesima strada che avevano appena concluso di percorrere. Credo vada scartata l’ipotesi di contraddittorietà nei loro comportamenti, semplicemente perché, quella identificazione appena scoperta, impone loro di cambiare programma. C’è un’urgenza nuova, non procrastinabile, di comunicare ad altri ciò che ancora stanno vivendo: “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato!” (At 4,20).

In questo itinerario, lo abbiamo visto, l’amore precede la conoscenza: prima “ardeva il cuore” (v. 32) e poi “si aprirono gli occhi” (v. 31). Tale apertura provoca un disvelamento che determina un capovolgimento, una conversione del cuore espressa simbolicamente dal percorso in senso inverso da Emmaus a Gerusalemme: essi, senza esitazione, si alzano – atto espresso con il medesimo verbo usato da Luca per la risurrezione di Gesù, anastàntes – e subito tornano, – ypèstrepsan –, cioè, convertono il loro andare. Sarà un ritorno che ha la veste pasquale e avviene di corsa, in fretta, poiché il cuore che arde ha l’urgenza della condivisione di un incontro così unico. Il ritorno a Gerusalemme è, infatti, metafora emblematica della conversione dello sguardo del cuore, infiammato dal fuoco della Parola, condivisa dai due testimoni con la comunità dei fratelli di Gerusalemme. La fragile speranza, da loro vissuta come inquietudine e sconvolgimento, provocata dall’annuncio confuso di resurrezione “da parte di donne”, è ora non solo sperimentata personalmente dai due e da ogni discepolo/a che incontra il Risorto, ma diventa certezza e consegna ad altri. I due, infatti, cominciarono a “exegoùnto/interpretare”, a spiegare il significato di quanto accaduto loro lungo la via e di quel gesto dello spezzare il pane.

La nuova conoscenza di Gesù implica un legame interiore con Lui, quasi una identificazione, una condivisione dello stesso sentire. Infatti, l’espressione può essere tradotta, alla lettera: e alzandosi a quella stessa ora, ritornarono a Gerusalemme. Il primo gesto dei due discepoli consiste nell’alzarsi. Il verbo è uno dei due utilizzati nel Nuovo Testamento per indicare la risurrezione. Luca sta dicendo che la risurrezione di Gesù è fonte della risurrezione dei discepoli. Con Gesù risorto, ridestato dalla morte, essi non sono più col volto triste, ma compiono il movimento dell’alzarsi e del trasformarsi, trovano il senso degli eventi accaduti e si rialzano dal torpore dell’incomprensione e non accettazione. Hanno una nuova direzione che, apparentemente, li conduce indietro, lì dove tutto era sembrato finito.

E solo dopo aver “spezzato il pane”, non prima, Gesù scompare e i due vedono ciò che l’attaccamento al loro dolore aveva loro impedito di vedere. Perché non l’hanno riconosciuto subito? Sparisce, in un lampo, anche la loro falsa attesa e triste cecità. Tutto è cambiato. L’inversione di marcia è dovuta alla nuova lettura degli eventi che lo sconosciuto, ormai noto, ha loro suggerito, collocando la serie dei fatti nel piano misterioso di Dio. Gesù ha acceso il loro cuore ed essi non riescono più a contenere l’ardore: sentono il bisogno di comunicarlo e vogliono incontrare gli Undici e gli altri per dire loro che hanno incontrato il Signore Risorto, che dal pane spezzato hanno ricevuto la forza di tornare per testimoniare, hanno smesso di sentirsi soli, di parlare all’imperfetto, di dire “Ormai…”.

“Fecero ritorno a Gerusalemme” (v. 33). Come già accennato in questo versetto, troviamo un verbo molto caro a Luca e impiegato solo da lui nel Nuovo Testamento (ben 24 volte nel Vangelo e 11 negli Atti): “ritornare/ypostréphein”. “Luca, dunque, privilegia questo movimento di ritorno in quanto esprime una conversione. Spesso indica un tornare al luogo dove si svolge abitualmente la propria vita, ma con occhi e cuore nuovi, con un’esperienza da comunicare ai propri amici e conoscenti. Ciò significa che il primo luogo della missione è casa propria, l’ambiente normale di vita” (G. Giurisato). Così i nostri due maratoneti ritornano “a Gerusalemme”, poiché, secondo il piano salvifico di Dio, è il luogo di partenza della missione: “cominciando da Gerusalemme” (v. 47). Qui nasce la Chiesa.

“Trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro” (v. 33). Quando la comunità è riunita esprime al meglio il suo essere tale, comunità, appunto. E una comunità cristiana è sempre riunita dall’annuncio pasquale: “Essi dicevano: Davvero il Signore è risorto”(v. 34). Come notato sopra, i due, prima di narrare/testimoniare la gioiosa notizia della loro esperienza di Gesù Crocifisso e Vivo, ascoltano la narrazione/testimonianza della comunità gerosolimitana che ha compiuto, anch’essa, nel frattempo, il passaggio dall’incredulità alla fede. La confessio fidei li ha riuniti come Chiesa in divenire, ecclesia in partu. La loro testimonianza è la prima proclamazione ecclesiale della fede in Gesù risorto, come testimonia il titolo che viene attribuito a Gesù che proclama la sua divinità e la sua autorità: “Kyrios/Signore”. Mentre nel corso del racconto di Emmaus, Gesù è stato prima designato secondo la sua origine, “Gesù il Nazareno” (v. 19), poi considerato dai due “Profeta”, per giungere al termine messianico “Cristo/Messia” pronunciato dal viandante sconosciuto (v. 26). Ora, al culmine della narrazione, Gesù è riconosciuto Dio e porta il nome che è al di sopra di ogni nome: Kyrios.

Cosa possono sperare e fare, cosa desiderano queste due persone in cammino che, nottetempo, da Emmaus ritornano a Gerusalemme? Sono due. Pochissimi; quasi nessuno diremmo. Insignificanti quasi per tutti e tutto. Ma non per il Padre che ha inciso il loro nome sul palmo della mano e nei Cieli (cf Is 49,16; Mt 10,20). Cosa possono sognare di fare? “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32): l’importante non due o duecentomila, ma che il Regno sia stato donato dal Padre proprio a voi! Sono due a cui urge raccontare e consegnare dell’incontro avvenuto; sono due, il cui più acceso desiderio è ricevere ancora la Buona notizia che è Gesù Crocifisso-Vivo e annunciarlo gratuitamente così come, loro stessi, lo hanno ricevuto. Non possiamo tacere!

  • “Essi poi riferirono ciò che era accaduto durante il cammino, e come era stato riconosciuto da loro nella frazione del pane” (v. 35): i due danno precedenza agli Undici e agli altri e vengono così evangelizzati ancora e, solo poi, confermano la testimonianza della comunità gerosolimitana che viene così, a sua volta, evangelizzata… dalla periferia. Il verbo greco “riferirono/exegòunto” significa ‘guidare/condurre/raccontare spiegando’. Non è una sintesi veloce e superficiale quella che i due fanno alla comunità, ma è un racconto circostanziato, puntuale circa il contenuto – l’evento pasquale di Gesù – attento a posizionare i fatti e geograficamente e cronologicamente, fino a toccare le sfumature della profondità rivelativa di ciò che avevano ricevuto come disvelamento: “come l’avevano riconosciuto”.

Il gesto dello “spezzare il pane”, che determina l’identificazione dello sconosciuto viandante in Gesù-Profeta-Crocifisso-Vivo e il loro ritorno a Gerusalemme, li ha resi testimoni del Risorto. “La narrazione dell’esperienza pasquale tra i due discepoli di Emmaus, gli Undici e gli altri che erano con loro, porta a conclusione il discernimento: il confronto con la Tradizione e il Magistero, nel reciproco ascolto e nella decisiva testimonianza di Pietro, fa maturare il “consenso dei fedeli” (consensus fidelium), che avviene “con Pietro e sotto Pietro” e mai senza di lui o addirittura contro di lui. Il Cammino sinodale dei due di Emmaus, e di tutti noi discepoli come loro, comporta la piena comunione ecclesiale” (Linee, 9).

Per discernere

I sussidi sinodali che ogni comunità parrocchiale e ogni organismo diocesano di partecipazione ha ricevuto, la loro corposità, consistenza e chiarezza risultano prezioso e insostituibile materiale per compiere il discernimento in questa “fase sapienziale”. Lì abbiamo il cosa e il come, due ingredienti irrinunciabili per ogni cammino o progettazione.

Nei testi CEI, Si avvicinò e camminava con loro. Linee guida per la fase sapienziale del cammino sinodale delle Chiese in Italia e CEI, Si avvicinò e camminava con loro. Orientamenti metodologici per il discernimento della fase sapienziale nelle diocesi, ogni comunità ha una bussola e un supporto agile, utile, concreto.

Non va mai perso di vista il fatto che, il soggetto che discerne, sia l’intera comunità riunita in ascolto della Parola e intorno all’Eucarestia. Lo fa per motivi molto semplici ma di primaria importanza nella vita cristiana: per lasciarsi convertire dal Signore, lasciandosi vagliare e mettere in discussione dagli stili di Gesù e assimilare in profondità i suoi sentimenti; per ri-formare, per ridare forma cristiana alla vita; per ascoltare lo Spirito per poter aderire senza ambiguità alla volontà di Dio. Non demanda ad alcuni il discernimento, come sotto verrà ricordato e coinvolge tutti i battezzati, sentendosi in cammino e in dialogo costante con ogni persona che abita questo nostro tempo.

Qui desidero offrire degli spunti per il discernimento per ogni comunità parrocchiale, movimenti, associazioni, organismi partecipativi locali e diocesani, a partire dall’icona biblica di Luca 24 che accompagna questo anno pastorale.

* Subdola e (pervasiva) tentazione. Credo non pochi, anche tra noi, sono tentati di subappaltare il discernimento comunitario a qualcuno qualificato e con competenze: si devono individuare “i primi della classe”, i migliori e domandare loro di fare una cosa pulita, ben fatta e che, a lavoro concluso, dicano cosa vuole qui ed ora il Signore da noi. Pensiero che si affaccia anche in questo cammino sinodale.

Perché il discernimento porti frutto è indispensabile che la comunità cristiana dismetta ogni atteggiamento snob e ogni mentalità elitaria: o ci sorregge la consapevolezza di essere, tutti, Popolo di Dio mosso da stili di apertura verso tutti, soprattutto verso i piccoli e i poveri, oppure nulla cambierà e nessun vero discernimento verrà attuato.

Non a chi si reputa dotto e sapiente il Padre rivela i misteri del Regno: solo a chi si fa piccolo, così piccolo da concedere spazio agli altri-da-me (quindi, inevitabilmente e tutti, diversi da me) e a Dio svelato in Gesù. O si decide di essere umili e mansueti da essere come un bue che si fa mettere al collo il giogo della Parola di Dio per farsi condurre dallo Spirito (Mt 11,25-30) o nulla accadrà di bello e di buono.

Per un autentico discernimento comunitario è indispensabile e fondamentale ri-cor-dare, tenere a cuore e a mente, che la comunità cristiana cammina con tutti, non allontana, non sminuisce e non deride nessuno, perché ogni persona umana è “visita di Dio” e, proprio come sul cammino verso Emmaus, ognuno può essere accostato dal Signore Risorto. Può succedere – e succede! – che un qualcuno inatteso o sottovalutato o non della cerchia dei ‘nostri’, ci ponga le domande giuste, quelle dell’uomo di oggi, domande con le quali scrutare la Scrittura. Domanda da abitare più che domande a cui dare rispostine. O può succedere – e succede! – che qualcuno ci testimoni, stupendoci, una sapienza di vita permeata di Vangelo che mai avremmo potuto immaginare potesse affiorare su quelle labbra o emergere in quel contesto. O può succedere – e succede! – che qualcuno incendi il nostro cuore, perché capace di rivelarci che quel brano biblico, tante volte letto con più o meno attenzione e fede, contiene, invece, il fuoco dello Spirito donandoci una parola e una risposta da tempo cercata. Sì, anche qualcuno lontano dalla comunità o a noi sconosciuto o per noi del tutto indifferente, può essere la feritoia attraverso cui lo Spirito ci raggiunge. Spirito di vita che accompagna non solo la vita dei bravi credenti, ma anche la ricerca irrequieta o tormentata di tanti nostri fratelli e sorelle.

L’habitat: la Parola pregata

I due di Emmaus hanno fatto il loro discernimento e la conclusione è palese: il fallimento di Gesù è il nostro fallimento: non c’è proprio nulla da fare. Il nostro passato, presente e futuro è affisso a quella croce. Tutto è perduto. Lui, e noi con lui, abbiamo fallito miseramente. Un discernimento che appare tanto di buon senso e pieno di (sano) realismo. Ma è un discernimento privo di memoria e di Parola: hanno camminato con il Signore verso Gerusalemme (Lc 9) e, proprio in quel viaggio, Gesù annuncia per tre volte che a Gerusalemme lo attende la passione, l’ingresso nel regno promesso dal Padre attraverso la croce. Ma son convinti che Gesù stia esagerando, che stia parlando a tinte fosche solo per tenerli allertati ma che, in realtà, non dica e non faccia sul serio… I due discepoli di Emmaus hanno camminato con Lui, lo hanno ascoltato “ma i loro occhi erano impediti di vederlo…”. C’è un’abissale differenza tra il ragionamento umano e il “buon senso” e la rivelazione della volontà di Dio che lo Spirito ci vuole donare. Domandiamoci seriamente per discernere: chi e cosa ci guida, quando nelle nostre comunità ci ritroviamo per riflettere, scegliere e decidere? Non raramente, la volontà di Dio va in una direzione opposta al nostro “buon senso” e al realismo così tutto umano!

Infine noi, proprio come i due mesti e abbattuti pellegrini, prendiamo coscienza che il nostro è un discernimento su Gesù ma senza Gesù, di cose che riguardano la vita nello Spirito ma senza lo Spirito, sentendo la Parola ma senza ascoltarla, disquisendo di Dio ma senza preghiera.

“In sostanza, ogni discernimento che prescinda dal fatto che il Signore realizza il Regno in ciò che dal punto di vista umano sembra un fallimento, è un discernimento che non coglie l’opera di Dio. Chi non vive nella luce del Crocifisso Risorto non è capace di uno sguardo contemplativo, non coglie la presenza e l’opera di Dio nella storia umana, i suoi occhi vedono solo i fatti negativi, senza riuscire a realizzare che proprio attraverso questi eventi all’apparenza incomprensibili e spiazzanti, nei quali emerge tutta la debolezza della comunità cristiana, il Signore sta preparando novità che sanno di Resurrezione!” (A. de Donatis)

Il discernimento comunitario non è una discussione di gruppo, ma si realizza in un contesto di preghiera, dove ci mettiamo, umili e poveri, ai piedi del Signore in ascolto della sua Parola, nella ricerca della sua volontà e non della nostra. È ben realistico accettare la possibilità che anche i miei, i nostri occhi siano incapaci di scorgere che la via indicata dallo Spirito del Signore sia un’altra rispetto a quella che si è supposta e ipotizzata. Abbiamo necessità di scrutare la Scrittura per permettere al Signore di suggerirci il suo punto di vista e di dare spazio ad altri in un ascolto non formale, profondo, accogliente. Parola di Dio e preghiera abilitano alla rinuncia della volontà propria perché possiamo convertirci alla volontà di Dio. Diversamente, perché meravigliarsi nel sentirsi dire dal Signore “stolto e lento di cuore a credere alla Parola”?

La confidenza con la Parola, a cui mi introduce la pazienza di Dio, è opportunità di un passaggio offerto, di una crescita reale: così diventiamo adulti nella fede. Pian piano lo sconosciuto compagno di viaggio si mostra e si rende sempre più amico, familiare, Gesù il Figlio, Colui che accetta il nostro invito a restare, entra e cena con noi. Il tempo della Parola richiede la nostra attenzione, il desiderio di comprendere, di far cadere il velo della cecità per leggere, chiedere, ascoltare, decidersi cristianamente… Anche tra noi, c’è tanta Parola sperperata, che va perduta e non ritorna.

Tre punti fermi del cammino di Emmaus per discernere

La pagina biblica proposta per questo anno di discernimento ci consegna tre capisaldi irrinunciabili perché ci sia comunità cristiana, tre capisaldi che innervano e danno forma ad ogni discernimento: l’ascolto della parola, l’accoglienza vicendevole, la fractio panis. In molti commenti lucani viene riportata questa evidente osservazione: i due discepoli fuggono da Gerusalemme come individui desolati e frustrati e giungono ad Emmaus come Chiesa riunita.

  • Diventiamo Chiesa convocata, comunità di Gesù quando “lungo la strada” della vita e della storia, delle vite e delle storie, nostre e altrui, ascoltiamo Gesù dandogli credito. Lui ci apre le Scritture, aprendoci così cuore ed occhi, introducendoci con la medesima pazienza e ac-con-discendenza mostrata ai due viandanti, in quella identificazione così difficile – impossibile senza di lui – da attuare. Impossibile per loro e impossibile per noi. Possibile se lui c’è e dissigilla Scritture e cuore: proprio lui, Gesù di Nazaret è Profeta-Crocifisso-Vivo: non tre entità incomponibili e incompatibili, ma l’unico Cristo/Messia, Agnello “sgozzato e ritto”, Signore della vita e della storia. Non aggiungo di più, visto che, su questo versante, ci è di grande aiuto l’esperienza di questi dodici anni di ascolto intenso e condiviso della Parola condotto in diocesi su più versanti. Pagine utili per la riflessione e la prassi e per un discernimento illuminato, restano la lettera pastorale del 2012 “La fede viene dall’ascolto” – Rm 10,17. Obbedire alla Parola per crescere nella fede (soprattutto le pp. da 38-68) e Dio educa il suo popolo con la Parola. Atti del Convegno ecclesiale della diocesi di Alghero-Bosa dell’ottobre 2011 come anche gli Atti dei Convegni diocesani.
  • Diventiamo Chiesa convocata, comunità di Gesù quando sperimentiamo l’accoglienza vicendevole della fraternità. Fino alla formulazione dell’invito, davvero sincero e cordiale rivolto a Gesù, “Resta con noi, è ormai sera!”, lo identificano come forestiero/straniero: “solo tu sei straniero/forestiero a Gerusalemme?”. Eppure, ascoltandolo, dandogli credito, scoprono che non è un nemico né un approfittatore e che, anzi, è ricco ed amabile in un modo tale che a loro spiace separarsene. Perché l’accoglienza dell’altro, quando è autentica, arricchisce sia colui che è accolto sia colui che accoglie: rende entrambi più umani, dà voce alla parte migliore di sé. La vicinanza dell’altro-da-me, del povero, dello straniero, è vertiginosa, è visita divina, è rivelazione. È festa! Dove i poveri vengono rifiutati o calpestati, la comunità smette di essere tale. E smette la festa. “Ero straniero e mi avete accolto” (cf Mt 25,31ss), dove Gesù si identifica con lo straniero, con il malato, con chi è nudo, in carcere ecc. Ma non si identifica con chi visita il malato o accoglie il forestiero o veste chi è nudo o da cibo o bevanda a chi ne è privo. È il povero, lo straniero, il bisognoso, l’affamato, l’assetato, il malato, il carcerato che porta con sé un qualche frammento di Dio, qualcosa della sua salvifica debolezza! È lui, e proprio nella sua debolezza e fragilità, che diventa teofania, manifestazione di Dio. Questa accoglienza larga, benevola, deprivata di pregiudizi e di calcolo a fondare sulla roccia la comunità, a renderla eloquente dell’eloquenza del Vangelo.

“Non dimenticate la philoxenìa: alcuni, praticandola, senza saperlo, hanno accolto degli Angeli” (Eb 13,2). Ma in casa mia, in casa nostra, in casa cristiana ancora quanta amnesìa della philoxenìa: l’amore per chi è straniero, altro – in qualsiasi modo – è strangolato dall’amnesìa del Dio vestito di carne. Smemoratezza di Colui che ha vestito l’assoluta estraneità da sé. “Alcuni… senza saperlo… Angeli”. Sotto traccia è indicato Abramo che non è nominato (cf Gn 18,1-16). Nel testo risuona un volutamente anonimo “qualcuno” che, accogliendo la stranierità, gli è dato di incontrare “Angeli”. Gli è dato di incontrare Dio. Questa è la regola reale della vera ospitalità: qualcuno accoglie qualcun altro. Senza biglietto da visita. Un puro atto di fede senza garanzie. Un rischio e, insieme, il manifestarsi di una relazione che può assurgere a rivelazione.

Questa è la comunità cristiana che desideriamo abiti in questo nostro lembo di terra.

  • Diventiamo Chiesa convocata, comunità di Gesù quando riconosciamo il Signore Gesù che si spezza per noi, nel suo sversarsi per noi nell’Eucarestia. Il disvelamento del forestiero si impone nel suo gesto di donarsi, di offrirsi nell’umile, feriale segno del pane e del vino. “Il significato dell’eucaristia, consegnata da Gesù alla sua comunità come anticipo del sacrificio della croce, è proprio questo: donando realmente il suo corpo nel pane, il Signore ci dà l’energia per diventare noi stessi corpo nella comunità e servirlo nelle sue membra, soprattutto i fratelli piccoli e poveri (cf 1Cor 10,16-17; 11,17-34). Il corpo eucaristico è la forza interiore del corpo ecclesiale, fermento a sua volta del corpo sociale” (E. Castellucci).

Come per i due di Emmaus, questi tre punti fermi, fanno la Chiesa vera comunità di Gesù Risorto. Dove la Parola ha diritto di parola, sempre e in ogni ambito, dove l’Eucaristia raduna le persone e nutre il loro desiderio di bene, di dono, di spossessamento gratuito di sé nel servizio gioioso sospingendole in missione, fuori del sacro recinto e delle comode sicurezze. Dove la fraternità si nutre nell’accoglienza e si moltiplica nella condivisione, lì c’è una comunità cristiana. Lo spessore veritativo non lo dà la parrocchia grande e numerosa, equipaggiata di strutture e ricca di iniziative belle e buone. No. Può essere grande o piccola, povera di mezzi o prospera, ma il criterio fondamentale per essere Chiesa di Gesù Cristo-Profeta-Crocifisso-Vivo trova la sua misura ultima a partire da questi tre punti che non possono essere ballerini. Ma fermi.

Faccio mie, per concludere, le parole di Papa Francesco alla CEI e le consegno a tutti e a ciascuno in questo cammino gioioso e impegnativo del Sinodo: “Continuate a camminare; continuate a fare Chiesa insieme; ad essere una Chiesa aperta a tutti; ad essere una Chiesa inquieta nelle inquietudini del nostro tempo […] È Lui [lo Spirito del Signore] il protagonista del processo sinodale, Lui, non noi! È Lui che apre i singoli e le comunità all’ascolto; è Lui che rende autentico e fecondo il dialogo; è Lui che illumina il discernimento; è Lui che orienta le scelte e le decisioni. È Lui soprattutto che crea l’armonia, la comunione nella Chiesa”.